Tagli. In una scuola d’élite a Palermo licenziamenti e sciopero della fame

di redazione

Da domani inizieranno lo sciopero della fame i lavoratori licenziati dell’istituto paritario Gonzaga-Cei di Palermo che dal 9 gennaio presidiano i cancelli della scuola, per essere stati licenziati dopo venti anni di servizio.

Ai docenti in servizio al Gonzaga è stato chiesto di sottoscrivere una trasformazione del proprio rapporto di lavoro in part-time con la riduzione del 5% del salario e del tempo di lavoro, con relativa decurtazione di tutti gli altri istituti retributivi, sia diretti che indiretti. La Flc Cgil e la Uil Scuola hanno inviato una diffida, al legale rappresentante dell’istituto Gonzaga e al presidente dell’Agidae, chiedendo di ripristinare le ore previste dal contratto nazionale, sia per il personale docente che per il personale Ata.

Intanto si sta provvedendo alla riapertura delle Ancelle con assunzioni di nuovo personale: solo uno dei lavoratori licenziati infatti sarebbe stato riassunto.
Anche il mondo della Chiesa, evidenziano i sindacati, “licenzia per riassumere altro personale, più giovane, per applicare i contratti a tutele crescenti e le agevolazioni che non si possono applicare ai più anziani? Non ci saremmo mai aspettati una modalità del genere di gestione della crisi, che apre le porte alla precarizzazione dei rapporti di lavoro”. I sindacati parlando di “trucchi paradossali” e sottolineano: “Se questa è la strada scelta, resterebbe escluso dalle assunzioni il personale della scuola che ha una anzianità di servizio che va dagli 8 ai 35 anni, con una età compresa tra i 44 ed i 64 anni di età”.

Già con la fusione nel Cei di Gonzaga e Ancelle, dal 2013, erano stati applicati i contratti di difensivi di solidarietà con la riduzione del salario e del tempo di lavoro del 20% fino al 31 dicembre 2014, con l’obiettivo del risanamento dell’azienda.

A seguito degli incontri all’ufficio provinciale del lavoro, si era stipulato un accordo con la riduzione del 19% dello stipendio e del tempo di lavoro. “In totale – spiegano i sindacati – la loro proposta prevedeva la riduzione del 34 per cento, ovvero di un terzo dello stipendio. Inaccettabile”. E così, a fronte di una indisponibilità di parte di lavoratori di vedere ridotta la loro busta paga a circa 800 euro, sono arrivati i licenziamenti.

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