Supplenze docenti e ATA superiori a 36 mesi, sì assunzione se su posti al 31 agosto. Non è automatico risarcimento monetario. Sentenza Cassazione

di Laura Biarella

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Sul rapporto tra reiterazione delle supplenze e risarcimento del danno, la Cassazione (Sezione Lavoro, Sentenza 12 febbraio 2020, n. 3474) ha fornito importanti precisazioni

Nelle ipotesi di reiterazione (realizzatesi dal 10.07.2001 e prima dell’entrata in vigore della L. 13 luglio 2015, n. 107, rispettivamente col personale docente e con quello amministrativo, tecnico ed ausiliario) di contratti a termine per la copertura di cattedre e posti vacanti e disponibili entro la data del 31 dicembre e che erano rimaste tali per l’intero anno scolastico, deve essere ritenuta idonea, a risarcire l’abuso del ricorso alle supplenze, la stabilizzazione acquisita dai docenti (e dal personale ausiliario, tecnico ed amministrativo), attraverso l’operare dei pregressi strumenti selettivi-concorsuali. In tali ipotesi la Cassazione ha affermato, in continuità con i principi già affermati (Sentenza n. 5072 del 2016), che l’avvenuta immissione in ruolo, pur identificandosi in una sorta di “risarcimento” per la reiterazione delle supplenze, non esclude la proponibilità della domanda per il risarcimento dei danni “ulteriori e diversi” rispetto a quelli esclusi dall’immissione in ruolo stessa, con la precisazione che l’onere di allegazione e di prova grava sul lavoratore.

La vicenda

La Corte di Appello aveva condannato il MIUR al risarcimento del danno, in favore di una docente, in misura pari a 7,5 mensilità di retribuzioni, ritenendo che il conferimento delle supplenze è disciplinato dalla L. n. 124 del 1999, art. 4 e, in ragione della specialità della complessiva disciplina ha ritenuto (diversamente da quanto aveva affermato il tribunale) non applicabili le disposizioni del D.Lgs. n. 368 del 2001. Precisato che l’abuso nella reiterazione fosse ravvisabile solo per i contratti conclusi ai sensi dell’art. 4, comma I (supplenze annuali), della L. 124 del 1999, e non per quelli di cui all’art. 4, comma II, (supplenze sino al termine delle attività didattiche), e di cui al comma III (supplenze temporanee) della medesima legge, ha rilevato che non era in discussione che i contratti stipulati con la docente rientrassero nella fattispecie delle supplenze annuali (disciplinate dall’art. 4, comma I). Ha affermato che la L. n. 124 del 1999, art. 4, comma 1, doveva ritenersi in contrasto con la clausola 5 dell’Accordo quadro allegato alla direttiva del Consiglio 28 giugno 1999, n. 1999/70/CE, che prevede e consente assunzioni a tempo determinato in assenza di ragioni oggettive e per fare fronte a esigenze permanenti dell’Amministrazione.

La quantificazione del risarcimento del danno da abusivo ricorso ai contratti a tempo determinato (supplenze)

La Corte d’Appello aveva statuito che non poteva essere disposta la conversione dei rapporti a tempo determinato in un unico rapporto a tempo indeterminato, essendo da ostacolo l’art. 36 del D.Lgs. n. 165 del 2001. Quindi, aveva affermato che il danno da abusivo ricorso alle assunzioni a tempo determinato doveva essere liquidato con applicazione dei criteri indicati nella L. n. 183 del 2010, art. 32, comma V, quantificando l’indennità risarcitoria in misura pari a 7,5 mensilità della retribuzione globale di fatto (5 mensilità più mezza retribuzione per ciascuno dei contratti illegittimi a partire dal terzo).

La tesi del MIUR

 Contro tale sentenza il MIUR ha proposto ricorso per cassazione, denunciando la violazione, da parte dei giudici d’appello, di copiosa normativa:

Il MIUR censura la statuizione con la quale la Corte d’Appello, pur ravvisando il carattere autonomo dell’ordinamento scolastico rispetto ad altri settori del pubblico impiego, ha ritenuto che la L. n. 124 del 1999, art. 4, sia in contrasto con la direttiva 1999/70/CE laddove consente la reiterazione delle supplenze annuali. Il Miur ha rilevato che la normativa comunitaria individua le ipotesi in cui è ammesso il ricorso ai contratti a termine:

Il Miur, dall’esame di tale disciplina comunitaria evince una favorevole considerazione nei confronti dei contratti a tempo determinato, in ragione della garanzia di flessibilità che forniscono, che è considerata un valore da tutelare, a condizione che la conclusione dei rapporti avvenga nel rispetto delle condizioni che ne limitano la praticabilità. In particolare, l’Accordo quadro intende rafforzare la protezione dei lavoratori a tempo determinato, per tutelarli da discriminazioni rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato e da abusi nell’utilizzazione di contratti a termine, ma pur sempre tenendo conto delle peculiarità che, in concreto, possono connotare un determinato ambito nazionale, ovvero determinati settori pubblici o privati e deduce che ciò deve essere considerato nel verificare la sussistenza di “ragioni obiettive”, in presenza delle quali deve escludersi la sussistenza di abusi. Secondo il Miur, il comparto scuola, per le sue proprie specificità, esula dall’ambito di applicazione dell’Accordo quadro allegato alla direttiva 1999/70/CE e della disciplina di carattere generale del contratto a tempo determinato contenuta nel D.Lgs. n. 368 del 2001, e richiama il D.L. n. 70 del 2011, art. 9, comma 18, convertito dalla L. n. 106 del 2011, evidenziando che tale disposizione ha escluso in modo espresso il rapporto di lavoro nella scuola dall’applicazione della disciplina dei contratti a termine.

La funzione delle “supplenze” nelle scuole statali

Il MIUR ha evidenziato che il legislatore, per garantire il diritto costituzionale all’educazione, all’istruzione e allo studio, con la L. n. 124 del 1999, art. 4, ha disciplinato le supplenze per le scuole statali:

  • sia a copertura di posti vacanti,
  • sia a copertura di posti non vacanti,

rimettendo alla normativa secondaria la disciplina di dettaglio dei contratti a tempo determinato, affermando inoltre la reiterazione dei contratti a termine nella scuola, risulta compatibile con la direttiva 1999/70/CE in quanto sorretta da ragioni obiettive che la giustificano:

  • sia per le supplenze annuali (di cui alla L. n. 124 del 1999, art. 4, comma 1),
  • sia per le supplenze temporanee (di cui dell’art. 4, commi 2 e 3 della stessa L. n. 124).

Secondo la Cassazione non si configura il danno per la docente

 La Cassazione, accogliendo il ricorso del MIUR, ha annullato la sentenza resa dalla Corte d’Appello, così vanificando il risarcimento del danno (quantificato in 7,5 mensilità), ed osservando che la docente:

  • era stata stabilizzata a seguito di ripetute assunzioni a termine su posti di organico di diritto, che avevano avuto una durata superiore a 36 mesi;
  • era stata immessa nei ruoli del MIUR in un periodo anteriore alla L. n. 107 del 2015;
  • non ha allegato né provato la sussistenza di danni ulteriori e diversi rispetto a quelli “risarciti” con l’immissione in ruolo, la cui prova graverebbe sulla docente stessa, e che comunque non potrebbero identificarsi con quelli “da mancata conversione e quindi da perdita del posto di lavoro” (secondo quanto affermato dalle Sezioni Unite nella pronuncia n. 5072 del 2016).
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