Supplenti brevi senza lavoro, servirebbe una riflessione. Lettera

Lettera

inviata da **** – Gentile Ministro Lucia Azzolina, sono una giovane (ex) insegnante precaria di scuola primaria.

Da ottobre fino all’inizio di questa emergenza sanitaria ho lavorato in una scuola di ****, in condizioni lavorative e contrattuali assurde, che credo non dovrebbero nemmeno essere permesse.
Ma purtroppo l’Italia è un Paese che premia più la furbizia del merito o del talento e dunque ecco spiegati i miei mesi di lavoro spezzettati in infiniti contratti e contrattini, in risposta a continui cambi di certificati di assenza dell’insegnante che sostituivo.
Cosa che, ovviamente, penalizzava me da un punto di vista economico e garantiva alla titolare il diritto acquisito di starsene a casa propria comodamente.
Inutile dire che alla scadenza del mio ultimo contratto, il 6 marzo, l’insegnante che sostituivo ha deciso di rientrare. Anche se “rientrare” non è esattamente il verbo più opportuno, dal momento che questa non si era mai presentata a scuola; ma formalmente e legalmente pare si debba parlare di “rientro”.
Superfluo è forse anche dire che questa insegnante ha pensato bene di rendersi irreperibile e ignorare ogni messaggio dei colleghi a proposito del suo obbligo alla didattica a distanza.
In effetti dal suo punto di vista potrebbe avere un senso: non ha idea di cosa è stato fatto in classe, non conosce i bambini… In cosa mai potrebbe essere utile?!
Ce lo spiegasse il ministero, dal momento che non si è preoccupato, che so, di specificare che chi era assente da oltre un certo lasso di tempo non poteva più “rientrare”. Magari anche in virtù del principio della continuità didattica.
Queste ferie de facto dell’insegnante, ça va sans dire, sono pagate coi soldi dei contribuenti.
Eh, sì,i diritti dei lavoratori sono sacrosanti, ma così dovrebbero esserlo anche i doveri.
Ed è poi piuttosto sciocco e inutile parlare di statali “fannulloni” quando non si fa niente per diversificare i primi da chi invece svolge il proprio lavoro con serietà. Quando non si investe nel merito, in parole povere…
L’ermetico riferimento al “budget” dell’ultima nota ministeriale mi fa sospettare che la logica che vi è dietro sia di taglio, di risparmio. Che tuttavia non viene praticato verso quelle situazioni di effettivo spreco,bensì sulla pelle dei meno fortunati, dei meno protetti. Dei soliti noti precari, insomma.
È vero, al contrario di molti, io sono giovane e non ho una famiglia, ma per questo merito di essere lasciata senza un reddito, peraltro in una situazione in cui mi è impossibile trovare altro (normalmente io lavoro anche dando ripetizioni e insegnando privatamente inglese, mentre in estate faccio l’accompagnatrice turistica, ma ovviamente non potrò svolgere questi lavori almeno per un po’)?
Mi rivolgo a Lei in quanto ex precaria della scuola (ha ripetutamente fatto riferimento a questa parte del suo passato): a meno che non porti estremamente bene i suoi anni e abbia in realtà vissuto i tempi della Spagnola del 1918, questa situazione è senza precedenti, ma può provare a immaginare se fosse accaduta ai tempi del suo precariato e delle perenni incertezze.
Proprio perché sono giovane, posso ancora decidere in cosa investire.
Mi sono laureata col massimo, parlo quattro lingue e questa professione mi interesserebbe davvero.
Non ho avuto modo di potermi iscrivere alle graduatorie della mia classe di concorso, né men che meno partecipare a un vero concorso, essendomi laureata nel 2018.
Ma ciò nonostante, questa professione continua a interessarmi.
I miei dubbi sono, piuttosto, sulla schizofrenia di un Paese che sacrifica forme di sostegno e di welfare state in nome di una presunta efficienza economica pseudo-liberista. Efficienza a cui però comunque non arriverà mai, dato che non si valorizza il merito.
Le auguro un buon lavoro in questo momento di grande crisi collettiva. E che questa crisi possa portare con sé anche un minimo di riflessione.

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