Sulla scuola si abbatte il ciclone del liceo breve e dell’obbligo a 18 anni, riforme che non tengono conto della realtà. Lettera

di redazione
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Prof. Patrizia Esposito, Docente genovese di materie letterarie e latino – Come da tradizione ormai consolidata, oltre alle perturbazioni di fine estate il mese di agosto porta dal ministero della pubblica istruzione riforme ambiziose ma di assai problematica attuazione.

In questi giorni in particolare la ministra Fedeli propone la riduzione delle superiori a quattro anni, affrettandosi subito a rassicurare che agli studenti sarà garantito “il raggiungimento di tutti gli obiettivi di apprendimento”.

Proponimento affascinante, ma come realizzarlo? La ministra ha pensato bene di scaricare sugli insegnanti questo peso: raccoglierà da cento scuole altrettante proposte di articolazione e rimodulazione dei piani di studio. Ritengo veramente scorretto che si scarichi su di noi docenti responsabilità operative che mai e poi mai dovrebbero competerci: la posta in gioco è la ridefinizione dei programmi!. O meglio, la loro riduzione: eccoci, siamo arrivati. E’ questo il punto. Possiamo cantarla come vogliamo ma la questione cruciale è: come adeguare la solida tradizione culturale italiana alle istanze che ci vengono da una realtà in continua e talvolta drammatica evoluzione? E ridurla in quattro anni per di più?

Sarebbe molto più proficuo preoccuparsi di consolidare l’esistente: formare (e assumere!) il personale tecnico dei laboratori, assicurare ad ogni classe Lavagne LIM, tablets (funzionanti, per favore), computers. Sarebbe molto meglio dotare ogni scuola di personale addetto al funzionamento delle reti senza indurla a contattare volonterosi con interessi specifici ma molto spesso senza formazione o con una preparazione autonoma (a spese proprie, ovviamente) Sarebbe prioritario risolvere l’annoso problema della cronica impreparazione alla lingua inglese, magari decidendosi finalmente a focalizzare i ragazzi sulla lingua parlata e non sullo studio pedissequo delle regole grammaticali. Sarebbe, ma non può essere. Questo ministero non ha il tempo materiale né la forza di impegnarsi così a fondo: molto meglio magniloquenti, e vacue, riforme.

Per le materie umanistiche la questione, come recentemente ribadito anche dal professor Asor Rosa, è un’altra semmai: aggiornare i programmi di storia e letteratura italiana al Novecento. Difficile, ma oramai ineludibile.

Siamo tutti consapevoli che bisogna, eh si proprio si deve, fare spazio (e sarebbe quasi l’ora) agli autori contemporanei ma in un momento storico così difficile i grandi cambiamenti ci fanno sentire più fragili e ci fanno aggrappare ancora più pervicacemente al nostro retaggio scolastico, ai nostri ricordi. Rimuovere un autore o ridimensionarlo provocherebbe, e provocherà, polemiche a non finire, a livello nazionale e financo locale: pensiamo a quanto può contare Alfieri per Asti, ad esempio. Lo stesso dicasi, ovviamente, per lo studio della storia: abbiamo metabolizzato gli anni di piombo? Possiamo raccontarli pacatamente ai nostri ragazzi? E come introdurremmo Che Guevara, la decolonizzazione, la rivoluzione culturale cinese? Non siamo pronti, ma non è detto che per fare qualcosa si debba esserlo: se si deve fare, e si deve, si faccia.

Ma non si ottiene nulla obbligando qualcuno a scaldare una sedia fino a diciotto anni. Quel che conta semmai è la motivazione dei ragazzi, e soprattutto quella dei loro genitori.

Per contro, dopo trent’anni di carriera sono assolutamente certa che il ciclo più importante è quello di cui si parla meno: le elementari. Se un alunno arriva in prima media con una lettura incerta, una pessima grafia, se è convinto che Trapani è in Lombardia e ha un livello bassissimo di attenzione vuol dire che lì qualcosa non ha funzionato, che i maestri e le maestre sono stati lasciati soli di fronte ad una crisi sociale, storica e morale che li lascia in prima fila a sostenere e talvolta a sostituirsi alle famiglie. Invece di progettare improbabili e improponibili scorciatoie didattiche, focalizziamo la nostra attenzione su ogni singolo ciclo, evitando di renderlo per forza propedeutico al successivo. Non hai imparato? Imparerai. Non sai fare? Farai.

In particolare per ciò che concerne gli istituti tecnici e professionali, non è vero che necessariamente debbano orientare all’università: un Paese come il nostro, che ha nella sapienza artigianale e tecnica un’eredità plurisecolare, non fa altro che rendere manifesta la più ovvia verità, e cioè che sono sì gli ingegneri a progettare ponti e strade che saranno però i tecnici a realizzare.

Qualsiasi progetto di cambiamento deve tenere conto della realtà su cui va a ricadere. La nostra peculiarità di europei non può quindi appiattirsi sulla tradizione pragmatica anglosassone del “Faccio, dunque imparo”, ma su quella a noi più vicina del “Penso, dunque sono”.

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