“Sulla pelle dei bambini e degli insegnanti non ci può essere un rischio calcolato. Trasformare le città in grandi aule”

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Lettera aperta al Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi e al Ministro della Salute Roberto Speranza di Fabio Bocci*.
Egregi Signori Ministri dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, e della Salute, Roberto Speranza, mi chiamo Fabio Bocci e vi scrivo sia in qualità di studioso di scienze dell’educazione (sono Professore Ordinario di Didattica e Pedagogia speciale presso l’Università degli Studi Roma Tre) sia di genitore di una ragazza che frequenta il IV anno in un istituto di scuola secondaria di secondo grado di Roma.

Le notizie che stiamo leggendo e ascoltando in questi giorni in merito alla decisione di riaprire al 100% l’accesso in presenza negli istituti scolastici a partire dal 26 aprile 2021 è fonte, e non solo per il sottoscritto, di non poche perplessità e preoccupazioni.

Soprattutto perché sono accompagnate da affermazioni (riportate dai media) che sorprendono e, mi sia consentito, impensieriscono non poco.
Mi riferisco in primo luogo a quanto da Lei asserito, Ministro Speranza, domenica 11 aprile durante la trasmissione televisiva Che tempo che fa (e riportato da Il Messaggero on line nella stessa data).
Lei dice che riaprire le scuole comporta “un elemento di rischio” ma, aggiunge immediatamente, che possiamo investire su questa apertura il “tesoretto” (in termini di riduzione dei contagi) accumulato con le chiusure.

Un discorso che ovviamente è in sintonia con quello del Presidente del Consiglio Draghi, il quale riferendosi alle riaperture su larga scala a partire dal medesimo 26 aprile, inclusa quindi la Scuola, parla di “rischio ragionato” o “rischio calcolato” (riportato dal Quotidiano Nazionale del 17 aprile 2021), ragionamento che porta Lei, Ministro Bianchi (almeno stando a quanto riportato da Orizzonte scuola il 16 aprile us), a dire che La scelta del Governo è chiara e che La scuola è una priorità nella sua azione.

Che la scuola debba essere una priorità nell’azione del Governo (“un architrave” per richiamare ancora le parole del Ministro Speranza) è cosa buona, anzi sacrosanta. Tuttavia, mi sia e ci sia consentito Ministro Bianchi, è altresì una cosa che sentiamo ripeterci da anni e, in modo contingente alla situazione Pandemica, da circa un anno con sistematicità più o meno da tutti.

Di fatto, però, in questo anno molto si è dichiarato sul fronte degli investimenti nell’implementazione dei trasporti, nella riduzione del numero degli studenti per classe (vedi alla voce “classi pollaio”), nel conseguente ampliamento degli organici degli insegnanti, sull’adeguamento degli spazi, sui tracciamenti precoci ecc… ma poco o nulla si è fatto. E Lei stesso
Ministro Bianchi, nel già citato articolo afferma che (virgolettato ripreso dal testo dell’articolo): “Nei prossimi giorni lavoreremo con i nostri Uffici territoriali, gli Enti locali, le scuole, i tavoli prefettizi”.

In altre parole, non si è lavorato prima in modo da arrivare alla decisione di riaprire perché si sono creati i doverosi presupposti, ma si decide di aprire e poi ci si mette all’opera per risolvere in dieci giorni scarsi (quelli che ci separano dal 26 aprile) ciò che non si risolto (perché non fatto) in ormai più di un anno (per fermarci solo all’emergenza Covid-19).

In altri termini si “riapre” (se vogliamo proprio stare dentro questo discorso delle “scuole chiuse”, cosa peraltro non vera) nelle stesse condizioni (sovraffollamento, mancanza di tracciamenti, trasporti non implementati, ecc…) a causa delle quali si era deciso di chiudere o di ridurre la percentuale del numero di studenti per classe.

Il tutto in una situazione Pandemica nel nostro Paese che vede ancora un elevato numero di contagi giornalieri – se si fanno sufficienti tamponi oscilliamo ancora tra 13.000 e 18.000 casi (oggi 16 aprile, mentre vi scrivo 15.370) – e uno straziante e inaccettabile altissimo numero di morti (oggi ancora 310). Per non parlare del “piano vaccinale” che nei fatti arranca per tutta una serie di concause.

Ed è su tutto questo che irrompe e sconcerta l’affermazione del Ministro Speranza sul “tesoretto” che possiamo “investire” sulla scuola, decidendo (senza aver fatto praticamente nulla) di rimandare tutti e gli otto e passa milioni di studenti (e i loro insegnanti) in classe. Perché, al di là del rischio richiamato da alcuni che con questa decisione ci “giocheremo le vacanze” (cosa del tutto secondaria rispetto al resto, mi sia consentito), qui la cosa seria e grave è che tornando ad aumentare i contagi
(“il tesoretto su cui investire”) aumenteranno anche i morti.

Ma è proprio su questa possibile obiezione che sembra innestarsi il ragionamento del Governo sul rischio “calcolato” o “ragionevole”. Come a dire: lo sappiamo, ne teniamo conto, ma è un rischio che “va corso”, perché i nostri calcoli ci dicono che possiamo essere sufficientemente ottimisti.

Ora, calato sulla scuola, cari Ministri, questo ragionamento è, consentitemelo, inaccettabile. È inaccettabile perché nessun/a insegnante, nessun/a dirigente, nessun/a operatore/ice scolastico/a (in quanto lavoratori/ci), nessun/a studente/essa e nessun loro famigliare può essere posto in una condizione di rischio, anche fosse minimo, di salute per vedere riconosciuto il diritto all’istruzione.

È inaccettabile perché questo comportamento dello Stato, che voi rappresentate, il quale costituzionalmente deve sì garantire il diritto all’istruzione ma allo stesso tempo quello alla salute, rischia di somigliare tremendamente al comportamento del protagonista del primo film-capitolo del “Decalogo” di Kieslowski , un genitore che convinto della validità dei suoi calcoli probabilistici al computer consente al figlio di andare a pattinare su un laghetto ghiacciato, che invece cede risucchiando il bambino che finisce con il perdere la vita.

Ebbene, sulla pelle degli insegnanti, dei dirigenti, del personale scolastico in quanto lavoratori, sulla pelle dei bambini e delle bambine, delle ragazze e dei ragazzi, e dei loro familiari, non può essere fatto nessun ragionamento di “rischio calcolato”.
Detto questo, e con forza, comprendo però (non sono ingenuo) che su queste riaperture “anticipate” (compresa quella della scuola al 100%) si sta giocando una partita di “tenuta sociale” e, soprattutto, di “tenuta politica” e voi siete chiamati ad assumere decisioni e a correre dei rischi.

E allora cari Ministri, visto che siamo tutti d’accordo sul fatto che la scuola è una priorità e che la presenza è un valore, non fosse altro per tutte le implicazioni di natura anche socio-affettiva di cui è portatrice, l’unico rischio che dobbiamo correre (e in questo caso correremmo insieme) è quello di riaprire sì, ma in modo differente. Torno a dirlo e a scriverlo diversi mesi dopo averlo suggerito (19 agosto 2020), inascoltato, anche alla Ministra Lucia Azzolina.

Corriamolo questo rischio in questo mese e poco più di scuola restante, di trasformare le nostre città in immense aule all’aperto. Se è vero che la nostra massima preoccupazione è il benessere dei/delle nostri/e bambini/e, delle/i nostre/i ragazze/i, quello che dobbiamo e vogliamo vedere in questa ultima fase della scuola sono i parchi, i giardini, le ville comunali, le strade, i monumenti, i luoghi della memoria e quant’altro – financo i cimiteri, tutti ricchi di Storia e di storie (basti pensare ai monumentali come il Verano o Staglieno, allo splendido Cimitero degli Inglesi nella Piramide Cestia a Roma, ma anche ai tantissimi e bellissimi nelle altre città e cittadine) – frequentati e abitati da alunne/i, studentesse/i con le/i loro insegnanti. Maestre e maestri, professoresse e professori con le/i loro allieve/i che osservano, prendono appunti, conversano, si confrontano, ripassano, leggono, scrivono, sperimentano… e anche si preparano in questo modo agli esami, per tutti coloro che devono affrontare questo importante appuntamento.

Questo è l’unico rischio che davvero dobbiamo avere il coraggio di correre: il coraggio di giocare la partita non sul terreno del virus (che fino ad ora ci ha battuti), inseguendolo, ma sul piano dell’immaginazione, anticipandolo. E lo possiamo fare (insieme, su questo mi metto subito a disposizione e sono certo che vale lo steso per moltissimi altri studiosi, così come dei movimenti e delle associazioni di settore) spezzando l’idea che Scuola (che è primariamente un valore e non solo
uno spazio fisico) significhi solo classe; rompendo l’incantesimo nefasto che il tempo dell’apprendimento formale coincida con quello segna(la)to dalla campanella; superando finalmente l’idea che il processo di insegnamento-apprendimento si risolva nella spiegazione, nello studio a casa e nelle verifiche (una rappresentazione questa che infastidisce, giustamente, molti docenti ma che fatichiamo ancora ad abbandonare definitivamente).

Immaginiamo gruppi di lettura, di studio, di ascolto all’aperto, laboratori esperienziali negli spazi del sociale, osservazioni e ricerche in natura, approcci ludici alla conoscenza. Immaginiamo una scuola diffusa sul territorio, le/i nostre/i figlie/i davvero al centro di un progetto di rinnovamento e di ripartenza.

Cari Ministri Bianchi e Speranza, se non riuscite a intravederla voi questa possibilità, voi che avete una provenienza personale, una cultura e una visione umanistica, allora chi altri?
Per questo, permettetemelo con il rispetto che nutro per le istituzioni e chi le rappresenta, risultano stonate le vostre dichiarazioni su “tesoretti” e “rischi ragionati”.

Da voi ci si attende qualcosa d’altro che i discorsi populisti che ormai hanno colonizzato la politica. Da voi ci si aspetta coraggio. Il coraggio, citando quel bellissimo passo della saga di Harry Potter, a cui fa riferimento Albus Silente quando invita i/le ragazzi/e a riflettere sul fatto che potrebbero presto trovarsi a dover scegliere “tra ciò che è giusto e ciò che è facile”, e che questa scelta, che presuppone un atto etico, va affrontata tenendo sempre in mente l’idea di giustizia.

Oggi ciò che è facile è rimettere tutti dentro quattro mura per soddisfare una richiesta che viene soprattutto dalla nostra pancia. La quale ha pure le sue ragioni, per carità, ma non per questo ha sempre ragione e dobbiamo per forza darle ragione.
Ciò che è giusto, di contro, è lasciare che l’immaginazione ci guidi verso scelte diverse da quelle dove tutti si stanno gettando, e invitano a gettarci, solo perché c’è scritto “soluzione”.

Pensateci. Il “rischio calcolato”, peraltro su basi scientifiche a dir poco labili (come stanno segnalando inascoltati molti studiosi come Galli, Crisanti, Battiston, Tosi, Ferretti e altri), può generare un errore fatale, un ulteriore tilt del sistema, con conseguenze che difficilmente vi saranno perdonate sul piano politico e che – per quel poco che mi è dato conoscervi, quali persone profondamente oneste – sono certo non vi perdonereste neppure voi stessi, anche sul piano personale.

*Prof. Fabio Bocci

Professore Ordinario (Full Professor) di Pedagogia e Didattica Speciale (Special Education)

Dipartimento di Scienze della Formazione (Department of Education)

Università Roma Tre (University of Roma Tre)

Coordinatore del Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria

Direttore​del Corso di Specializzazione per il Sostegno Didattico
Responsabile Scientifico del Laboratorio di Ricerca per lo Sviluppo dell’Inclusione Scolastica e Sociale

Coordinatore del Gruppo di lavoro nominato dal CRUL per il coordinamento delle attività didattiche svolte nell’ambito dei percorsi formativi abilitanti all’insegnamento

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