Suicidi tra gli insegnanti, quanti nell’ultimo triennio? Una strage che può divenire di Stato

di Vittorio Lodolo D'Oria
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Si è chiuso il 2017 ed è tempo di bilanci, anche se impietosi come quello che ci accingiamo a fare in una categoria (quella degli insegnanti) seppellita da nocivi e insulsi stereotipi.

Andremo a valutare i suicidi occorsi tra i docenti nell’ultimo triennio di cui la stampa ha dato notizia. Diremo subito che l’Istat rileva dati nazionali in merito ma senza effettuare stratificazione in base alle categorie professionali, come invece fanno Francia e Regno Unito, né indagandone le cause prevalenti.

Ci siamo perciò rassegnati a fare una ricerca che è alla portata di tutti inserendo tre parole chiave in una semplice ricerca su Google: 1) suicidio; 2) insegnante; 3) anno in cui la ricerca è svolta (2015/16/17).

Cominciamo col dire che i dati riguardo ai suicidi sono ampiamente sottostimati per evidenti ragioni che l’Istat ben illustra: non tutti i suicidi vengono alla luce perché spesso la famiglia del defunto evita di divulgare il fatto alla comunità.

Altri spunti di lettura interessanti ci vengono dalle statistiche nazionali e internazionali (USA) ove si rileva che l’uomo si suicida 4 volte più della donna, mentre la donna tenta il suicidio 4 volte più dell’uomo: particolare assai interessante in una categoria professionale costituita da noi per l’83% da donne.

2015

In Italia i suicidi di insegnanti avvenuti nel 2015 sono risultati 9, di cui 5 femmine e 4 maschi. Età media: 48,5 anni. Sono avvenuti tutti al Sud a eccezione di uno (Rapallo) e hanno avuto luogo tutti in realtà di provincia. In 7 casi è avvenuto per precipitazione, 1 per soffocamento e 1 per avvelenamento. La cronaca riporta anche un Tentato Suicidio (TS) di un insegnante precario.

2016

I suicidi di insegnanti avvenuti nel 2016 sono risultati 6, di cui 5 femmine (due precarie e una in pensione) e 1 maschio. Età media: 49,8 anni. Sono avvenuti tutti al Sud e in realtà di provincia. In 5 casi è avvenuto per soffocamento e 1 (M) per arma da fuoco. La cronaca riporta anche 4 casi di TS (1M e 3F).

2017

I suicidi di insegnanti avvenuti nel 2017 sono stati 22, di cui 16 femmine e 6 maschi. Età media: 51,3 anni. Sono avvenuti 17 al Centro-Sud e 5 al Nord. Hanno avuto luogo tutti in realtà provinciali a eccezione di 2 (Venezia e Bari). In 10 casi è avvenuto per precipitazione, 9 per soffocamento, 2 con arma da fuoco (1M e 1F) e 1 per avvelenamento. Quattro insegnanti erano già in pensione. La cronaca riporta anche 4 casi di TS (1M e 3F)

Riflessioni specifiche e generali

Non possediamo un termine di paragone per dire se gli eventi suicidari individuati attraverso il motore di ricerca nel triennio sono “pochi” o sono “molti”. Di sicuro possiamo dire che sono “troppi” in numero assoluto per non occuparcene.

  1. Certamente sono sottostimati perché relativi al Centro-Sud e quasi esclusivamente riferiti a realtà di provincia. Quest’ultimo dato è infatti confutato dalla letteratura internazionale che considera a maggior rischio di usura psicofisica le helping profession che operano nelle realtà dei centri urbani rispetto a quelle nelle aree rurali. Il fenomeno potrebbe semplicemente spiegarsi col diverso rilievo che i media danno al suicidio di una persona comune in una piccola realtà di provincia in cui è più o meno nota, rispetto a un grosso centro urbano che garantisce l’anonimato.
  2. I dati ISTAT definitivi sul suicidio oggi disponibili sono quelli riferiti al 2014 e ci fanno notare un fenomeno interessante. Mentre gli uomini tendono a suicidarsi circa 4 volte più delle donne e in proporzione all’invecchiamento (13,2 x 100.000 abitanti nella fascia di età 45-64 anni e 20,1 oltre i 64 anni) le donne stanno effettuando una inversione di tendenza in cui la fascia oltre i 64 anni viene superata per la prima volta da quella 45-64 (4,2 vs. 3,8). In altre parole la donna tende oggi a suicidarsi, rispetto a ieri, soprattutto in fase di attività lavorativa. Primi effetti di una riforma previdenziale frettolosa entrata in vigore nel 2012? Non dobbiamo dimenticare inoltre il fenomeno menopausale della donna che avviene nella suddetta fascia di età 45-64 e non è mai stato considerato in sede di riforma previdenziale in barba all’art 28 del DL 81/08. Vale qui la pena solamente ricordare che l’esposizione della donna al rischio depressivo è quintuplicata per tutto il periodo perimenopausale rispetto alla sua fase fertile.
  3. Francia (2005) e Regno Unito (2009) sono i due soli Paesi che hanno valutato il rischio suicidario degli insegnanti rilevando i livelli più alti rispetto a tutte le altre categorie professionali e alla popolazione generale. L’Italia si è finora addirittura rifiutata (Ufficio III del Ministero Economie e Finanze) di processare i dati relativi ai 13 anni di attività delle CMV regionali per riconoscere ufficialmente le malattie professionali degli insegnanti. Queste ultime, secondo le ricerche oggi disponibili, presentano diagnosi psichiatriche nell’80% dei casi e spiegherebbero, almeno in parte, l’alto tasso suicidario contro cui attuare la prevenzione di legge (DL 81 art.28) oggi inapplicata.
  4. Non vi è dubbio che anche in Italia vi possano essere analoghi dati proprio perché l’alta usura psicofisica è da attribuirsi alla peculiarità della professione (particolare rapporto con l’utenza). I dati a disposizione sulle inidoneità all’insegnamento per motivi di salute fanno inoltre rilevare che le diagnosi psichiatriche sono 5 volte più frequenti delle disfonie. Ciò premesso, e in attesa di conoscere la situazione reale, possiamo affermare che l’alta percentuale (83%) di presenza femminile tra i docenti è di per sé un elemento limitante i suicidi. Qualora avessimo infatti un corpo docente tutto maschile, avremmo la quadruplicazione dei suicidi tra che sono già altissimi.
  5. Nel 2008 in Italia esce il DL 81 che, all’art. 28, prevede la tutela della salute per le helping profession (prima fra tutte quella dei docenti) con il monitoraggio e la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato valutando anche genere ed età del lavoratore. Sembra scritto apposta per il corpo docente di cui l’età media è 50 anni e il genere è, come detto, femminile all’83%. Lo stesso decreto, mai finanziato, resta inapplicato fino ad oggi e, nonostante tutti i proclami, viene varata la riforma previdenziale Monti-Fornero completamente “al buio”, cioè senza valutazione della salute della categoria, dell’invecchiamento anagrafico, dell’anzianità di servizio e delle relative malattie professionali non ancora riconosciute ufficialmente.
  6. Sembra che le istituzioni ritengano più conveniente mantenere i docenti schiacciati dagli stereotipi dell’opinione pubblica in modo che non alzino la voce. Lo Stato non interviene più nemmeno quando i docenti vengono malmenati dall’utenza. Gli schieramenti politici non si preoccupano poi minimamente per la salute della classe docente e neanche spendono una parola nei programmi elettorali per le elezioni politiche del 2018. Anche le numerose petizioni sottoscritte dai docenti sono esclusivamente rivolte a legittime rivendicazioni salariali senza arrivare a comprendere che stipendi più alti non proteggono dalle malattie professionali, come ne danno prova Germania, Francia e Regno Unito. Nessuno sembra accorgersi che i suicidi messi in evidenza dalle cronache locali nel 2017 sono quasi quadruplicati rispetto all’anno precedente. Abbiamo spesso sentito parlare di femminicidio, anche e soprattutto dalla titolare del MIUR che ne ha fatto un suo cavallo di battaglia, ma la salute degli insegnanti (83% donne, ricordiamolo ancora una volta) non sembra riscuotere interesse nemmeno quando l’estremo gesto sancisce l’epilogo di una vita professionale e al contempo privata.

Con questa ricerca non è possibile tirare conclusioni ma certamente si vuole lanciare un grido d’allarme per evitare una strage degli innocenti in uno scenario che appare oggettivamente lugubre e cupo. Sempre i dati Istat ci dicono che il fenomeno del suicidio in Italia è assai ridotto rispetto ai Paesi della UE (solo Grecia e Cipro hanno un tasso più basso del nostro), ma è giunto il momento in cui l’Italia non campi più di rendita e stratifichi i dati in base alle professioni, riconosca le malattie professionali, infine finanzi e attui la prevenzione. Si vuole però fermamente sostenere che vi sono fin troppi elementi per non avviare un serio approfondimento sulla questione: alto numero di diagnosi psichiatriche nelle inidoneità all’insegnamento; alto numero di suicidi; statistiche di altri Paesi; assenza di riconoscimento e prevenzione delle malattie professionali, conseguenze di riforme previdenziali al buio in barba al DL 81/08 e via discorrendo. Rifiutarsi di intervenire di fronte a un così elevato numero di lavoratori morti equivale a essere responsabili di una strage insieme a chi, per statuto come i sindacati, è chiamato a tutelarne la salute ma preferisce voltarsi dall’altra parte.

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