Sugli insuccessi della scuola italiana anche il mondo accademico dovrebbe fare il “Mea Culpa”. Lettera

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Il problema della scarsa conoscenza del lessico e le difficoltà nella gestione della sintassi e del periodo, il cosiddetto analfabetismo di ritorno, era già stato sollevato diversi anni fa da Tullio De Mauro, ma in pochi si sono preoccupati di affrontare adeguatamente il problema, anche attraverso ulteriori indagini, e di intervenire in maniera adeguata.

In pratica, si grida allo scandalo, si mettono sotto accusa scuola e docenti senza preoccuparsi minimamente di intervenire direttamente sulle cause.

Forse in pochi, consapevolmente o inconsapevolmente, sanno che da decenni è stato messo in atto un sistematico smantellamento
dell’istruzione pubblica, propagandato come adeguamento alle mutate condizioni sociali e che, di fatto, ha portato a tutta una serie di cambiamenti e innovazioni a livello metodologico e didattico (direi mode educative), dalla Scuola dell’Infanzia alla Scuola Secondaria di Secondo grado, che hanno indebolito notevolmente le abilità linguistico-espressive, logico-matematiche e culturali, in genere, degli alunni.

Senza entrare nel merito delle numerose sigle che caratterizzano queste mode educative, introdotte senza alcuna documentazione
scientifica sulla loro validità, brevemente mi soffermo sul fatto che, nonostante le ben visibili lacune e gli esiti negativi delle numerose indagini Ocse-Pisa, nessuno, a livello politico e a livello scientifico, si è mai preoccupato di capire realmente le cause di
questa regressione o, quantomeno, interrogarsi su eventuali problemi legati alla pedagogia e alla psicologia dell’apprendimento. In
pratica, nessuno si è mai chiesto perché, oggi, gli alunni hanno difficoltà nell’apprendimento o apprendono male.

La comunità accademica, da tempo nelle università la ricerca pedagogica e psicologica applicata alla didattica è ai minimi storici,
oltre a lanciare questo grido d’allarme, dovrebbe adoperarsi e promuovere studi e indagini scientifiche, in collaborazione con i
docenti dei vari ordini di scuola, per scoprire le cause e progettare i relativi interventi.

Scandalizzarsi, o dare i numeri come ha fatto la responsabile scuola del Pd, cinquantamila insegnanti in più per le attività di recupero e 40 milioni di euro per la formazione in servizio, serve a poco. I problemi si risolvono con interventi mirati a livello scientifico in grado di individuare e rimuovere le cause. In tutto ciò le Università o, meglio, le cattedre di pedagogia e psicologia, dovrebbero avere un ruolo primario per riformare ciò che a livello educativo e didattico non va, a partire anche dall’ impostazione metodologica e didattica, non sempre efficace, dei vari libri di testo.
Sugli insuccessi della scuola italiana anche il mondo accademico dovrebbe fare il “mea culpa”.
Fernando Mazzeo

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