Suggerimenti per una matematica umanistica (con un pizzico di antropologia)

di Eleonora Fortunato
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Sabato mattina. Porti tua figlia a un corso di filosofia coi bambini (è molto meno hipster di quello che sembra). Si lasciano i figli lì per un’oretta circa e intanto si corre a comprare la verdura nel mercato di fronte.

Esce il tempo anche per un caffè. Giovanni, il papà di Cloe, mi racconta di un’iniziativa culturale che si tiene in queste settimane all’Auditorium Parco della Musica, Dialoghi matematici.

Con lui, che di mestiere fa l’informatico, e la moglie antropologa abbiamo parlato spesso di come andrebbe insegnata la matematica ai bambini e ai ragazzi – molestare amici e conoscenti su questi temi rientra nel mio mestiere, in più loro sono due tipi che dopo una giornata intensa di lavoro trovano comunque la forza per costruire modellini, progettare robot, parlare di algoritmi con la figlia che non ha ancora iniziato nemmeno le elementari e tante volte sono emerse visioni comuni. Questa volta però mi hanno spiazzata.

Gli studenti hanno difficoltà ad appassionarsi alla matematica perché non viene presentata come un’impresa umana, per esempio non se ne racconta mai la storia”. Anni e anni di verbosa retorica sull’utilità pratica dei numeri cancellati con un’osservazione che ha la forza lapalissiana del buon senso.

Giovanni e Marcella sono due persone politicamente e culturalmente avvertite e sanno che la didattica si muove in un’altra direzione (storia della matematica e della scienza sono insegnamenti che vanno scomparendo persino da molti corsi di laurea specifici): fin dalle medie, ma possibilmente anche prima, martelliamo i nostri studenti con cose del tipo ‘conoscenze spendibili’, matematica applicata alla ‘tecnoscienza’, quando invece i numeri e le forme potrebbero essere presentati come un’intensa avventura intellettuale in grado di rivelare ai ragazzi qualcosa di più su loro stessi, oltre che come uno strumento raffinato di conoscenza del mondo fisico.

Esattamente al pari della filosofia, della letteratura, della musica, dell’arte, discipline che tutte insieme, non a caso, hanno rappresentato per secoli il bagaglio degli studia humanitatis. Il pensiero corre allo straordinario magistero di Giorgio Israel, che tante di queste considerazioni ha ispirato, e ad Ana Millan Gasca, con la quale delle stesse cose discuto spesso e che nel suo Numeri e forme (Zanichelli 2016) propone ai docenti di scuola primaria un modello concreto di insegnamento ‘umanistico’ della matematica (in questa intervista ce n’è un assaggio.)

Ma il pensiero corre anche ai miei anni di università, quando a Pisa noi studenti fuori sede di Lettere, Matematica e Fisica cominciavamo seduti alla mensa interminabili discussioni serali, e poi notturne, su Epicuro, sul teorema di Gauss e sui polimeri. E a nessuno veniva in mente che un giorno non ci saremmo sentiti più etairoi (compagni) dello stesso viaggio.

A proposito di studia humanitatis, è stato bello in questi giorni concedersi il lusso di partecipare a una lecture di Federica Crivellaro, studiosa di Antropologia biologica all’università di Cambridge, per gli studenti del primo anno del Liceo Marymount.

Prima che la lezione abbia inizio, le domando un paio di cose su di sé e così scopro che dopo la laurea in Lettere classiche con indirizzo archeologico a Padova e una borsa di studio al CNR di Roma, Federica è volata a Cambridge per un dottorato. Lì i docenti l’hanno accolta a braccia aperte, stupiti e incuriositi dal suo background così insolito per un futuro scienziato, permettendole di innestare il suo sapere storico e letterario in un un altro sapere, più biologico e scientifico, e di dare così inizio a una nuova e straordinaria impresa umanistica.

Io poi mi incanto per due ore a vederla maneggiare scatole craniche e altri vari reperti ossei di migliaia di anni fa, sperando che anche agli studenti passi un po’ del suo ardore, tra un Australopithecus Afarensis, un Paranthropus e un Homo ergaster.

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