Studenti uno ‘ndrangheta zero: anche se minorenni possono partecipare ai processi, storica sentenza

La scuola sfida il codice di procedura penale e vince contro la ‘Nadrangheta e i suoi avvocati. Non volevano, i legali dei mafiosi, che gli studenti minorenni assistessero alle udienze del più imponente processo contro la criminalità organizzata calabrese, ma alla fine hanno avuto anche loro una lezione.

“È vero il riferimento alla maggiore età nell’articolo 471 del codice di procedura penale prevede che per assistere ai processi bisogna essere maggiorenni – sentenzia il Tribunale di Reggio Emilia – ma riteniamo che in questo caso si possa derogare perché la partecipazione degli studenti al processo è un fondamentale ausilio alla formazione dei giovani alla legalità, visto anche l’interesse particolare riconosciuto al processo Aemilia”. Ha una portata storica la sentenza emessa dal Tribunale di Reggio Emilia sulla ‘Ndrangheta, una sentenza che coinvolge la scuola, gli insegnanti, gli studenti. E ha un sapore culturale, educativo, che si aggiunge e anzi va oltre gli obiettivi delle solite sentenze di condanna. E’ la prima volta che succede.

Arrivati a centinaia – novecento in un giorno – a seguire le udienze del processo “Aemilia” in corso a Reggio, gli studenti delle scuole emiliane di vari comuni emiliani, minorenni, sono stati presi a male parole ai parenti degli imputati. “Andate a studiare, andate a scuola, che cosa ci fate qui?”. I ragazzi erano arrivati in aula grazie a un progetto dell’associazione Libera contro le mafie, convinta che la partecipazione dei ragazzi ai processi di ‘Ndrangheta sia decisiva per far crescere e far lievitare in loro il senso di legalità proprio in una fase storica nella quale è grandissima la capacità penetrativa della criminalità organizzata in zone che fino a pochi anni orsono si ritenevano refrattarie al fenomeno. E invece Reggio Emilia si è trovata a dover ospitare il più imponente processo alla ‘Ndrangheta, ora arrivato in Corte d’appello a Bologna: 150 imputati, tante donne, tra i quali anche personaggi del luogo, anche rappresentanti delle istituzioni. La zona è ricca, ma non è stata risparmiata dalla crisi economica arrivata nel 2008, le organizzazioni ne hanno approfittato per entrare in simpatia con imprenditori del posto in debito di ossigeno finanziario con i quali entrare in affari. Non solo con loro ma soprattutto con loro. Per impedire che la situazione sfugga di mano e che il tessuto sociale, pur estraneo ancora a una pregnante sottocultura mafiosa che è storicamente più diffusa al Sud, si lasci permeare dalla pressione criminale, le scuole, in collaborazione con le associazioni del volontariato più impegnate nel sociale e con gli enti territoriali e gli ex Provveditorati agli studi, hanno intrapreso da tempo azioni di sensibilizzazioni delle giovani generazioni. Una di queste iniziative ha visto coinvolte alcune scolaresche che hanno presenziato alle udienze del processo in questione. I ragazzi, a centinaia, come detto, arrivati con i pullman, hanno potuto guardare negli occhi gli imputati, cogliere l’atmosfera del momento, i segnali inviati ai parenti, hanno ascoltato il tenore delle accuse, sono rimasti colpiti dalle arringhe degli avvocati difensori.

Proprio loro, evidentemente spinti dalle pressioni dei parenti degli uomini e delle donne alla sbarra, ha chiesto formalmente al presidente del tribunale di espellere dall’aula i ragazzi in quanto minorenni. In quanto minorenni il codice civile in effetti vieta ai ragazzi di partecipare alle udienze pubbliche penali. Il presidente del Tribunale, Francesco Maria Caruso ha preso atto della richiesta, ha sentito il referente di Libera, ha ascoltato le ragioni degli insegnanti accompagnatori e infine ha deliberato. Gli alunni minorenni possono stare. Il valore educativo della loro presenza in aula prevale su tutto il resto, visto che sono bene accompagnati dai loro docenti che li sanno guidare nel percorso educativo di valore inestimabile. “La partecipazione organizzata di studenti a un’udienza penale in cui si dibattano questioni di grande rilevanza civile sociale ed etica – è il parere del Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza, Luigi Fadiga – è certamente una preziosa occasione educativa e formativa ed è auspicabile che venga sviluppata”.

L’episodio è stato evocato l’altra sera a Modena, cioè a poche decine di chilometri da Reggio, altra città convinta storicamente, sbagliando – come ricorda spesso il magistrato Nicola Gratteri agli studenti modenesi – di avere gli anticorpi antimafia. Vi si stava svolgendo la presentazione del libro del giornalista calabrese Antonio Talia intitolato Statale 106. Sulle strade della ‘Ndrangheta Ed Minimum Fax, alla presenza delle autorità, quando il giornalista Ermes Ferrari dà la parola a Maurizio Piccinini, referente modenese dell’associazione Libera che nel tratteggiare vari aspetti della presenza del fenomeno criminale mafioso in Emilia Romagna evoca la sentenza “scolastica” reggiana. “Il presidente del Tribunale – racconta – ci aveva autorizzati a portare in udienza una classe in base a un nostro progetto. I ragazzi erano lì con un insegnante e il presidente ha dovuto prendere atto di questa cosa. Ha chiesto a me e agli insegnanti le motivazioni di quella presenza, dopodiché ha scritto una sentenza vera e propria nella quale ha motivato il fatto che è vero che il codice dice che possano assistere alle udienze solo i maggiorenni ma questa norma è a tutela dei minorenni per impedire che possano in forma non controllata, non custodita per così dire, assistere o ascoltare fatti che possono danneggiarli. Ma se invece sono presenti in un certo contesto, accompagnati nel progetto da insegnanti, cioè da persone che li possono guidare, allora diventa un percorso educativo valido. Questa sentenza fa giurisprudenza. Abbiamo aperto una breccia”.

Alla domanda di Ermes Ferrari su quale sia stata la reazione dei ragazzi è stata la reazione dei ragazzi, Piccinini la descrive come una “reazione molto matura”. Siamo in genere “abituati a immaginare i ragazzi come disinteressati, dei farfalloni, poco concentrati. E in un certo senso è vero che non ne sanno molto. Per questo, la presenza di progetti di legalità nelle scuole è fondamentale e sarebbe bello che l’ordinamento scolastico ne tenesse conto proprio a livello di programmi. Si parla adesso dell’educazione civica. Sarebbe utile raccontare ai ragazzi come funziona un processo, qual è il ruolo che ha il Pubblico ministero, quale sia il ruolo del magistrato giudicante e di quello inquirente o di quello che coordina le indagini, perché ci sono tanti giudici diversi”. Ricordiamo per onore di cronaca che gli insegnanti di diritto queste cose a scuola le spiegano almeno là dove il programma lo prevede. “Questa è una cosa che interessa loro – prosegue Piccinini – e se capiscono questo poi è facile che vadano a vedere nei fatti le cose che sono state raccontate, guardare le gabbie dove ci sono gli imputati, cogliere i segnali che partono dalle gabbie verso i parenti e viceversa, cogliere questa atmosfera”. E’ una cosa che interessa molto ma capiscono anche un’altra: che “presenziando all’udienza si realizza quella cosa che è scritta nella Costituzione italiana e cioè che la giustizia è amministrata nel nome del popolo italiano. Ora normalmente nei processi il popolo italiano non c’è, nel senso che ci sono gli attori principali: il giudice che deve giudicare, il pubblico ministero, l’imputato, gli avvocati, i parenti degli imputati. Ma i testimoni che vanno ad accusare il personaggio noto che sta nella gabbia sono intimiditi, sono persone che non hanno un sostegno, già è difficile andare a denunciare un fatto grave, se poi ti trovi in un contesto difficile, sotto lo sguardo minaccioso di tante persone tutto diventa arduo. Quindi questa presenza assicura un sostegno silenzioso, non si va lì a fare manifestazioni con i cartelli è un sostegno silenzioso che cambia l’equilibrio dell’aula e fa capire che c’è una parte di popolo che è interessata a ciò che succede in quell’aula. Penso e mi auguro che anche per i magistrati possa essere un motivo di conforto. Qualcuno ci ha accusati di voler fare i processi mediatici e che vogliamo addirittura influenzare le sentenze. Ho sufficiente e stima della magistratura per pensare che non si faranno influenzare dalla presenza di una scolaresca. Quindi influenzare i giudici certamente no. Ma di sicuro si dà il senso di una presenza e di un interesse che il lavoro che fanno è un lavoro importante e che hanno di fronte una platea che li segue, diversa da quelli che sono i diretti interessati. Ecco, credo che questa sia una bella cosa”

Il libro di Antonio Talia

Statale 106. Sulle strade della ‘Ndrangheta

Il video. Lautore racconta

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