Studenti stressati? I docenti hanno richieste eccessive non tarate sulle esigenze dei ragazzi

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Studenti italiani stressati dalla scuola, dai troppi compiti, dalle tante discipline oggetto di studio.

Studenti italiani stressati dalla scuola, dai troppi compiti, dalle tante discipline oggetto di studio.

Ne abbiamo parlato spesso qui su Orizzontescuola, ma questa volta torniamo sull’argomento sollecitati dall’allarme lanciato nei giorni scorsi dall’Organizzazione mondiale della sanità in occasione della pubblicazione dell’ultima indagine sulla salute e sul benessere dei ragazzi europei tra gli 11 e i 15 anni.

Lo studio, licenziato dall’ufficio europeo dell’Oms, ha messo in evidenza che se, per esempio, negli ultimi anni sono migliorate sensibilmente le abitudini alimentari dei nostri adolescenti e preadolescenti, libri e lezioni di scuola restano invece sempre sul banco degli imputati, determinando insoddisfazione, disaffezione allo studio e stress all’origine di tanti disturbi psicologici e psicosomatici.

Non è, quindi, che l’insofferenza per la scuola spinga i nostri giovani a studiare di meno e a divertirsi di più. Anzi, il vedersi inadeguati rispetto alle attese dei docenti e delle famiglie aumenta il loro disagio, col rischio di costi sociali che possono diventare elevati se non si corre ai ripari. Abbiamo raggiunto il prof. Franco Cavallo, ordinario di epidemiologia dell'Università di Torino e curatore della parte italiana.

Professor Cavallo, per quanto riguarda il rapporto tra i ragazzi italiani e la scuola, la ricerca fa apprezzare cambiamenti significativi rispetto al passato oppure si conferma semplicemente un trend negativo?

“Purtroppo è proprio così, mentre alcuni cambiamenti positivi hanno riguardato i consumi alimentari, sulla scuola sembra non esserci stato nessun significativo passo in avanti, il grado di soddisfazione dei giovanissimi continua a essere piuttosto basso, soprattutto se confrontato con quello che succede al di fuori dell’Italia. Alla domanda ‘quanto ti piace la scuola’, nella fascia degli undicenni solo il 19 per cento dei maschi e il 25 per cento delle femmine ha risposto ‘molto’, percentuali che si abbassano notevolmente quattro anni più tardi: a 15 anni solo 8 maschi su 100 e 11 femmine su 100 hanno espresso piena soddisfazione”.

Avete potuto notare variazioni significative da un’area all’altra del paese o questi dati sono omogenei? Inoltre, è stato possibile differenziare i risultati in base a indicatori di tipo socio-economico?

“Abbiamo fatto un campionamento su scala regionale, somministrando più di 70mila questionari, ed è emersa una sostanziale omogeneità nei risultati, anche se gli studenti di Basilicata, Calabria, Sicilia e Campania a Sud e di Trento e Bolzano a Nord hanno denunciato un livello di soddisfazione lievemente più alto rispetto agli altri. Per quanto riguarda gli indicatori socio-economici, abbiamo rilevato che a background socio-culturali elevati corrispondono effetti senz’altro positivi sul benessere tra i banchi. Ma ciò che più ci ha fatto riflettere è stato il confronto con gli altri paesi europei: in quanto al numero di ragazzi che affermano di amare la scuola, l’Italia è risultata costantemente tra il terzultimo e il sestultimo posto”.

I ragazzi dicono di non amare la scuola, dunque, ma cosa c’entrano i medici e di conseguenza l’Oms?

“Il problema è nel fatto che non apprezzare la scuola determina nel nostro Paese un aumento dello stress legato allo studio e alle prestazioni, che si trasforma in sintomi di disagio e di malessere che peggiorano con l’età”.

Che cosa hanno detto i ragazzi del rapporto con i docenti?

“Questo è un nodo certamente importante, forse il più problematico. Abbiamo chiesto ai ragazzi se si sentono valutati in maniera equa, se sentono che i docenti hanno fiducia in loro, e purtroppo le risposte non sono state affatto incoraggianti, specie tra i 15enni”.

Quindi secondo lei stiamo parlando più che altro di un problema di relazione?

“Senz’altro, i docenti fanno richieste forse eccessive, tarate sulla scuola e sui programmi di un tempo e meno sulle esigenze dei ragazzi che attraversano con l’adolescenza il periodo più lacerante e complesso della loro vita. L’altra relazione problematica è quella con la famiglia, che rimane ancora una componente troppo estranea, poco partecipe di ciò che avviene a scuola, entrando talvolta anche in conflitto con essa”.

Ha parlato di programmi e di bisogni dello studente. In realtà i paradigmi educativi della nuova scuola sono molto diversi da quelli di un tempo e non si fa che dire ‘lo studente al centro’. Pensa che sia solo teoria?

“Credo che i nuovi paradigmi di cui lei parla facciano molta fatica a diventare pratica quotidiana. La scuola che abbiamo fotografato noi è una scuola tradizionale, un luogo in cui si richiedono e si confrontano prestazioni senza rendersi conto che i ragazzi la considerano il centro della loro vita relazionale”.

I ragazzi chiedono, dunque, alla scuola qualcosa che la scuola non riesce a dare loro, rifacendosi piuttosto a modelli del passato. Come si risolve un problema del genere? A quale livello le politiche scolastiche devono interrogarsi e mobilitarsi?

“Se parliamo di programmi e di formazione di insegnanti, i cambiamenti vanno discussi a livello centrale, ma se ci interroghiamo sui rapporti della scuola con la comunità locale, nella sua capacità di legarsi con l’ambiente, gli interlocutori privilegiati restano senz’altro le Regioni e le amministrazioni locali”.

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