Docenti e alunni, necessario il supporto dei pedagogisti

di Luisa PIarulli
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J. Bruner più volte ha sostenuto che l’Educazione è la base di ogni riforma sociale e di ogni progresso.

Alla scuola spetta il compito di fornire tutti i linguaggi fondamentali per accedere al sapere, visto che, dopo la famiglia, essa rappresenta la massima agenzia educativo-formativa preposta alla crescita e allo sviluppo di cittadini di oggi e di domani, attivi, consapevoli, responsabili, autenticamente inclusi in un sociale sempre più complesso.

È una questione di Educazione ed è proprio sull’Educazione che si costruisce l’identità di un Paese civile e democratico fondato su una buona Cultura Pedagogica. Invece, in questo nostro tempo si avverte, in modo sempre più tangibile, una significativa carenza in questo senso che legittima l’apprensione di una parte del mondo scientifico per la pervasività di diagnosticizzazione dell’età evolutiva. Da più parti infatti si denuncia un aumento scriteriato di diagnosi, mentre dall’altra si segnala un falso allarmismo circa il pericolo della cosiddetta “medicalizzazione” e si afferma che in realtà le certificazioni (DSA, ADHD…) sono anche inferiori ai dati di realtà.

Intanto crescono proposte didattiche e formative sia istituzionali e universitarie, che associative e/o di privati che promettono interventi originali e risolutivi per gli alunni in difficoltà o “con disturbo”. In questo panorama è accresciuto un certo disorientamento educativo che danneggia inesorabilmente i nostri bambini e le loro famiglie.

Pertanto, e da tempo lo vado sostenendo, sarebbe auspicabile l’alleanza della Comunità scientifica, in senso pluralistico e multidisciplinare, per avviare una seria e sistematica analisi della situazione che evidentemente esige chiarezza e assunzione di responsabilità, nel rispetto di chiunque sia coinvolto nella vicenda educativa.

Ciò non esclude la teorizzazione e l’affermarsi di orientamenti di pensiero diversificati ma oggi è necessario, nonché urgente, rifondare un codice pedagogico condiviso, avviare un serio e rispettoso dibattito epistemologico e ideologico attraverso l’incontro, il dialogo, il confronto, l’ascolto, l’unione di intenti perché sono tante voci a creare un bel coro. Purtroppo colgo autoreferenzialità e individualismo anche nel mondo scientifico-intellettuale, mentre, come già aveva affermato M. Montessori, c’è la necessità di una “pluralizzazione della problematica educativa e di una pedagogia quale fattore transdisciplinare dei risultati delle diverse costellazioni epistemiche delle scienze dello sviluppo” (Broccolini, 1993).

Tornando alla preoccupazione per l’ondata medicalizzante, considerata da alcuni inopportuna, vorrei provare a interpretare la questione da un’altra prospettiva.

Dopo la promulgazione della legge 170/2010, nata certamente con buone intenzioni, le istituzioni hanno provveduto a formare a tappeto docenti, tutor e dirigenti.

Ha fatto poi seguito un vero e proprio bombardamento mediatico che ha visto la crescita esponenziale di didattiche, materiali, programmi, somministrazione di test per la diagnosi sempre più precoce dei disturbi nei bambini. Ma, parallelamente non è stato evidenziato l’aumento di denunce e di ricorsi alle scuole, ai dirigenti, ai docenti, per inosservanze di vario genere, fomentate anche dalle associazioni di parte o sostenute dalle stesse famiglie, diventate, queste ultime, sempre più iperprotettive, incrementando così un malessere già diffuso.

La nostra scuola sembra essere costantemente sotto accusa, privata della sua autorevolezza e del riconoscimento del suo ruolo educativo e formativo, invasa da un processo di burocratizzazione. La sfiducia pervasiva verso la scuola è implementata inoltre da proposte di legge che sviliscono ulteriormente il ruolo del docente, proponendo il sostegno psicologico agli insegnanti, pare, sempre più a rischio di burnout.

Intanto l’opinione pubblica viene sempre più condizionata da stereotipie e pregiudizi che stigmatizzano la scuola colpevole di inefficacia e inefficienza. Dis-conoscimento diffuso.

Questi elementi, che meriterebbero ciascuno un approfondimento a parte, hanno indotto un atteggiamento più che legittimo di autodifesa da parte dei docenti, che ha generato a sua volta una sorta di deresponsabilizzazione educativa e la perdita dell’eros verso una delle professioni più delicate e appassionanti.

Si è creato così un circolo vizioso che ha legittimato l’ingresso nel tessuto scolastico di esperti di vario genere: psichiatri, psicologi… escludendo paradossalmente il pedagogista, ovvero lo specialista della educazione e della formazione.

Sono evidenti le incongruenze e la confusione che investono la scuola.
Per esempio le statistiche ufficiali non mancano di evidenziare il calo del fenomeno della dispersione scolastica grazie alle nuove norme di legge, in particolare della legge 170/2010, e ben venga. Ma da altre parti si alzano le voci di esperti che dibattono ancora sulla inefficacia del nostro sistema di valutazione, sulle facili promozioni o, di contro, sulla leggerezza con cui si boccia, su Invalsi sì, Invalsi no. Intanto, altri autorevoli intellettuali, denunciano una sensibile carenza del livello culturale generale raggiunto dai nostri studenti.

Si è generata una spirale negativa e quanto mai defatigante per chi quotidianamente deve prendersi cura di “persone di minore età” che crescono e sulle quali si avviluppano problemi e complessità che la società adulta riversa su di loro.

L’insegnante necessita oggi più che mai di fiducia, di serenità, di un ambiente che si presti all’armonia, alla creatività e alla libera espressione, non di un terreno fertile per il molplicarsi di sintomi prodromiche alle diagnosi, termine ormai prevalente nelle aule pervase da un linguaggio sanitarizzato: diagnosi, disturbi, terapie, implementando così pregiudizi e stigmatizzazioni.

Le difficoltà di apprendimento, esistite in ogni tempo, vengono definite “disturbi”, un’espressione che apre le porte alla malattia. Il soggetto “vittima di un disturbo” assume lo status di “malato” volente o nolente: un’altra forma mentis errata. C’erano delle carenze metodologico-didattiche prima del 2010, è innegabile ma, secondo il mio parere e la mia lunga esperienza professionale, la legge non ha prodotto cambiamenti migliorativi come auspicato, piuttosto scompensi e strumentalizzazioni.

Per esempio i PDP prevedono l’utilizzo delle strategie compensative. I maestri consapevoli le usavano già. E poi perchè non estenderle a tutti gli alunni? mappe concettuali, uso di formulari e via così. Nei primi anni della mia carriera, quando ero una maestra della scuola primaria, su ogni banco ponevo un mini-alfabetiere o la tavola pitagorica a disposizione di ciascuno, mentre nelle scuole superiori ritengo che sia una buona prassi consentire ad ogni studente l’uso di una mappa orientativa nell’esposizione di un argomento. A pensarci bene anche i relatori di un convegno utilizzano degli appunti per esporre un tema. Credo che contino la padronanza espositiva e lessicale, il ragionamento e il pensiero critico che ogni studente deve acquisire. Da parte degli adulti occorre un pensiero flessibile, aperto alla problematizzazione e alla creatività.

È auspicabile assumere un’ottica ermeneutica quando parliamo di Educazione e di scuola. Si interpreta per comprendere e la comprensione va oltre la normatività. La scuola va soprattutto com-presa, i docenti vanno compresi, per giungere a quella che Gadamer definisce “fusione degli orizzonti”, perchè la scuola riguarda ciascuno di noi, riguarda un Paese intero. E quando parlo di comprensione mi riferisco al concetto gadameriano di “leggere dentro”, in profondità, oltre l’apparente, nel riconoscimento dell’Alterità.

Le questioni sopra accennate richiedono attenzione e sensibilità, delicatezza e rispettoso confronto tra le parti, flessibilità e riadattamento continui e in particolare il ripristino di un linguaggio squisitamente pedagogico.

Ai pedagogisti, d’altra parte, spettano i compiti di riformulare una epistemologia coerente con questi tempi, di definire un’identità linguistica e comunicativa, di dare consistenza alla ricerca in divenire e riconoscimento alla sperimentazione rigorosa. C’è bisogno di comunità pedagogica e scientifica unita, in dialogo, affidabile e autorevole per contrastare l’enfatizzazione di anomalie che finisce per medicalizzare la quotidianità, invece di esaltare le potenzialità che possiede un bambino, il padre dell’uomo (Montessori)

I docenti e le famiglie hanno più che mai necessità di supporto educativo, metodologico, didattico e, quindi, di professionisti dell’educazione e della formazione. Tutto ciò esige il riconoscimento di una cultura pedagogica, che bisogna fortemente volere e a cui si giunge con ingenti investimenti. “[…]è tutto il tessuto umano ed esistenziale che deve essere ricostruito e quindi esige progettazioni formative di ampio respiro” (Fornaca 2001)
Va considerata con molta serietà e impegno politico l’introduzione del Pedagogista nelle scuole di ogni ordine e grado. È questo il supporto che richiedono i docenti, utile a garantire il loro benessere e quello degli studenti. Ricordiamoci che l’educazione è il metodo fondamentale di ogni progresso e di ogni riforma sociale. (Bruner)

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