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Studenti disabituati a lezione frontale, reclamano più digitale e docenti laboratoriali. Intervista alla docente Sabrina Rizzi [INTERVISTA]

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“La scuola e il mondo vanno a due velocità diverse. E’ una scuola che non è più inclusiva, quella in cui viviamo. Mentre il mondo va da un’altra parte si pretende che persista la scuola con l’inchiostro e il calamaio”.

Sabrina Rizzi, docente di italiano e latino presso il Liceo Ginnasio Aristosseno di Taranto, non ha dubbi: un anno di Dad “in cui abbiamo appreso ad utilizzare correttamente le nuove tecnologie, a coglierne le opportunità, a liberare la creatività, a far emergere i talenti”, non sarà trascorso invano, spiega.

Poiché, chiarisce lei, “credo che la scuola tradizionale sia già lontana: saranno i nostri ragazzi a reclamare con forza l’uso del digitale.  È superfluo sottolineare che i nostri alunni desiderano rientrare nelle aule, perché hanno bisogno di condividere anche quelle, talvolta, noiose ore di scuola. Ma in un anno e mezzo tanto gli adolescenti quanto i docenti hanno potenziato le loro competenze digitali, rendendo più accoglienti gli ambienti di apprendimento anche on-line. Le metodologie didattiche innovative, lì dove si è rinunciato ad una mera trasposizione della lezione frontale in video e ad una sterile trasmissione dei contenuti, hanno avuto il pregio di aver fornito ai discenti gli strumenti per poter progettare, guidati dai docenti, percorsi anche personalizzati, rispondenti ai diversi stili di apprendimento. Il lavoro cooperativo, la peer education hanno stimolato la creatività e un apprendimento significativo, dimostrando che il ricorso al digitale è un mezzo inclusivo per attivare la curiosità verso la conoscenza”.

Professoressa Sabrina Rizzi, i ragazzi intanto desiderano rientrare a scuola

“E’vero. Siamo rientrati a scuola e i ragazzi sono felicissimi di essere tornati tra i banchi. Hanno recuperato la socialità. Non si conoscevano e hanno creato subito quella complicità che ci dev’essere sempre nel gruppo classe”.

Che cosa ha notato di particolare in quest’avvio di anno?

“Ho notato che non stanno tranquilli, seduti al banco, non sono più abituati a una lezione frontale di oltre 35 minuti e io stessa prendo la sedia con le rotelle che c’è nella mia aula – le altre sono in aula magna, non le abbiamo certo buttate – e con quella sedia mi metto in mezzo a loro cercando di destare il loro interesse limitando la lezione frontale a un massimo di venti minuti nelle classi del biennio, che diventano trenta al triennio, e quindi propongo attività laboratoriali. Di solito facciamo mappe concettuali insieme, oppure propongo dei video come approfondimento della lezione. Purtroppo non possiamo usare il tablet che hanno dato in comodato d’uso. L’uso di questi tablet dipende molto, in generale, dai dirigenti”.

Alcuni in Italia ritengono che ci si debba liberare dal digitale

“Non possiamo liberarci del digitale, perché viviamo in un mondo interconnesso e i nostri alunni hanno imparato a utilizzare internet, a fare ricerche in rete, imparano con i tutorial che trovano sul web e magari vorrebbero provare a lavorare in gruppo. Dunque loro già si ritrovano in ambiente online a lavorare insieme. Si può essere innovativi anche con carta e penna, ma il digitale aiuta e rende il ragazzo autonomo nella ricerca del proprio sapere. Io mi rendo conto che la creatività nasce quando i ragazzi si confrontano tra di loro, quando una certa idea al singolo sembra banale, poi magari all’improvviso diventa una scintilla che fa nascere un lavoro originale che consente loro di approfondire taluni argomenti invece che altri. La scuola che si limita a trasmettere solo contenuti in realtà è stata quella stessa scuola che ha prodotto l’analfabetismo funzionale di cui si parla da tanto tempo”.

Perché, secondo lei?

“Perché non sempre ha saputo stimolare i ragazzi né ha saputo far capire loro perché studiavano. Ha escluso quell’aspetto empatico ed emotivo che sono alla base della conoscenza. E si è limitata solo ad eccedere con la trasmissione delle conoscenze fini a sé stesse. Li interroghiamo, misuriamo con un voto quello che sanno e infine stigmatizziamo l’errore. Proprio dalla Dad, che io in più occasioni ho definito come scuola di emergenza, proprio da quella esperienza dobbiamo trarre gli elementi positivi per costruire la nuova scuola secondo gli obiettivi del Pnrr: una scuola delle competenze”.

Cioè?

“Noi partiamo sempre dalle competenze. La programmazione deve andare a ritroso, dalle competenze alle abilità e alle conoscenze. Dobbiamo capire quali competenze vogliamo sviluppare e da quelle arrivare alla conoscenze. Noi invece quando programmiamo nella nostra attività quotidiana ci limitiamo alla conoscenza e alle abilità. Quindi puntiamo a far conoscere e facciamo applicare la nostra conoscenza però la competenza la mettiamo in disparte. Ma la competenza oggi è essenziale. I ragazzi imparano anche e soprattutto dal territorio in cui vivono, si fa scuola oltre la scuola: è la metodologia del dentro/fuori la scuola, quella del mio vecchio dirigente che ho scelto di portare avanti. Le competenze sono conoscenze e abilità applicate in contesti reali. La competenza è autonomia, è responsabilità delle proprie scelte. Ha a che fare con la vita del singolo ed è ciò che possiamo fare nella nostra vita con ciò che sappiamo. I nostri ragazzi smettono di imparare quando escono da scuola, mi riferisco a chi non va all’università. Magari a scuola si limitano solo ed esclusivamente a imparare le pagine di letteratura per ottenere il voto ma non siamo in grado di renderli autonomi nella costruzione del loro sapere. La scuola e il mondo vanno a due velocità diverse. E’ una scuola che non è più inclusiva, quella in cui viviamo”.

Scusi, ma nel passato com’era?

“Era estremamente selettiva, anche se personalmente non ho lasciato mai indietro nessuno. Non è cambiato granché. Anche se la Dad ha spinto tantissimi docenti a formarsi, sono ancora pochi i docenti laboratori ali”.

E là, dove i docenti sono laboratoriali gli apprendimenti migliorano?

“Si, perché i ragazzi sono liberi di esprimersi, si sentono liberi. Sa qual è la frase fatidica che ripetono sempre? Possiamo fare noi? Siamo liberi di lavorare noi senza condizionamenti? E allora dobbiamo riconoscere che la nostra scuola li costringe in percorsi che a loro non interessano. La differenza è che noi avevamo la scuola come unico luogo formativo, oggi loro imparano attraverso la rete e in contesti non formali, insomma non c’è più solo la scuola nella vita dei nostri ragazzi. E la scuola di questo deve tener conto. Loro imparano quando viaggiano, realmente, se se lo possono permettere, e anche con la rete. La rete se si sa maneggiare è pericolosa, certo, e noi dobbiamo educare all’uso consapevole della rete, la scuola non può demandare ad altri, siamo rimasti l’unica agenzia formativa culturale, per cui la scuola si deve far carico del problema. Ma quando è necessario e quando si può occorre utilizzare il digitale in rete. Mentre il mondo va da un’altra parte la scuola non può pretendere che si rimanga all’inchiostro e al calamaio”.

Magari gli insegnanti non sono ancora formati su questo fronte

“Credo sia questo il punto. E il problema si risolverebbe costringendo i docenti alla formazione. Nonostante lo Stato abbia messo a disposizione i future lab ministeriali sono pochi coloro che si iscrivono ai corsi dedicati e che si formano. Con la pandemia tanti si sono formati sulle tecnologie che non necessariamente richiedono il digitale. Si pensi al debate. Per il debate è necessaria la rete solo per cercare informazioni. Non sempre è necessario il ricorso al pc e alla rete, ma è necessario che comunque la rete non venga necessariamente preclusa”.

La realtà è quella che è. Si è sempre in attesa o sotto minaccia di continue riforme e i docenti lamentano che gli stipendi siano poco motivanti.

“Sì ma se continuiamo così finiremo per non comprendere più i ragazzi. E la scuola non ha bisogno di un’altra riforma, ha bisogno solo di docenti che abbiano voglia di mettersi in gioco, si sta peraltro già delineando un mondo nuovo e la scuola non può essere relegata ai margini. Ho vissuto le riforme, dalla Gelmini alla riforma dell’esame di Stato. Stavolta però la disponibilità alla scuola viene data e tocca a noi cogliere le occasioni fornite, dovremmo essere molto più consapevoli del nostro ruolo e questo a prescindere da quello che guadagniamo. Poi possiamo e anzi dobbiamo reclamare un aumento stipendiale, negli altri Paesi i docenti vengono ben retribuiti. E per portare avanti questa rivoluzione è necessario che i dirigenti scolastici condividano la visione con il collegio docenti. Il loro ruolo è decisivo, devono essere capaci di condividere, di cooperare, di confrontarsi. Ci sono scuole in Italia che questo processo innovativo lo stanno portando avanti da molto tempo, forse dovrebbero comunicare di più all’esterno la loro esperienza”.

Ma i ragazzi reclamano davvero una scuola nuova, digitale?

“La reclamano, la reclamano. Ad esempio quando fanno i lavori di gruppo, non sempre hanno la possibilità di portare e di avere con sé il proprio device a scuola ma la scuola dovrebbe fornirlo. I docenti da parte loro hanno potenziato le loro competenze digitali, rendendo più accoglienti gli ambienti di apprendimento anche on-line. Lì dove si è rinunciato ad una mera trasposizione della lezione frontale in video e ad una sterile trasmissione dei contenuti, hanno avuto il pregio di aver fornito ai discenti gli strumenti per poter progettare, guidati dai docenti, percorsi anche personalizzati, rispondenti ai diversi stili di apprendimento. Il lavoro cooperativo, la peer education hanno stimolato la creatività e un apprendimento significativo, dimostrando che il ricorso al digitale è un mezzo inclusivo per attivare la curiosità verso la conoscenza. Ma mi preoccupa molto una cosa”.

Che cosa la preoccupa?

“Ci sono persone che pensano che i ragazzi non soffrano più. Mi è capitato più volte di verificare come molti pensino che i ragazzi abbiano superato il disagio della pandemia, che sia bastata un’estate per risolvere i problemi. In realtà li ho trovati più fragili e intimoriti. Non volevano tornare a scuola, avevano paura della scuola in presenza. C’è un’aria frizzantina, nelle classi. E’ come se per loro il voto non avesse più l’importanza di prima, studiano ma lo fanno con una consapevolezza diversa, altri hanno paura del confronto. Questi ragazzi hanno sofferto e ora vogliono recuperare il tempo perduto. Non tornerebbero in Dad, si distraggono e di questo si lamentano i colleghi. Non si vedono da un anno e mezzo. Erano a casa, staccavano la videocamera, ora devono stare in classe. Le regole devono essere rispettate ma loro devono imparare a interiorizzarle. E vogliamo parlare degli alunni delle prime classi che hanno lasciato la seconda media e si ritrovano in prima superiore con in mezzo un anno e mezzo di didattica a distanza?

Il governo sta per mettere moltissimi miliardi del Pnrr sulla scuola. E’ ottimista?

“Dipende da come verrà realizzato il Pnrr. Penso alla formazione e spero che ci sia altro per noi, compresi i fondi. Mi auguro che ci sia un controllo costante . Comunque la mentalità del docente alle superiori deve cambiare, nel senso che ci deve essere maggiore condivisione e maggiore collaborazione. La scuola passa soprattutto dai docenti e la scuola deve diventare protagonista. E tornando ai ragazzi, che sono i veri protagonisti. Ecco, questi ragazzi non rinunceranno alle competenze acquisite, alla creatività, che è stata, per loro, libertà di espressione e costruzione di percorsi attraverso cui hanno appreso la prosa, la poesia e la grammatica. Si deve innovare sulla scia della tradizione, consapevoli che indietro è impossibile tornare”.

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