Studenti del Sud, “al Nord non prenderebbero tante lodi, non è colpa loro. Più bravi in problem solving. Invalsi dimentica il contesto, esistono due Italie”. INTERVISTA ad Anna Maria De Luca

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“I tanti 100 all’esame di Stato, le tante lodi al Sud? Si spiegano in chiave psicologica – spiega la preside – e sono la risposta dell’individuo all’ambiente e agli stimoli che riceve dall’ambiente in cui vive e che sono diversi dal Nord a Sud. Probabilmente se fossero al Nord tanti studenti calabresi non avrebbero preso la lode”.

Non perché non siano bravi, “piuttosto perché bisogna vedere se, relazionandosi con un contesto diverso da questo, riuscirebbero a dare una risposta adeguata pari a una lode e questo non lo sapremo mai. I nostri studenti non sono né più bravi, né meno bravi, sono diversi. Il gap tra gli esiti negativi dei test Invalsi e le tante lodi si spiega così. E’ normale – precisa infine – che due contesti diversi diano risultati diversi. In Francia, all’epoca di Napoleone, facevano allo stesso momento lo stesso programma. Allora, o tutte le scuole fanno un unico programma, oppure, finché una scuola è autonoma – e l’autonomia per me resta sacra – ci saranno differenziazioni. Ed è normale che ci siano risultati diversi: sarebbe strano semmai il contrario”.

Anna Maria De Luca, dopo essersi trasferita in Calabria da un istituto comprensivo di Roma, dove era dirigente scolastica, è da qualche anno dirigente scolastica dell’Istituto comprensivo di Fuscaldo, una cittadina di poco più di ottomila abitanti situata sul Tirreno calabrese, in provincia di Cosenza. Forte di questa sua doppia esperienza territoriale e dell’impegno professionale su tanti temi della scuola – è pure coordinatore nazione di Eno, la comunità globale per lo sviluppo sostenibile, una rete nata per portare l’ambiente nelle scuole – e di una doppia esperienza di studentessa del Nord e di studentessa del Sud, avendo lei frequentato fino alle medie la scuola a Pavia e, successivamente il liceo classico a Paola, a pochi chilometri da Fuscaldo, ha le idee chiare in merito al gap del momento. Ovvero il gap tra i risultati negativi dei test Invalsi, che vedono gli studenti calabresi agli ultimi posti della classifica nazionale sugli apprendimenti, e i tantissimi 100 e le tante lodi ottenuti agli ultimi esami di Stato dagli studenti calabresi, il triplo rispetto a quelli ottenuti in altre regioni, specie del Nord, dove i test nazionali avevano registrato risultati nettamente superiori. La questione ha sollevato in questi giorni una marea di prese di posizione, non solo nel mondo della scuola.

Da un lato si mette in evidenza un apparente maggiore buonismo in Calabria, dall’altra si sottolinea la bravura di ragazzi e di ragazze che avrebbero semmai messo a profitto anni di studio e di sacrifici nonostante le tante carenze scolastiche e sociali di cui soffre chi vive nelle regioni del Sud.

Per Anna Maria De Luca, alle prese durante l’intervista con l’arrivo di nuovi banchi per i ben nove plessi del suo istituto, la situazione è chiara: “Lo scorso anno – racconta la dirigente scolastica – sono stata presidente di Commissione ed è stato il primo anno che non ci sono state lodi. Ci vuole l’unanimità, ed è stato il primo anno che non ce ne sono state. I docenti lo hanno considerato uno scandalo. La percezione comune è che, se ci sono le lodi, la scuola è buona. Secondo me nessuno era a livello di lodi ma forse per di docenti sì. Anzi gli studenti che hanno avuto i voti più alti non erano secondo me i migliori. C’era un alunno russo che ha fatto un esame spettacolare. Sentivi che per lui la scuola era importante, ci credeva. Così era stato abituato. Molti presidi in genere ragionano al contrario, ma per me non è vero che se da una scuola escono tante lodi questo significa che sia una scuola di eccellenza. E’ un’antica storia che ci dovrebbe far riflettere sulla valutazione di sistema, perché occorre decidere che cosa significa sistema”.

Preside Anna Maria De Luca, per lei dunque non c’è un unico sistema Italia?

“L’Italia continua ad essere frammentata, e siccome la scuola riflette la società, la scuola racconta l’Italia. E’ ovvio che ci siano fotografie diverse e dunque è difficile valutare con lo stesso metro. La valutazione dipende dal contesto in cui il docente si trova e anche dalle abitudini. Il Sud è caratterizzato da una sorta di indolenza, di morbidezza antropologica”.

I docenti del Sud potrebbero non essere daccordo su questo

“Diciamo le cose come stanno. E’ ovvio che le pretese dei docenti del Sud verso gli studenti siano diverse dalle impostazioni che ci sono al Nord, dove peraltro è diverso anche l’approccio al lavoro e oltre che a scuola. L’importanza e la precisione verso il lavoro, qui in Calabria, sono molto diverse rispetto a quanto succede al Nord. Tant’è che quando un docente del Sud va a lavorare al Nord si trova in un contesto di stimoli che al Sud non ha e in qualche modo s’impegna per adeguarsi e mettersi alla pari. Se al Sud prendersi un giorno di malattia è normale, al Nord un docente prima si fa un esame di coscienza, se si rende conto che i suoi colleghi non lo prendono, questo giorno di malattia, perché la propria immagine viene devalorizzata. Si pensi ai ritardi: c’è un costume sociale per cui non è considerato riprovevole un comportamento di ritardo, ci si adegua, fa parte dell’essere umano adeguarsi al contesto. E dunque quando i docenti vanno al Nord si trovano in un contesto che pretende da loro più di quanto il contesto del Sud ha preteso fino a quel momento. Si trovano a confrontarsi con colleghi che danno stimoli diversi, con strutture diverse, con una didattica diversa”.

Ammetterà che i docenti del Sud non siano meno bravi dei propri colleghi del Nord

“Non è che i docenti al Sud siano meno bravi o di manica larga. E’ il contesto che modifica i comportamenti dei docenti e anche degli studenti. Io ho vissuto l’esperienza di studentessa al Nord e poi di studentessa al Sud. Ho fatto la primaria e le medie a Pavia e più tardi il liceo in Calabria. E devo dire che nei primi due anni del ginnasio, a parte il greco, ho vissuto di rendita rispetto a quello che avevo già fatto alle medie. E a Natale, quando tornavo su, andavo a prendere i libri e gli appunti dalle mie ex compagne perché sentivo che in Calabria mi stavo perdendo molto. Mi ero ritrovata con qualche insegnante che ci faceva semplicemente sottolineare i libri sotto dettatura e ci diceva: studiate a casa da soli. Mi mancavano le spiegazioni”.

Questo può capitare ovunque, non si può generalizzare

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“Certo, racconto un’esperienza personale. Ma quando vedo alunni che da qui si trasferiscono al Nord per motivi di lavoro dei genitori, vedo pure che all’inizio questi ragazzi hanno una forte difficoltà e io mi rivedo molto in loro, in senso contrario. Anche come dirigente scolastico. Prima ero a Roma e ora qui. E’ un altro lavoro”

Perché?

“Perché molte cose, che davo per scontate, qui, quando sono arrivata, non c’erano”.

Per esempio?

“Per esempio, il registro elettronico. Oppure l’edilizia scolastica. Inoltre qui mi ritrovo pluriclassi a causa del campanilismo imperante di questi posti”.

Colpa dei sindaci?

“I sindaci vorrebbero anche unire gli istituti. Una scuola in un paesino è un bacino di voti e chiudendo un plesso si chiude un bacino di voti. Così si tengono aperti dei plessi con tutte le difficoltà che ne derivano”.

Torniamo ai voti e agli apprendimenti

“E’ una questione di contesto. Se l’asticella da raggiungere che hai è bassa, tu non ti sforzi. Se invece l’asticella è alta, tu, alunno o docente che tu sia, ti sforzi. Invece ci si adagia. La mia idea è che ci sia una scuola mediterranea, quella che definisco Scuola del Sud, una scuola cioè che viaggia con dei criteri legati alla cultura e al territorio e che è totalmente fuori dai dati Invalsi. Il fatto vero è che non esiste un solo sistema si istruzione, occorrerebbe palare di una Scuola del Sud che funziona in modo diverso dal resto d’Italia”.

Dove si colloca questa Scuola del Sud? Quali regioni coinvolgerebbe?

“Sicilia, Calabria, Basilicata, Campania. La Sardegna non la conosco. La Puglia dipende, perché è la migliore delle scuole del Sud. Non c’è,min Puglia, l’indolenza della Calabria e della Sicilia, i pugliesi sono i nordici del Sud”.

Si dice però che i diplomati del Sud escano poi dalle università del Nord come i migliori laureati

“E’ vero, sono diversi in quanto danno risposte diverse a contesti diversi. Di fronte a nuovi contesti, funzionano. Per questo servirebbe un sistema di valutazione diverso e non un sistema di valutazione unico nazionale”.

Ma intanto come si possono giustificare esiti Invalsi e voti finali tanto distanti?

“Quadrano in relazione a questo contesto. Probabilmente, se fossero al Nord, tanti studenti non avrebbero preso la lode, ma non perché non siano bravi, piuttosto perché bisogna vedere se, relazionandosi con un contesto diverso da questo, riuscirebbero a dare una risposta adeguata pari a una lode. E questo non lo sapremo mai. La questione è psicologica e si riferisce all’influenza del contesto sui comportamenti delle persone, sia dei ragazzi sia degli adulti. Contesti diversi danno stimoli diversi e risultati diversi. E’chiaro che un ragazzo del Sud abituato a risolvere tutto da solo ha una capacità di problem solving maggiore rispetto a un coetaneo del Nord abituato a vivere in un contesto privilegiato. E quindi, se lo metti in un contesto più difficile. può darsi che se la cavi meglio. E forse è per questo che, all’università e nel lavoro, diventano poi delle eccellenze: proprio perché si trovano di fronte a un contesto che stimola di più . Là sono guidatissimi in tutto, qui o impari o muori. Quindi è chiaro che quando vai all’università, di fronte a problemi nuovi di ogni tipo, originati anche dal semplice fatto di dover vivere in alloggi con gente che non conosci, non mi stupisce che poi se la cavino bene”.

I test nazionali secondo lei sono costruiti bene? Molti docenti prendono le distanze dai test Invalsi

“I test invalsi sono costruiti bene ma non si può valutare un ragazzo senza tenere in considerazione il contesto in cui vive. I dati rilevano che i voti migliori vengono conseguiti dai ragazzi che vivono un condizioni familiari e sociali medio alte. E questo dimostra che gli stimoli che una persona riceve modificano il comportamento e danno i frutti. Come si fa a paragonare il figlio di un medico di Milano con un figlio di un calabrese che vive e lavora in campagna? Un conto è teorizzare, un altro conto è la realtà. Se al proprio figlio si dà una baby-sitter inglese e gli si fanno fare tutti gli sport del mondo e dall’altra parte c’è invece una famiglia che parla in dialetto, i due ragazzi non sono sullo stesso piano quanto a opportunità e ad apprendimenti. E guardi che la lingua inglese sta diventando uno spartiacque. La competenza linguistica è uno spartiacque sociale ed economico. La possibilità che un ragazzo ha di familiarizzare con le lingue straniere dipende dalle condizioni economiche dei genitori. Spesso qui in Calabria si traduce dal dialetto, già l’italiano è per molti una lingua straniera. Se vivi a Roma hai degli stimoli che, se vivi a Fuscaldo, non hai. La questione delle lingue al Sud è drammatica perché mancano gli stimoli. Se non sai le lingue a Roma non ti assumono a fare la commessa, qui non serve”.

Qualcuno ipotizza che i voti alti a scuola in Calabria abbiano a che fare con eventuali raccomandazioni. Lei cosa pensa in merito a questo possibile fenomeno?

“La Calabria è fatta di piccoli paesi. E nei piccoli paesi i notabili sono più notabili che in città. E quindi, spesso, il livello di pressione sociale è molto forte. Agli esami di maturità arriva una valanga di raccomandazioni per le lodi. Sta alla scuola non accettarle. Sono stupita dal fenomeno. Sul lavoro potrei comprendere, ma a scuola no. E invece a scuola ci sono spesso pressioni per il voto, non solo quello finale. Quando sono arrivata in Calabria ho visto che i genitori spesso iscrivono i figli in certe scuole invece che in altre perché là c’è un’insegnante amica che dà un voto di affetto. C’è ancora l’idea della maestra mamma, ma così viene a mancare quella oggettività che invece sarebbe necessaria. C’è un buonismo che alla fine fa saltare completamente tutto”.

I docenti come reagiscono alle pressioni?

“Da una parte c’è il fatto che gli insegnanti, per evitare i ricorsi, mettono un voto più alto a seguito di pressioni, visto che i genitori sono spesso agguerriti. Dall’altra parte, con la valutazione che tu docente dai al ragazzo, stai dando una valutazione a te stesso. E se io ti chiedo di impegnarti 5, tu ti impegnerai 5. Ma, per me docente, hai 10, perché sei al massimo. Tuttavia, se io ti chiedo di impegnarti 10… Ecco, è quello sforzo che serve per arrivare al dieci che manca. Manca la spinta ad andare oltre, manca lo sforzo finale. Lo stesso vale per i docenti”.

I docenti non vanno… oltre?

“Quando dal Nord si trasferiscono qui, diventa tutto più facile per molti docenti. Per altri versi, una mia collega dirigente scolastica è andata a Reggio Emilia e lì ha trovato degli stimoli talmente grandi che non vuole più tornare qui. Ha trovato fantastico l’ambiente del Nord. Brava era qua, brava è la. Ma, là, sta diventando ancora più brava. Relazionandosi con persone che sono stimolanti, perché a loro volta ricevono stimoli dal contesto, la crescita professionale diventa spontanea, non può essere diversamente. Invece in un contesto con pochi stimoli è molto più facile che subentri la noia verso la propria professione e venga meno il desiderio di andare – appunto – oltre. I ragazzi e i docenti non sono meno bravi, c’è semplicemente una naturale risposta al contesto. Ed è una risposta che si modifica quando le persone si inseriscono in contesti diversi, quando si trasferiscono”.

Non sarà sempre così…

“Ci sono le eccezioni ma non certo nei numeri che abbiamo visto in merito alle lodi. Anche perché i test Invalsi valutano le competenze che vengono richieste dall’Europa per lavorare e vivere nella nostra società in continua evoluzione, e spesso non coincidono con quello che viene insegnato nelle scuole. Insisto, bisogna fare una riflessione sull’esistenza di una Scuola del Sud che risponde al contesto mediterraneo e lo riflette così come la scuola riflette sempre la società. Bisogna prendere atto di questo”.

Come se ne esce?

“Bisogna comprendere se questa Scuola del Sud è un problema da risolvere oppure una situazione di fatto motivata da ragioni culturali, storiche, antropologiche”.

Qual è la sua idea?

“La mia idea è che sia uno stato di fatto naturale che dipende dal meccanismo umano dello stimolo-risposta”.

Si è generalmente consapevoli di questa situazione? Il mondo della scuola calabrese conosce la situazione che sta descrivendo?

“Ne sono consapevoli solo coloro che hanno vissuto sia la situazione del Nord sia quella del Sud. Chi l’ha vissuta solo al Nord o solo al Sud non ne è consapevole. La comprensione vera ce l’hai quando la vivi. Una docente che ha insegnato sempre al Nord non ha idea di come sia la scuola del Sud e viceversa. Ma è normale che sia cosi”.

E’ dunque una questione di stimoli?

“Sì, occorrerebbe aumentare gli stimoli, non solo a livello scolastico, ma anche sul piano sociale. Se stai al Sud e sai che lavorerai solo se sarai riuscito ad avere una raccomandazione, perché mai dovresti studiare di più, se non vedi la scuola come un ascensore sociale? Se vivi invece in Val d’Aosta la situazione è molto diversa. I problemi qui sono tanti. L’istituto che dirigo ha nove plessi, sparsi nel Comune, ci vuole la macchina per spostarsi. Ho cercato di eliminare le pluriclassi, nonostante i genitori preferiscano le pluriclassi. La formazione delle classi, peraltro, dovrebbe essere fatta a sorteggio, dosando i livelli, certo, ma non in base ai cognomi. Le classi si devono costituire per gruppi di livello e non certo per il cognome dei genitori come spesso succede. Ci sono problemi in questi piccoli centri che non esistono nelle grandi città del Nord. Insisto: i dati della valutazione, i 100, le lodi, si spiegano in chiave psicologica e sono la risposta dell’individuo all’ambiente e agli stimoli che riceve dall’ambiente in cui vive e che sono diversi dal Nord al Sud. I nostri studenti non sono né più bravi né meno bravi, sono diversi. Il gap tra gli esiti Invalsi e le tante lodi si spiega così e allora occorre chiedersi se questa Scuola del Sud sia un dato di fatto o un problema. E’ normale che due contesti diversi diano risultati diversi. In Francia, all’epoca di Napoleone, facevano allo stesso momento lo stesso programma. Allora, o tutte le scuole fanno un unico programma, oppure, finché una scuola è autonoma – e l’autonomia per me resta sacra – ci saranno differenziazioni ed è normale che ci siano risultati diversi: sarebbe strano semmai il contrario. Lei pensi solo ai giorni di scuola: qui in Calabria sono molti meno. Finite le ultime interrogazioni, spesso non si va più a scuola. Questo succede generalmente alle superiori, ma anche alle medie non c’è il senso del dovere per il quale fino al 12 giugno a scuola, tu studente, ci vai. A partire da fine maggio, finite le interrogazioni, qui molti alunni spesso non vanno più a scuola. Questi dati dimostrano che esiste una scuola mediterranea, una Scuola del Sud che è fuori dalle rilevazione, perché andrebbe valutata con criteri diversi”.

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