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Studenti aggressivi e oppositivi, quale atteggiamento conviene tenere nei loro confronti? INTERVISTA con Daniele Novara

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Qual è il comportamento da adottare nei confronti degli alunni che sbagliano, che hanno comportamenti trasgressivi, di sfida al sistema e a chi lo rappresenta, se non peggio? Le parole del neo Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, hanno aperto un dibattito su questo argomento. Ne abbiamo parlato con il Professor Daniele Novara, pedagogista, autore, fondatore e direttore del CPP, Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti.

Professor Novara, è in corso un dibattito scaturito dalla riflessione del Ministro Valditara su nuove prospettive per educare chi si comporta male, lei cosa ne pensa?

Penso che il problema non siano le parole del Ministro, ma il sistema sanzionatorio scolastico. La scuola è una comunità di apprendimento e bisogna puntare su questo aspetto. Puntare, invece, sul sistema sanzionatorio è un equivoco ottocentesco. Credo che anche senza l’intervento del Ministro Valditara l’impostazione in tal senso della scuola italiana sia molto carente. L’idea della regolazione disciplinare punitiva di chi ha comportamenti sbagliati a scuola, di carattere aggressivo verso gli insegnanti o verso i propri compagni o quant’altro, è sbagliata, anzi, direi che per la scuola punire chi si comporta male rappresenta un vero e proprio ossimoro. La scuola a chi si rivolge? Senza voler scimmiottare le parole di Don Lorenzo Milani, però il target principale di questo straordinario ed importantissimo servizio è proprio rivolto a chi più ne ha bisogno, ovvero ragazzi che non hanno ancora imparato i processi di adattamento alla vita, i processi relazionali e tutto ciò che serve per affrontare le sfide della convivenza civile. Viceversa, se la scuola sospende o interviene con i lavori socialmente utili su queste categorie dimentica la sua missione che è quella dell’apprendimento.

Quindi è necessario trasformare queste carenze in un normale processo di apprendimento su cui occorre intervenire con un rafforzamento di programmi specifici e quant’altro, ma vorrei sottolineare, ancora una volta, che da un lato sbagliare è nell’ordine delle questioni scolastiche, perché si impara sbagliando, in seconda battuta devono essere proprio questi ragazzi ad avere un’attenzione educativa particolare e non un’attenzione giudiziaria particolare, a meno che non si tratti proprio di casi di rilevanza giudiziaria, ma queste sono situazioni limite. Quindi, per concludere, sono scettico sia sul solito sistema delle sospensioni, che è tra l’altro totalmente inconcludente, come sanno tutti i dirigenti scolastici, che sulla nuova proposta, che poi nuova non è, del Ministro sui lavori socialmente utili. Come già ho espresso a tal proposito, in quest’ultimo caso c’è anche l’aggravante che oltre alla punizione in sé, si trasformi in punizione un’attività importante e utile, cioè far del bene agli altri, occuparsi del bene comune, darsi da fare e intervenire in termini di solidarietà.

Mi chiedo come si possa trasformare tutto questo in azioni disciplinari punitive, lo definisco un azzardo. Credo che come tutti i neo ministri, che non hanno una formazione scolastico-pedagogica, deve ancora adeguarsi, diciamo, alla situazione della scuola italiana. Non ricordo nemmeno quante volte ho scritto al Governo per sollecitare che per questo ministero si individuasse un Ministro di area scolastico-pedagogica. Ci si era avvicinati, sebbene in parte, con Lucia Azzolina che era una dirigente scolastica, anche se è rimasta Ministro per poco tempo e poi è incappata in quel buco nero molto equivoco dei banchi a rotelle. Nonostante ciò con lei si sono ottenuti due importanti disposizioni pedagogiche, La prima è stata l’abolizione dei voti numerici nella scuola elementare, che erano stati ripristinati con il Governo di destra del 2009, sostituendoli con note narrative, anche se sono solamente quattro; mentre la seconda, anche se non è stata sufficientemente segnalata e valorizzata, è stata l’abolizione dell’esposizione dei voti alla fine dell’anno scolastico. Due interventi decisamente pedagogici, con il Ministro successivo non abbiamo avuto nessun provvedimento di questo tipo. Un altro provvedimento che va annoverato al mandato del Ministro Azzolina, anche se non era proprio suo, è quello dell’inserimento dell’educazione civica, anche se con molte lacune.

Lei ha sempre detto che si può litigare bene, quanto è importante questa metodologia e in cosa differisce con le proposte del Ministro.

Riprendo la parte finale della domanda precedente. La legge sull’educazione civica, sebbene sia una buona intuizione, manca di alcuni aspetti importanti, infatti questa legge non contempla quello che per me è fondamentale per una convivenza complessa com’è quella dei giorni nostri, ossia l’apprendimento e la buona gestione dei conflitti. Saper vivere i conflitti come momenti di trasformazione e di cambiamento, dove si analizzano punti di vista diversi, non come guerra o minaccia. D’altra parte il ministero aveva già emesso precedentemente delle circolari nelle quali comparivano termini come la gestione dei conflitti, ma nella legge che ha restituito l’educazione civica questa dizione è scomparsa rappresentando una grave lacuna ed una grave mancanza. Ritengo che sia questo il cuore del problema, come dal titolo di un mio libro “I bulli non sanno litigare”.

È su questo versante che la scuola può offrire loro un assist. In che modo? Ovviamente nella scuola materna e primaria con il metodo litigare bene, un metodo che, anche grazie al conflict corner, permette di far parlare gli alunni tra di loro, farli comunicare sui loro contrasti, sulle loro contrarietà, ed eventualmente trovare una composizione. Nell’ambito della preadolescenza e dell’adolescenza gli strumenti sono anche più complessi. La base comunque resta l’implementazione sociale del gruppo classe, abbiamo bisogno di insegnanti che sappiano far funzionare la classe come gruppo nella logica della comunità scolastica, nella logica del favorire l’accoglienza da un lato e lo scambio tra alunni dall’altro. Se viceversa, come negli ultimi anni, si lavora sul distanziamento e sull’isolamento degli alunni il risultato che si ottiene è questo, ovvero che i comportamenti trasgressivi rischiano di diventare inevitabili.

Una classe che funziona come gruppo, viceversa, ha tante possibilità di integrare i comportamenti scorretti in dinamiche socioaffettive, come si è sempre detto, sviluppando un indice sociometrico scolastico adeguato a poter lavorare insieme per un intero anno scolastico, che è decisamente lungo. Se invece la scuola si arrocca sulle lezioni frontali e sul culto assoluto della materia intesa come disciplina scolastica, separata da tutto il resto del progetto di formazione dell’alunno e del gruppo classe, i risultati saranno sempre più negativi. In particolare la scuola secondaria è in gravissima crisi, non possiamo di certo aspettarci dei miglioramenti se non si interviene sul piano pedagogico nella formazione degli insegnanti, nell’utilizzo di dispositivi che favoriscano i processi di comunicazione e i processi di apprendimento dei conflitti. Se non si va in questa direzione saremo sempre più in balia di dibattiti assurdi, totalmente di retroguardia, tipo questi, ovvero se dare la sospensione o ricorrere a lavori socialmente utili, lo ritengo un dibattito stolto. La scuola deve impegnarsi sull’apprendimento e non pensare ai sistemi sanzionatori, non è un tribunale e non è nemmeno una prigione, è una comunità di apprendimento.

Ci sono aspetti che si trascinano nel tempo e ci portano anche a comportamenti errati. Lei recentemente ha scritto un libro sulla gestione dei tasti dolenti. Cosa sono e come influiscono sulle nostre azioni?

La manutenzione dei tasti dolenti, di cui ho parlato nel mio ultimo libro edito da BUR Rizzoli, è la presentazione del costrutto di tasto dolente, ossia qualcosa che ci insegue per tutta la vita proiettando sulle nostre emozioni e sulle nostre reazioni l’ombra lunga, se non lunghissima, delle ferite che abbiamo subito, o riteniamo di aver subito, durante l’infanzia. In altre parole la scoperta è che nelle situazioni di contrasto, specie relazionale ma anche lavorativa e organizzativa, tendiamo spesso e volentieri, in assenza di una rielaborazione, a rispondere e intervenire secondo gli schemi infantili che ci inducono a voler riparare quelle che riteniamo “ingiustizie subite” in una logica che comunque è una richiesta di risarcimento impossibile, perché il passato è passato e l’infanzia è l’infanzia.

Se da piccolo non ti ascoltavano, o ti facevano sentire l’ultimo, oppure non potevi esprimere i tuoi veri bisogni, non è detto che puoi ottenere un risarcimento in età adulta. Questo automatismo, che parte dal tasto dolente infantile, ci impedisce di vivere le relazioni conflittuali come momenti di crescita e cambiamento, come ricerca di punti di vista anche innovativi e ci consegna alle azioni infantili, appunto, che ci portano lontani dalla possibilità di una comunicazione efficace e utile. Nel libro uso la metafora dello specchietto retrovisore che apparentemente è uno strumento per guardarci alle spalle mentre siamo in auto, ma che più sostanzialmente è uno strumento per fare il sorpasso, in quanto il guardare nello specchietto retrovisore è la mossa necessaria proprio nella procedura del sorpasso. Tutti gli insegnanti dovrebbero lavorare su questi rimasugli della loro infanzia per non proiettarli sugli alunni.

È fin troppo facile trasferire a loro i nostri tasti dolenti, ma è ciò di meno auspicabile ci possa essere. Invito pertanto tutti gli operatori della scuola e dell’educazione a utilizzare questo libro che ha anche una parte laboratorio, con tanti esercizi ed attività, che è semplice e nel complesso di facile utilizzo. Questo consente a tutti di liberarsi dalle incombenze più emotivamente deteriori della nostra infanzia. Riuscirci vuol dire trovare nuove strade da percorrere per sé stessi e per le persone che vivono con noi.

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