Studente spara, perchè morte e ideologia entrano nella scuola

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Siamo di nuovo alle prese con una strage di studenti e insegnanti, ad opera di un giovane, in una scuola della civilissima America, e più precisamente a Roseburg nell’Oregon.

Siamo di nuovo alle prese con una strage di studenti e insegnanti, ad opera di un giovane, in una scuola della civilissima America, e più precisamente a Roseburg nell’Oregon.

Non intendo però disquisire sulla deprecabile facilità con la quale si può entrare in possesso di armi negli Stati Uniti, mentre vorrei porre l’accento sul perché venga scelta da chicchessia la scuola come teatro dell’orrore. Per ipotizzare una risposta plausibile, dobbiamo tornare al ventesimo secolo al fine di comprendere come la scuola sia stato il luogo d’inizio di processi rivoluzionari o di vere e proprie rivolte sociali. Si pensi alla rivoluzione culturale cinese, quando gli insegnanti vennero posti alla berlina mettendo al loro posto in cattedra gli studenti, oppure si torni indietro al ’68 quando università e licei costituirono la culla per contestare le autorità costituite e le usanze/costumi dell’epoca, fondati su una società allora ritenuta, a torto o a ragione, patriarcale e maschilista.

Quale miglior “set” per ambientare la protesta e soprattutto per darle inizio? In fondo la scuola è la “seconda agenzia educativa” ma, rispetto alla prima, cioè la famiglia, ne è il contenitore ed ha il vantaggio di essere pubblica; di coinvolgere un cospicuo numero di famiglie; di godere di ampia visibilità massmediatica. Non è dunque un caso se gli stessi terroristi ceceni scelsero una scuola di Beslan per “sensibilizzare” l’opinione pubblica mondiale circa la questione della loro indipendenza: alunni, insegnanti, genitori e famiglie furono colpiti dal lutto indistintamente. In altre parole, fu ferita la società intera.

Venendo ai nostri giorni vediamo che, anche oggi, la scuola è terreno di scontro per l’inserimento di ideologie, ad esempio quella del gender. Secondo il ministro Giannini il “gender” non esiste e chi afferma il contrario deve essere querelato. Tuttavia sono decine i casi di scuole italiane in cui circolano libretti per alunni e corsi per insegnanti aventi per oggetto la succitata ideologia. A riprova dei fatti l’affermazione della senatrice Fedeli (autrice di un disegno di legge) che, in una nota trasmissione radiofonica, ha testualmente affermato che “l’insegnamento del gender è inserito nella Buona Scuola”.

La famiglia tradizionale è pure sotto scacco ed ha subito innumerevoli attacchi dal famigerato ’68 ad oggi. Ultimi colpi assestati, o in corso di assestamento, sono per l’appunto il divorzio breve e la discussione sul riconoscimento giuridico delle coppie di fatto o dei matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Ma c’è di più. Se prima del ’68 vigeva un’alleanza tra genitori e docenti (i responsabili delle due agenzie educative per antonomasia), oggi tra queste due figure siamo di fronte a un conflitto armato che non produce nessun frutto buono, rendendo al contempo impossibile l’educazione delle nuove generazioni (sempre più fragili) attraverso quel gioco di sponda assai utile in passato.

La famiglia dunque non gode di buona salute ed è anzi alla ricerca dell’identità perduta. Oggi si vorrebbe che qualsiasi unione fosse considerata una famiglia ma, come autorevoli sociologi ebbero a far notare, “se tutto è famiglia, niente è famiglia o, ancora peggio, la famiglia non è niente”. Ecco perché è così importante recuperare l’alleanza smarrita tra scuola e famiglia: il ruolo sociale delle due agenzie rimane integro e fondamentale, ma tocca agli attori comprenderne l’importanza per le nuove generazioni e farsene di conseguenza buoni interpreti.

Ma se la famiglia sta male, la scuola sta peggio. A confermare il dato è la salute degli insegnanti, sempre più vecchi, le cui patologie professionali sono psichiatriche all’80% e in continuo aumento. Le riforme previdenziali non hanno tenuto in nessun conto le loro condizioni di usura psicofisica, ma sono volte unicamente a far quadrare i conti secondo calcoli ragionieristici, quasi che il capitale umano non esistesse affatto.

Cosa c’entra tutto questo con la strage nella scuola dell’Oregon? Apparentemente nulla, ma in realtà molto, se non addirittura tutto. Una famiglia che sta male genera mostri dentro casa. Costoro, consapevoli che il maggior danno lo possono fare fuori, cioè a scuola, scavalcano le mura domestiche uscendo dai confini della propria famiglia ed il folle risultato è sotto gli occhi di tutti.

E mentre assistiamo quasi quotidianamente a episodi di cronaca nera nelle famiglie con genitori che uccidono figli e viceversa, osserviamo con stupore che gli episodi di sangue nelle scuole sono sempre e solo ad opera degli studenti e mai degli insegnanti. I docenti sono invero spesso vittime (come anche in quest’ultimo caso) ma mai carnefici, nonostante – come detto – le loro malattie professionali siano in stragrande maggioranza di tipo psichiatrico e vantino il triste primato del più alto rischio suicidario tra le categorie professionali (dati Francia 2005 e UK 2012).

E se questo non è un miracolo, poco ci manca. Tuttavia abusare della situazione sarebbe irresponsabile. Nell’interesse della società, l’obiettivo comune dovrebbe consistere nel ripristinare l’alleanza tra scuola e famiglia, annullando da parte istituzionale gli attacchi concentrici alle due principali agenzie educative.

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