Stress Lavoro Correlato: la prevenzione parte dalla formazione di docenti e dirigenti

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La “convalescenza” estiva degli insegnanti è tutt’altro che tranquilla. Dal mio punto d’osservazione privilegiato mi sono reso conto che la vacanza, lungi da essere un periodo di svago, distrazione e rilassamento, per molti insegnanti è il momento in cui il malessere interiore erompe con inaudita virulenza.

Sono infatti numerosissimi i docenti che mi scrivono lettere con accorate richieste di aiuto proprio in questo periodo. Qui di seguito riporto tre casi occorsi di recente che dimostrano come la formazione sia indispensabile per assicurare la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato (SLC) . All’analisi dei problemi segue infine una riflessione sinottica per ipotizzare un possibile intervento risolutivo.

I caso: storia di Anna

Ho incontrato Anna per caso, in occasione di una visita per accertamento medico d’ufficio in CMV: insegnante di sostegno di 42 anni, sposata con tre figli, era accompagnata dal marito che avevo conosciuto in altre circostanze e spingeva la moglie sulla sedia a rotelle. Vedendoli soli e spaesati mi sono offerto di accompagnarli alla visita come medico di parte. Il caso clinico era piuttosto grave ed impegnativo perché Anna era affetta da una neoplasia in stato avanzato che non rispondeva più alle terapie. Ma ai problemi di salute si aggiungevano quelli burocratici: Anna infatti non poteva essere sottoposta ad accertamento medico in CMV poiché non aveva superato il suo periodo di prova. Perché non se ne era accorto il dirigente scolastico facendo inutilmente scomodare l’ammalata? La docente non poteva neanche fare la domanda per la pensione privilegiata (L 335/95) perché aveva interrotto gli ultimi cinque anni di lavoro a causa delle estenuanti chemioterapie. La storia si è conclusa nel giro di due mesi con il decesso della donna senza che la stessa potesse percepire per sé e per la propria famiglia alcun aiuto o sussidio economico dopo gli innumerevoli anni di precariato.

Alcune riflessioni sul caso:

  1. Come può un docente ignorare i propri diritti doveri al punto da arrivare a sottoporsi a un accertamento medico che non gli spetta versando inoltre in condizioni di salute terminali?
  2. Come è possibile che un dirigente scolastico non conosca la normativa (art. 3 DPR 171/11) che preclude l’accertamento medico ai lavoratori che non hanno superato il periodo di prova?
  3. Possiamo infine ritenere costituzionale la suddetta norma che discrimina la tutela della salute dei lavoratori in base al superamento del periodo di prova?

II caso: storia di Letizia

Un caldo pomeriggio di Agosto mi telefona singhiozzante un’insegnante del Centro Italia. Il pianto convulso della donna e la linea disturbata rendono difficile la comunicazione, pertanto tranquillizzo la docente e le chiedo di scrivermi la sua vicenda con calma, per poi risentirci non appena letta. Ecco dunque il suo scritto.

Gentile dottore

Mi chiamo Letizia e insegno alla scuola elementare in una seconda classe. Attualmente mi trovo in malattia da alcuni mesi in un paese lontano dal luogo di lavoro. In aprile è morta mia mamma ed essendo nubile sono rimasta sola. Ho 62 anni e 35 di servizio di ruolo. Da 10 anni circa sto curando una depressione con alti e bassi ma cerco di nascondere a tutti quello che vivo dentro. Sono, o forse ero, considerata una buona insegnante. Col trascorrere del tempo mi è sempre costata più fatica la mia professione, ma l’affrontavo con impegno stringendo i denti. Nel tempo mi sono isolata, ho perso amicizie e contatti perché dovevo essere in forma per andare a scuola e occorreva che non mi stancassi dietro altre cose. Ma la depressione non guariva, aveva preso il sopravvento e per giunta mi sentivo in colpa. L’anno scorso non ho chiuso l’anno scolastico per la depressione a seguito dei conflitti con la mia collega, mentre quest’anno è intervenuto il lutto per la mamma. Mi sembrava di essere risucchiata da un vortice, poi sono comparsi rumori e voci dentro la testa: ho temuto di impazzire del tutto. Tutto mi rimbalzava dentro come palline di un flipper: pensieri sui bambini, i genitori, l’aggiornamento, il trasferimento… Sentivo forte la mia inadeguatezza, l’incapacità, la paura che mi attanaglia. Quando mi hanno fatta visitare da uno psichiatra del Servizio Pubblico lo specialista mi ha detto: “Io non la faccio tornare a scuola, perché temo per l’incolumità dei bambini”. A quel punto ho realizzato che non ce l’avrei fatta davvero a tornare a scuola. Non riesco a guidare, non riesco a uscire di casa se non per urgenze legate a farmaci o medici. Temo le colleghe che mi guarderanno chi soddisfatta, chi con quella falsa commiserazione che nasconde ben altro tipo di pensieri. Temo che verrò licenziata. In tutti questi mesi non una collega mi ha telefonato per chiedere anche solo come stai? Ho crisi di panico o di ansia che talvolta riesco a bloccare con i farmaci, talvolta no. L’anno scolastico sta per ricominciare e non so assolutamente cosa fare. Mi aiuti, la prego.

Alcune riflessioni sul caso:

  1. Letizia ha superato i 60 anni da un pezzo e potrebbe benissimo essere la nonna dei suoi alunni. Siamo certi che una donna ultrasessantenne possa insegnare fino ai 67 anni? Sono mai stati fatti studi in merito alle malattie professionali dei docenti e alla loro capacità di tenuta psicofisica di fronte all’anzianità di servizio? E’ logico continuare ad allontanare l’età pensionabile senza prima rispondere a queste domande? Che senso ha mettere mano alle riforme previdenziali (la Monti-Fornero quella più devastante) senza considerare l’invecchiamento e l’usura psicofisica conseguente all’anzianità di servizio?
  2. La docente è oramai a cinque anni dalla fine della sua carriera professionale ma non sa a chi rivolgersi, né conosce i propri doveri e teme di essere licenziata. Inoltre si isola sempre più, ignorando che l’isolamento è considerata la più negativa tra tutte le strategia di adattamento.
  3. La norma prevede che l’istituto scolastico attui il monitoraggio e la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato: sarà mai stata effettuato niente del genere? Perché non è emerso un caso lampante di burnout come quello di Letizia? Perché la maestra non ha chiesto l’accertamento medico e soprattutto perché non ne ha fatto richiesta, d’ufficio, il dirigente scolastico chiedendo la sospensione cautelare in attesa della visita per tutelare la giovane utenza? L’evoluzione della situazione verso la patologia psichiatrica è evidente e progressiva: depressione, isolamento, senso di colpa, dissimulazione, senso di inadeguatezza, delirio persecutorio, panico, ansia, sentire le voci, timore di licenziamento, infine rischio incolumità per gi alunni. Una sintomatologia ricchissima che un docente non può conoscere se l’istituzione non effettua la debita formazione su: malattie professionali, segni e manifestazioni, reazioni di adattamento positive e negative, strumenti di tutela come il diritto/dovere di sottoporsi all’accertamento medico in CMV. In assenza della formazione di legge prevista peraltro dal DL 81/08, la sola reazione possibile del lavoratore non può che essere improntata a panico, ansia, depressione, solitudine e disperazione. Proprio ciò che è avvenuto nel caso di Letizia.

III caso: storia di Rosaria

Gentile dottore, mi permetto di disturbarla perché davvero non so cosa fare, né a chi rivolgermi e sono davvero al limite. Sono una docente di scuola primaria, 61 anni e 35 di servizio.

Ho insegnato felicemente e mi sono spesa con tutte le mie forze, ho cresciuto generazioni, nell’affetto e nella stima incondizionata delle famiglie più semplici e più povere. Ho lavorato con i genitori, sono stata consigliere comunale, vicaria, funzione strumentale, lavoravo non stop anche a casa dei bambini, gratuitamente, perché nessuno rimanesse indietro.

Nel 2010 ho dovuto fare ritorno al mio paese di origine per motivi di famiglia. Il cambiamento e il carico di lavoro che avevo, mi hanno portato a pesare 39 kg, a svegliarmi a ogni ora della notte per paura di non arrivare puntuale a scuola, che dista circa 25 km di strade di montagna. Intanto io stavo male, ansia, angoscia, stanchezza. Mi risolsi a farmi visitare da una psichiatra, che pose diagnosi di “Disturbo affettivo bipolare persistente in fase depressiva”. Chiesi la visita medica collegiale e fui ritenuta “permanentemente inidonea alla funzione docente ma idonea ad altre funzioni”. Per quattro anni, seguendo svariate terapie, sono stata in segreteria e in biblioteca, poi ho richiesto una nuova visita in CMV per tornare a insegnare e finalmente in settembre ho ripreso il mio lavoro di docente. I primi due anni sono stati felici, leggeri e pieni di gratificazioni, fino all’arrivo della  famigerata 107/15 che ha acuito i già pessimi rapporti con la dirigente scolastica. Già quattro colleghe erano andate via dalla scuola a causa sua, e la stessa dirigente ha avuto problemi in provveditorato per mobbing nei confronti di alcuni sottoposti. In giugno la vicaria mi ha chiamata per invitarmi in presidenza. Mi sono trovata davanti una sorta di tribunale dell’Inquisizione: 7 persone contro una e per giunta a porte chiuse. Mi hanno sbranato, con urla, insulti, minacce di licenziamento, sanzioni disciplinari, denunce per diffamazione e cose simili. Quasi due ore di inferno. Non so come sono tornata a casa, ma io per 36 ore filate non ho dormito, tanto erano lo shock, l’angoscia, la vergogna e l’umiliazione.

In luglio ho dovuto sottopormi a una nuova visita psichiatrica, perché la mia paura principale è quella di ritrovarmi come sei anni prima. Lo specialista mi ha prescritto una farmacoterapia a base di antidepressivi, ansiolitici e ipnotici. La sola idea di tornare in quella scuola mi terrorizza. Posso chiedere ancora una visita al Collegio medico per avere un anno di inidoneità temporanea? Mi aiuti lei, per favore.

Alcune riflessioni sul caso:

  1. Ancora una volta ci imbattiamo in una diagnosi psichiatrica di una docente fortemente dinamica ma ultrasessantenne. Ad aggravare l’usura psicofisica intervengono la nuova riforma e il rapporto gravemente conflittuale col dirigente. La situazione precipita nuovamente e richiede un ulteriore intervento specialistico con la somministrazione di una pesante farmacoterapia. Anche in questa scuola non è svolta alcuna azione di prevenzione e monitoraggio dello SLC in barba al DL 81/08.
  2. Il Collegio Medico, assolutamente inconsapevole dei rischi professionali degli insegnanti, torna sui suoi passi decretando l’idoneità della docente all’insegnamento pur avendo prima optato per la “permanente inidoneità” a fronte di una diagnosi psichiatrica importante. La dirigente indispettita persegue la via sanzionatoria, mentre Rosaria stremata cerca un modo qualunque per sottrarsi allo stress.
  3. Gli insegnanti sono avvezzi a mantenere rapporti asimmetrici (con i propri alunni/studenti) e dunque manifestano serie difficoltà ad allacciarne coi loro pari (colleghi). Così come l’isolamento è l’atteggiamento più sbagliato da adottare di fronte allo stress, la condivisione resta lo strumento principe per contrastarlo, mentre i conflitti, coi pari o col dirigente, rappresentano indubbiamente il miglior viatico verso l’esaurimento, come dimostra la vicenda di Rosaria. Chi ha mai spiegato alla docente i rischi professionali per la salute, le dinamiche, le reazioni positive e la possibilità di richiedere un nuovo accertamento medico in CMV?

Riflessione sinottica sui casi

In tutte le tre storie, peraltro affatto dissimili tra loro, vi è un unico filo conduttore: l’ignoranza di tutte le parti in causa sulle malattie professionali degli insegnanti, sulle loro manifestazioni nonché sugli strumenti atti a tutelarne la salute.

In sintesi possiamo dire di avere la seguente situazione:

  • Docenti che non conoscono le loro malattie professionali (prevalentemente psichiatriche e oncologiche); le dinamiche d’insorgenza e i loro sintomi; le strategie di adattamento per farvi fronte; gli strumenti burocratici medico-legali cui ricorrere.
  • Dirigenti scolastici che non attuano la prevenzione dello SLC prevista dalla legge (anche per mancanza di fondi), né effettuano la formazione del personale sui diritti/doveri sulla tutela della loro salute. Ricorrono spesso a sanzioni quando dovrebbero richiedere un accertamento medico d’ufficio.
  • Medici delle CMV che ignorano totalmente le malattie professionali degli insegnanti (perché ancora non ufficialmente riconosciute dalle Istituzioni che non effettuano i debiti studi) e riammettono all’insegnamento docenti con pesanti diagnosi psichiatriche già giudicati “permanentemente inidonei all’insegnamento”.
  • Utenza (alunni in particolare) totalmente non protetta con rischio di incolumità per la stessa. Si pensi ai tanti casi di presunti maltrattamenti di bambini a scuola: nel 90% dei casi trattati dalla cronaca l’età anagrafica è superiore ai 50 anni e l’anzianità di servizio supera i 30.

Ritenendo di non dover più attendere l’intervento dell’Istituzione che latita da quando il DL81/08 è entrato in vigore si è pensato di realizzare, con l’associazione Articolo 33 e sotto la direzione scientifica del sottoscritto, un corso online che potesse colmare tutte le suddette mancanze. Il corso è rivolto a docenti, dirigenti scolastici, scuole e reti di scuole. Il materiale del corso, tratto dai numerosi casi osservati in 20 anni di studi, comprende pubblicazioni scientifiche, diapositive, esercitazioni e discussioni di casi reali con la possibilità di partecipare a forum di discussione. Programma e strutturazione del corso sono disponibili a richiesta al sottoscritto ( [email protected]). Le iscrizioni si apriranno dal 15 settembre 2017 mediante la Piattaforma SOFIA del MIUR con il possibile utilizzo della carta del docente. Per scuole e reti di scuola si può contattare [email protected]o [email protected]

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