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Strategie didattiche: imitative, di ricerca, creative e attive.

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La parola strategia deriva dal termine greco antico stratēgia (στρατηγία) che vuol dire “arte del condottiero dell’esercito” ed a sua volta deriva da strategós (στρατηγός) che vuol dire “condottiero d’esercito” o “generale”.  Il termine, nel tempo, è penetrato in diversi settori della società, tra cui quello pedagogico: in questo campo, esso assume il significato di “orientamento del docente nei confronti del processo di apprendimento del discente”.

Si tratta dunque di una linea comportamentale che l’insegnante decide di stabilire a priori e di adottare, per raggiungere determinati obiettivi didattici in un dato contesto (che tiene conto della situazione di partenza degli alunni, dei mezzi e delle risorse, anche temporali, disponibili). In questo senso, la strategia viene spesso assimilata al termine di metodologia, ed in effetti i due concetti sono simili, se non per una piccola sfumatura: la strategia riguarda l’atteggiamento del docente verso un determinato percorso didattico, che implica in sé anche una metodologia, ovvero una serie di procedure utili ad affrontare le unità didattiche.  Ovviamente, una implica l’esistenza dell’altra: tuttavia, le categorizzazioni di strategie e metodologie didattiche sono differenti. Vediamo insieme le prime.

Strategie espositive/euristiche

Una prima grande scelta che può effettuare il docente è quella tra le strategie espositive (la classica lezione frontale, ad esempio) e quelle euristiche ( da “heurískō”, cioè ‘trovo’).

Da questo punto di vista, l’insegnante dovrà capire se la classe di fronte a cui si trova ha maggiormente bisogno di recepire in forma teorica i contenuti dell’insegnamento oppure di apprendere coinvolgendo l’alunno in una scoperta empirica dell’unità didattica: quest’ultima è dunque – secondo un altro tipo di categorizzazione– anche  una strategia di tipo attivo, perché appunto richiede un’attivazione senso-motoria e mentale dell’alunno, che lavora in modalità laboratoriale con i suoi compagni.Ciò accade in un’ottica partecipativa: però la strategia euristica non assicura la stessa sistematicità della strategia espositiva (più consigliata per materie con un certo ritmo crono-logico, come storia, letteratura italiana e latina/greca).

Quello euristico è il tipo di strategia che utilizzano molto le scienze fisiche o naturalistiche, che tuttavia hanno anche delle teorie e degli assunti di base da imparare: i docenti che vogliano però far assimilare dei concetti di fisica o di chimica sono spesso chiamati a far sperimentare ai propri alunni, di modo che poi possano guardare alla formula o alla teoria da imparare con maggior cognizione di causa.

Strategie didattiche imitative, di ricerca e creative

Un’ulteriore tipologia di classificazione delle strategie le vede distinguersi in:

imitative: qui, il docente (o un ospite durante la lezione, ma anche un idea, un esempio storico) rappresenta o propone un modello che i discenti dovrebbero seguire, in modo da analizzare i comportamenti di cui questo modello si fa portatore e scinderli in parti assimilabili anche livello teorico – oltre che intuitivo.

Di ricerca: si tratta di quelle strategie che mirano a sviluppare il problem solving degli alunni in base a una serie di dati di cui questi sono in possesso; puntano principalmente a stimolare la loro curiosità empirica e il processo euristico, e di solito richiedono una breve relazione dell’esperimento di ricerca che gli alunni hanno portato avanti.

Creative: anche queste si basano sull’apprendimento per intuizione, ma non richiedono – a differenza di quelle imitative – di seguire un modello, bensì di costruirlo dalla propria interiorità. Sono importanti per stimolare gli alunni a porsi un problema di natura teoretica (ma anche pratica, a volte), e risolverlo autonomamente con il loro pensiero laterale – infatti in questo caso il docente non dà strumenti agli alunni per risolvere il problema (né modelli né altri strumenti).

Strategie didattiche attive

Infine, un breve excursus tra le strategie didattiche attive, tra cui figurano la conversazione guidata (dal docente, tra i discenti), il peer-tutoring (tutoraggio tra due alunni, vicendevolmente), il brainstorming (riunire le idee liberamente), il role playing (giochi di ruolo), il case-study (studio di un caso in classe), l’in-basket (simulazione di una giornata di lavoro in ufficio) e l’incident progress (problem solving basato su un caso reale). Inoltre, Richard Felder e Rebecca Brent, nel loro articolo accademico “Active learning: An introduction”, evidenziano un paio di metodologie didattiche attive:

Think-Pair-Share (pensa, abbinati e condividi), dove il docente dà uno stimolo alla classe e a ognuno di loro viene poi chiesto di rifletterci singolarmente, riunirsi in coppie e accordarsi sulla soluzione;

TAPPS (thinking aloud pair problem solving), che è simile al precedente, ma richiede una risoluzione di problemi in coppia sin dall’inizio, e pensando ad alta voce: la dinamica di coppia e il ragionamento avvengono tra l’alunno che decide di porre le domande (questioner) e quello che dovrebbe dargli di volta in volta una risposta (explainer).

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