Storia di una Calabrese assunta a Modena: “non vedo il conflitto Nord-Sud descritto dai giornali”

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“Il cappello nero, mamma, quello che mi hai regalato l’anno scorso. Dove diavolo l’hai messo?” Oddio, mi scusi, era mia figlia. Vede? Anche del cappello nero di mia figlia mi devo occupare a 900 chilometri di distanza. Non bastano le altre preoccupazioni, e sono tante”.

“Il cappello nero, mamma, quello che mi hai regalato l’anno scorso. Dove diavolo l’hai messo?” Oddio, mi scusi, era mia figlia. Vede? Anche del cappello nero di mia figlia mi devo occupare a 900 chilometri di distanza. Non bastano le altre preoccupazioni, e sono tante”.

Glielo rinfaccia anche la suocera, quando torna a casa, quasi una volta al mese: “Sonia, non ti vedo contenta, come mai?” Invece Sonia è contenta, per la recente immissione in ruolo. Dopo un’attesa al cardiopalma, condivisa con i colleghi e gli amici più cari, a fine agosto le arriva l’agognata convocazione dal Provveditorato di Modena.

Il suo precariato si trasforma in un attimo in fine precariato, l’attesa si scioglie in un pianto soffocato. Soffocato dal conflitto tra ciò che ci si lascia alle spalle e ciò che si profila davanti. La distanza tra il suo paese calabrese e l’Emilia appare siderale e piccolissima al contempo.

Sa che deve partire, sa bene che deve lasciare la famiglia, sa pure che rinunciare al ruolo e restare in Calabria equivale a una sconfitta non solo morale ma anche pratica. Il marito ha appena perso il lavoro dopo 15 anni di servizio in un’azienda privata e i tagli della Riforma Gelmini e quella della Riforma Fornero azzerano ogni speranza che in Calabria si possano concretizzare immissioni in ruolo su cattedre comunque vacanti e su aule comunque sovraffollate. Sonia è dunque contenta di essere passata di ruolo assieme ad altri trentamila colleghi che hanno visto terminare il precariato.

E’ contenta, la professoressa Sonia, ma ancora non lo sa. La figlia adolescente l’ha accompagnata, a fine agosto, alla ricerca di un appartamento condiviso con un’altra collega, poi si sono separate. Il figlio al primo anno di scuola superiore lei sa che avrebbe bisogno di una mamma vicina e invece ogni mattina se lo immagina mentre esce da casa con i pantaloni a vita bassa “che io detesto”. Ma tanto, “sono abituati”, si consola lei, una mano nei capelli, un’altra accanto alle labbra di una tazzina da caffè che ti tira su quanto basta per riprendere le programmazioni dei suoi alunni.

La scuola la tiene occupata parecchio, anche a casa, perché gli insegnanti mica lavorano solo a scuola, “il sostegno è impegnativo, devi seguire più alunni con problematiche diverse, organizzare il lavoro per il giorno dopo…qui è ben organizzato, si fa tanto per garantire una buona integrazione sia scolastica che extrascolastica”. Ma il sabato pomeriggio e la domenica l’angoscia, l’ansia e forse anche i sensi di colpa sono puntualmente in agguato.

E’ contenta del ruolo, la professoressa Sonia, ma ancora non è riuscita ad assaporarlo. Sonia Leone ha un marito e due figli adolescenti, si è laureata in Scienze Naturali tanti anni orsono presso la mitica Università di Arcavacata a Rende, in provincia di Cosenza, si è abilitata nella “A060” e poi anche sul sostegno. Più tardi un lungo peregrinare in vari comuni calabresi, sempre lontani dalla sua Taverna di Montalto Uffugo, che ci volevano quattro ore e mezzo di treno per tornare a casa nel fine settimana. “Ma almeno potevo partire in qualsiasi momento e, sia pure di notte, facevo un salto a casa anche per poche ore”.

Ore, non giorni. Anche se riesce a mettere insieme due o tre giorni per raggiungere la Calabria, Sonia declina in ore e non in giorni la sua permanenza tra gli affetti più cari: che siano quarantotto o settantadue, per lei sono ore e non giorni. Come quelle che trascorre di notte sul pullman “così sfrutto anche l’ultimo giorno per stare con la mia famiglia”, che la riconduce a Modena alle sei di mattina, giusto il tempo per una doccia, un caffè, un salto a piedi in stazione e via di nuovo verso il suo Istituto professionale Vallauri di Carpi, la cittadina che svetta in cima alla classifica di serie B, e “dove sono stata accolta benissimo tanto che sono preoccupati che io possa chiedere già dal prossimo anno l’assegnazione provvisoria”.

Una piccola grande soddisfazione che non le fa dimenticare la diatriba Nord Sud, indotta dall’invasione di insegnanti meridionali avvenuta poche settimane prima delle immissioni in ruolo. Modena è stata una delle province più gettonate da un esercito di insegnanti precari che in occasione dell’aggiornamento delle graduatorie a esaurimento, spinti dai tagli e dalla necessità, hanno tentato il tutto per tutto, lasciando terra, famiglia e affetti e sperando di fare il colpaccio.

E’ andata bene a gran parte di loro, ed è andata male ai colleghi del posto, modenesi o neoresidenti da anni a Modena e provincia, che si son visti scavalcati proprio un attimo prima dell’immissione in ruolo. E’ solo cinquantesima, tanto per dire, la prima modenese passata di ruolo alla scuola primaria, beffata da quarantanove nuovi arrivati. Analoga la situazione per gli altri gradi di scuola, soprattutto nel sostegno.

E ora, all’amarezza degli esclusi, si aggiungono le preoccupazioni per le novità prospettate dalla Buona scuola del nostro premier. Matteo Renzi chiede un atto di sacrificio quasi indecente agli assunti del prossimo anno, appunto, per i quali immagina l’azzeramento dell’anzianità di servizio in cambio di una massiva stabilizzazione e di una contestata progressione di carriera basata su scatti di competenza e neanche per tutti.

Quanto basta, professoressa, perché lei si trovi nel bel mezzo di una guerra e per giunta fuori casa.

“In effetti con alcuni colleghi abbiamo affrontato la questione. Con l’aggiornamento della graduatoria una mia collega della scuola dove insegno si è trovata scavalcata da sette nuovi inserimenti”.

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Bell’imbarazzo.

“Ci siamo parlate e ci siamo confrontate. Mi dispiace, le ho detto. Funziona così, sappiamo che la collocazione in coda è incostituzionale per i nuovi inserimenti, siamo condizionati da questo meccanismo ad ogni aggiornamento. Ognuno dovrebbe poter lavorare nella propria città, nel proprio paese, ma se mancano le possibilità di lavoro alla fine si va dove il lavoro si spera di trovarlo. A tal proposito una graduatoria nazionale avrebbe permesso una distribuzione più equa e corretta dei posti a ruolo”.

Magari le ha pure chiesto scusa.

“Sì, è vero, le ho chiesto scusa. Scusa se ti ho provocato dei problemi, le ho detto”.

Com’è finito il dialogo?

“Lei mi ha detto: lo meritavi tu, perché anagraficamente sei più grande di me e hai pure più anni di servizio.”

Tutto qui il conflitto tra insegnanti del Nord e insegnanti del Sud che ha animato l’estate?

“Posso dire una cosa?”

Dica

“Posso dire che non vedo tutto questo conflitto descritto sul web? A leggere nei vari forum, sembrerebbe sia in atto un’aggressione nei confronti nostri ma devo dire che almeno a Modena non c’è alcuna guerra, anzi”.

Anzi…?

“Anzi, una delle mie referenti di sostegno, una professoressa del posto, mi ha riferito che una collega passata di ruolo lo scorso anno ha avuto l’assegnazione nella sua provincia di residenza e per questo motivo si è detta dispiaciuta all’idea che anch’io possa andare via il prossimo anno. Peraltro sono per legge su una sede provvisoria quest’anno. La cosa mi ha fatto effetto ed è questo ciò che conta. Non ho problemi di nessun genere. Credo che la diatriba tra colleghi del posto e noi nuovi arrivati non esista, lo vedo confrontandomi con tanti altri fuorisede. Noto semmai che qui in Emilia mancano moltissimi insegnanti, tanto che le scuole sono costrette a chiamare dalla terza fascia delle graduatorie d’istituto i docenti non abilitati . Senza i molti che sono venuti da giù, le scuole potrebbero chiudere per mancanza di personale docente e Ata. Siamo tutti italiani e questa idea del conflitto Nord contro Sud non deve passare assolutamente. Peraltro Modena ha tutto da guadagnare da noi e su di noi”.

Ecco.

“Certo. Le nostre difficoltà si trasformano in occasione di crescita dell’economia locale. Le spese per la casa, i mezzi di trasporto, l’affitto, la spesa, le utenze, la spesa sanitaria….gli occhiali da vista: ne ho comprate due paia l’altro giorno in centro a Modena. Tutti soldi che rimangono qui. Semmai, ahimé, mi colpiscono le differenze”.

A che cosa si riferisce?

“Qui in Emilia il percorso per gli alunni con handicap è ben organizzato. Oltre all’attività didattica vengono attivate varie fasi progettuali e percorsi che offrono agli alunni un’occasione per entrare in contatto con le varie realtà extrascolastiche nelle quali poter svolgere anche una semplice attività lavorativa una volta usciti dalla scuola. Vedo che sono coinvolte varie strutture del territorio, c’è sinergia tra scuole, Comune, ASL e cooperative impegnate nel sociale. Da noi, in Calabria, l’alunno con handicap, solo nei casi gravi può usufruire di diciotto ore di affiancamento del solo insegnante di sostegno. Qui ogni alunno è seguito nel suo percorso, oltre che dall’insegnante di sostegno, anche da un educatore e da un tutor . E poi penso a tutte le opportunità che vengono offerte ai ragazzi, attraverso i percorsi misti scuola e lavoro che permettono all’alunno di affrontare esperienze e attività con figure diverse dall’insegnante di sostegno e dell’educatore al fine di acquisire nei casi meno gravi, consapevolezza della propria capacità lavorativa”

Qual è la cosa che l’ha colpita fin da subito?

“L’organizzazione. Il modo come si lavora per l’inclusione, gli interventi e le attività per l’integrazione degli alunni stranieri, l’alfabetizzazione. Sarà perché i numeri dell’immigrazione qui sono decisamente più alti, ma sicuramente le istituzioni e le altre agenzie intervengono con puntualità a favore di questi bisogni. Si lavora di più e meglio”.

Se dovesse ottenere il trasferimento, questo bagaglio le potrebbe tornare utile.

“Certo. Devo dire però che il pensiero di tornare in una realtà dove le cose funzionano diversamente mi fa pensare molto. Spero di poter portare giù l’esperienza che sto coltivando qui”.

Senta, lei come tanti altri suoi colleghi siete andati al Nord carichi di punti da spendere in graduatoria e avete superato i vostri colleghi del posto. Come mai tutti questi punti?

“Se lei controlla noterà che chi si è trasferito ha un’età media di circa 40-50 anni, molti vantano anni di supplenze alle spalle. Si aggiungano i punti dei master e dei corsi universitari. Inoltre molti hanno preso la seconda laurea per caricare punti”.

E poi c’è l’effetto domino…

“Esatto. Se l’ha fatto lui, dicono in tanti, lo faccio io altrimenti verrò superato. Pertanto quando si fa l’aggiornamento ci si ritrova con tutti questi punti. Certo, la raccolta punti non è finita: con la riforma della Buona Scuola si prevede lo stesso meccanismo per la costruzione dei curriculum vitae dei docenti di ruolo”.

Quali sono i problemi da affrontare quando si è lontani dalla propria sede?

“Quando si arriva in un nuovo posto e lontano da casa, si sa, la cosa principale è trovare una sistemazione, una casa. Io l’ho trovata in una settimana, per fortuna. Il sacrificio più grande è non vedere i figli e il marito. Mi chiedo spesso come saranno vestiti i miei figli, cos’hanno fatto oggi, cosa fanno adesso. Per fortuna, le distanze sono accorciate dalle tecnologie, come vede ho Skype, c’è Watsapp”.

E’ dura. E si vede.

“Durante la settimana ho tanti impegni, non ci penso, devo curare i progetti per i miei alunni, poi arriva il sabato e la domenica e con essi arrivano magone, ansia e angoscia. Però mi si può dire: non te l’ha chiesto nessuno di fare questa scelta. Io lo sapevo già dall’inizio, abbiamo parlato tanto con mio marito e i miei figli. Sapevamo a cosa saremmo andati incontro. Vivo con una sorta di speranza di potermi avvicinare a casa. La sensazione è che prima o poi ci sarà il trasferimento ma, ahimè, con la famiglia ogni minuto perso è stato perso. Alla fine non lo recuperi più. Mica fra tre anni uno recupera il tempo perso. Comunque l’importante è stare vicino alla famiglia in qualsiasi modo, sentirla vicina. Peraltro non è che la distanza non ci fosse anche quando ero in Calabria”.

Era pendolare?

“Peggio. Lavoravo nella Locride, in sedi lontane da casa, troppo lontane per poter viaggiare tutti i giorni. Stavo via cinque giorni e tornavo il fine settimana. Ma era un’altra cosa, sapevo che se anche ci sarebbero volute quattro ore e mezza di viaggio, in un momento di bisogno, di sconforto o per piacere, si salta su un treno, si va e si torna. Dunque la mia famiglia ha sempre vissuto questa mia assenza per motivi di lavoro”.

Come vede il progetto della cosiddetta Buona Scuola?

“Renzi ha messo tanti paletti. Ha chiesto ai precari di essere disponibili alla mobilità territoriale per poi restare obbligatoriamente nella sede scelta. Ha chiesto la disponibilità per le supplenze ma allora si passerà di ruolo per fare che cosa?”

Molti precari protestano, tanti altri sono pronti ad accettare le immissioni compresi gli effetti collaterali paventati.

“Dove ci sono i posti vacanti è giusto che vengano coperti con le immissioni. Chi è abilitato ed è in graduatoria e da anni lavora con contratti a termine è giusto che venga stabilizzato. Hanno fatto abilitare tantissime persone, negli anni. Alla fine pochi di queste sono passate di ruolo. Ma allora perché tante abilitazioni? Si evince che come succede per i Tfa e i Pas c’è un tornaconto per le università. Ad esempio, per la mia classe di concorso A060, scienze alle superiori, solo nella provincia di Cosenza ci sono tanti docenti Dop, docenti di ruolo che avevano la cattedra e che ora non c’è più. Devono essere collocati sugli spezzoni di tre o più scuole perché con la Riforma Gelmini si sono perse tante ore di scienze in particolare negli istituti professionali”.

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Le immissioni massive frustreranno le disponibilià per le vostre richieste di assegnazione provvisoria vicino alla famiglia. Anche di questo si dicono preoccupati tanti come lei.

“Il problema è complesso e si potrebbe risolvere riducendo il sovraffollamento delle classi. Al Sud ci sono stati i maggiori tagli. Le classi prime sono sovraffollate. A Polistena, in provincia di Reggio Calabria, c’erano anche 34 alunni nelle prime ed è normale che aumentando gli alunni per classe diminuiscono le cattedre. Ma così si violano anche le norme sull’handicap e quelle sulla sicurezza. Spesso ci si trova in classi dove diventa difficile anche spostarsi. Sarebbe stato importante ridurre gli alunni per classe, come pure abbiamo chiesto più volte nelle tante manifestazioni contro la Riforma Gelmini”.

Ha partecipato anche lei?

“Si, ho partecipato il 15 luglio scorso alla manifestazione di Roma assieme al Cps di Napoli e a quello di Roma e altri, dopo che il sottosegretario alla Pubblica istruzione aveva annunciato l’idea di aumentare l’orario di lavoro a parità di stipendio e di tenere aperte le scuole fino alle 10 di sera. Sono stata il 30 ottobre 2008 a Roma, eravamo in tantissimi allora. Hanno dovuto chiudere la stazione della metro in Piazza di Spagna. Nel mio piccolo ho partecipato, anche se spesso ho trovato la poca disponibilità alla protesta da parte di tanti colleghi”.

E’ servito?

“Non è cambiato nulla. Ripeto, l’unica via è finirla con le classi pollaio, bisogna formare classi con non più di 20 alunni, specie in quelle dove oltre ad alunni con il sostegno ci sono altre situazioni quali i Dsa (disturbi specifici dell’apprendimento, i Bes (i bisogni educativi speciali), gli alunni stranieri. Scusi, ma diversamente come si fa a fare una scuola di qualità?”

Eppure Renzi vorrebbe una Buona Scuola. Come se l’immagina lei una scuola buona?

“Ma perché fino ad ora la scuola non è stata una Buona Scuola? Sicuramente si può migliorare. La scuola di qualità deve favorire la crescita e la valorizzazione di chi vive e di chi fa la scuola. Laddove in una classe ci sono situazioni diverse diventa difficile operare quando si ha un numero elevato di alunni. Si denuncia da più parti la dispersione scolastica ma è chiaro che in queste condizioni il ragazzo alla fine lo perdi. Non solo: anche chi eccelle vede negate tante opportunità che invece la scuola dovrebbe potenziare”.

Suona il telefono…

Le mani nei capelli. Sorride. “Ha sentito? Ora a 900 kilometri di distanza da casa mia dovrei sapere dov’è il cappello nero di mia figlia”.

Già. Dov’è il cappello?

“E non solo. Ci sono i controlli ospedalieri e le visite mediche di mio padre da organizzare, mio marito non trovava il blocchetto degli assegni. Sono scesa io e gliel’ho trovato in un attimo. Quando ci si trova si godono le ore, non i giorni. Per me due giorni non sono due giorni ma quarantotto ore”.

A che ora parte quando riesce a saltare su un treno finalmente possibile?

“Parto da Modena alle 14, un cambio a Bologna per salire sul Freccia. Arrivo a Napoli alle 19 per poi prendere un regionale e con questo arrivo a Cosenza alle 22.30. Al ritorno me ne salgo di sera con il pullman. Approfitto della notte per stare un’altra giornata con i figli. Si riesce a dormire almeno un po’ sul pullman ma soprattutto mi godo i figli un giorno in più. Arrivo alle 6 di mattina alla stazione poi prendo un treno per Carpi. Infine una passeggiata fino a scuola”. Ma non è una passeggiata. E questo la professoressa Sonia lo sa.

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