Siete gli insegnanti che avreste voluto essere? Vi capita mai di sentirvi non adeguati? Lettera

di redazione
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Lettera dell’insegnante Martina Giunta – Vorrei porre delle domande ai docenti che, come me, hanno appena intrapreso questa professione.

Siete gli insegnanti che avreste voluto essere? Come state vivendo il primo anno di docenza? Vi capita mai di non sentirvi adeguati? Io quasi ogni giorno vivo in maniera sofferta il mio ruolo. Ho serie difficoltà a tenere le classi sotto controllo. Non riesco ad avere una risposta secca per le mille richieste degli alunni, tentenno ogni qual volta mi chiedano qualcosa, che sia attinente o meno alla didattica. E il tentennare, nella frenesia della scuola contemporanea, non porta a nulla di buono. Inoltre non riesco a catturare l’attenzione dei ragazzi.

Talvolta vedo colleghi che, oltre ad essere preparati, posseggono quelle carismatiche “doti di intrattenimento” ormai indispensabili per fronteggiare la dipendenza da smartphone delle nuove generazioni.

Vorrei avere quell’entusiasmo che forse mi consentirebbe di affascinare prima ancora di trasmettere la lezioncina del giorno. Pianifico molto il mio lavoro: slide, filmati, audio, esercitazioni… e ogni volta rimango delusa per gli scarsi risultati ottenuti.

È il mio primo anno di insegnamento, ho una cattedra completa (supplenza breve) in un istituto professionale, e spesso mi chiedo se sia il caso o meno di portare avanti questa “missione” umanamente poco gratificante.

Al mio tentativo di far rispettare le regole, gli studenti rispondono sempre con tono di scherno o perfino di sfida. Non posso far a meno di chiedermi se i miei grandi modelli, i docenti che mi hanno trasmesso l’amore per questa professione, sarebbero in grado oggi di insegnare nel contesto con cui devo rapportarmi ogni mattina.

Forse la mia idea di insegnamento è superata ma non posso e non voglio credere che sia anacronistico il rispetto nei riguardi del docente, del genitore, del compagno. Così come non mi rassegno all’idea che la società stia perdendo di vista l’arte dell’ascolto, la capacità di farsi momentaneamente da parte per ascoltare i messaggi altrui.

Sembra quasi che le due sole alternative siano isolarsi davanti a uno schermo o blaterare senza sosta, non preoccupandosi di ascoltare cosa gli altri hanno da dirci. E non credo che questo atteggiamento riguardi solo i giovanissimi, siamo un po’ tutti assorbiti in questo vortice di silenzio assente ed egocentrico chiacchiericcio.

Cosa potremmo fare per ripristinare il silenzio nel suo valore positivo, di spazio necessario per meditare, per elaborare i messaggi che ci vengono quotidianamente trasmessi?

Continuerò a mettermi in gioco, ma se le esperienze future saranno come quella attuale non inseguirò piú il sogno dell’insegnamento. Probabilmente la mia indole pacata poco si confà al bisogno di protagonismo della società contemporanea.

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