Stipendio, Anief: docenti italiani lavorano più dei colleghi europei ma guadagnano meno

di redazione
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comunicato Anief – Quello degli stipendi inadeguati degli insegnanti sta diventano uno dei temi più ricorrenti dell’estate 2017.

Dopo la fortunata petizione pubblica, che si avvia verso le 20mila firme, attraverso cui un gruppo di insegnanti si appresta a chiedere al Miur l’equiparazione del trattamento economico tra docenti italiani ed europei, sostenuta senza indugi dall’Anief, anche il mondo della politica si sta occupando del problema: dopo l’impegno preso ieri dalla Ministra dell’Istruzione nel cercare di reperire maggiori risorse per il rinnovo del contratto da sottoscrivere entro fine anno, stamane sono state pubblicate sul sul sito internet di “Possibile”, lo schieramento guidato da Giuseppe Civati, delle tabelle riassuntive su dati Eurydice, già riprese e commentate dall’Anief, attraverso cui emergono delle conclusioni che sovvertano quanto di più sbagliato possa pensare l’opinione pubblica del corpo docente italiano.

“Scorrendo le tabelle – si legge nel sito internet ‘Possibile’ – appare evidente che alcuni dei luoghi comuni più spesso riportati da coloro che intendono giustificare una razionalizzazione continua della spesa sul capitolo Scuola e Istruzione sono facilmente confutabili. L’orario di lavoro (settimanale frontale) dei docenti italiani non è, come si racconta, nettamente inferiore a quello dei colleghi europei: le ore di lezione in Italia sono superiori alla media europea sia nella scuola primaria (22 contro 19,6) che nella secondaria superiore (18 contro 16,3) e uguali nella secondaria inferiore (18 contro 18,1)”.

Sul fronte della “comparazione degli stipendi dei docenti italiani con quelli degli insegnanti degli altri Paesi Europei, si evidenzia la differenza tra la retribuzione di base e quella a fine carriera, suddivisa per ordine di scuola. Il dato del nostro Paese ci mostra come le retribuzioni iniziali dei nostri docenti assicurino un tenore di vita al di sotto di quello medio italiano”. In Europa, solo i docenti Slovacchia e la Grecia, per motivi ovvi, possono contare su buste paga inferiori a quelle dei nostri insegnanti. Il problema è, soprattutto, quello del mancato adeguamento stipendiale nel corso della carriera. In Francia, ad esempio, i maestri della primaria appena assunti percepiscono più o meno quanto i colleghi italiani (tra le 22mila e le 23mila euro lorde); solo che al termine della carriera, gli stessi docenti transalpini surclassano i nostri, prendendo oltre 10mila euro in più (oltre 44.500 euro contro 33.700 euro lordi).

Non va meglio per un insegnante del Belpaese che opera nella secondaria di secondo grado: questi, infatti, potrà contare su stipendi massimi di 38.745 euro, mentre chi svolge la stessa professione in Germania sfiora i 64mila euro. E pure in Spagna, dove l’economia non è di certo più florida di quella italiana, arriva a 48mila euro, quindi 10mila in più dei nostri docenti delle superiori. Molto distanziati, sempre rispetto agli italiani, ci sono gli insegnanti belgi (63mila euro) e austriaci, che superano i 65mila euro annui. Per non parlare di chi insegna a Lussemburgo, dove, sempre nella secondaria di secondo grado, si arriva a percepire 125mila euro medi.

“Quello che sta emergendo in questi giorni – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal – è quello che l’Anief sostiene da tempo: alla beffa degli stipendi ridotti, bloccati da quasi dieci anni e superati pure dall’inflazione, per la mancata applicazione dell’indennità di vacanza contrattuale che avrebbe almeno recuperato la metà del gap, si aggiunge anche la beffa dell’orario maggiorato. Ecco perché abbiamo sostenuto da subito la petizione pubblica di cui si parla in questi giorni estivi: perché, assieme a decine di migliaia di firme che la sostengono, verrà inviata a chi gestisce la scuola e la sostiene con fondi a dir poco inadeguati. Ricordando a questi signori, se ancora non l’hanno appreso, che insegnare in Italia significa lavorare di più e guadagnare meno”.

“E non vengano a dirci, dal Miur e dal Governo di turno, che la spesa pubblica in Italia per gli stipendi è già troppo alta. Perché nel computo, ricordiamo anche questo, sono contemplati quasi 150mila stipendi di docenti di sostegno, che in altri Paesi vengono ‘caricati’ su altri ministeri, ad esempio quello della Salute, oppure esclusi da computo totale, perché si tratta di didattica speciale. Come dalla spesa degli emolumenti per il personale scolastico andrebbero sottratte decine di migliaia di stipendi riguardanti i docenti di religione, anche loro giustamente non contemplati in altri Paesi. Se poi parliamo del personale Ata si sfiora il ridicolo, visto che gli stipendi, appena superiori a mille euro al mese, sono i più bassi della PA. E che dire dei dirigenti scolastici, che percepiscono quasi la metà dei colleghi di altri comparti?”.

Il problema, ricorda l’Anief citando l’ultimo rapporto annuale dedicato da Eurydice agli stipendi degli insegnanti e dei capi di istituto di 40 Paesi europei, è che altrove non esiste il “piattume” che caratterizza l’Italia: in Germania, i 16 Länder stabiliscono gli stipendi dei dipendenti pubblici e li incrementano regolarmente per compensare l’inflazione; in Danimarca, il contratto generale del 2015 prevede aumenti salariali e indennità aggiuntive per gli insegnanti di tutti i livelli; in Spagna, la legge finanziaria del 2016 ha stabilito un aumento dell’1% degli stipendi di tutti i dipendenti pubblici, compresi gli insegnanti, con effetto dal 1 gennaio 2016; anche nei Paesi Bassi, una recente riforma del governo sugli stipendi ha previsto un aumento generale delle remunerazioni per tutti i dipendenti pubblici; in Portogallo, nel 2015, il governo ha revocato i tagli degli stipendi approvati l’anno prima. Solo in Italia e a Cipro – si legge ancora nel Rapporto europeo – continuano a rimanere congelati gli stipendi dei dipendenti pubblici (compresi quelli degli insegnanti). Il governo italiano, infatti, per ridurre il deficit pubblico, ha congelato gli stipendi nel 2010, inizialmente fino al 2013, ma la misura è stata estesa da allora ogni anno.

Anief, a questo proposito, ricorda che non ci sono inversioni di tendenza in atto: perché nell’intesa Funzione Pubblica-Sindacati del 30 novembre scorso, come nell’Atto di indirizzo del Miur, non c’è traccia del recupero dell’indennità di vacanza contrattuale allineata all’inflazione. Come è assente la parità di trattamento tra personale precario e di ruolo con la valutazione per intero del servizio pre-ruolo nelle ricostruzione di carriera, la rivisitazione degli stipendi per il personale Ata e dell’infanzia e primaria, l’istituzione dell’area della vice-dirigenza‎ e l’adeguamento delle norme alle direttive dell’Unione europea.

“Addirittura – commenta ancora Pacifico – l’indennità di vacanza contrattuale, da assegnare per legge e anche per la Consulta obbligatoria dal settembre 2015, rimarrà con ogni probabilità congelata fino al 2021. Inoltre, se si firma questa bozza di contratto, il lavoratore prenderebbe solo a partire dal 2018 appena 85 euro, al netto di 105 euro in media mensili che potrebbe percepire proprio se si sbloccasse quell’indennità, senza firma del contratto vita natural durante. A regime, infatti, l’incremento netto in busta paga dovrebbe attestarsi tra le 210 e le 220 euro. Ecco perché vorremmo sentire, tramite referendum, cosa ne pensano i lavoratori interessati. Se è meglio firmare un rinnovo-mancia oppure ricorrere al giudice per chiedere un incremento equo”.

Il sindacato ricorda che per interrompere i termini di prescrizione e richiedere il 7% in più di IVC da settembre 2015, come previsto dalla Consulta, è possibile inviare la diffida al Miur oppure aderire direttamente al ricorso.

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