Stipendi inadeguati? Meno ore di insegnamento per i docenti italiani

di
ipsef

di Andrea Raciti – Nel nome del risanamento dei conti pubblici, la Scuola Pubblica Statale italiana è stata sempre sacrificata dai governi che si sono succeduti in questi ultimi anni. Le condizioni drammatiche con cui oggi le nostre scuole si trovano costrette a confrontarsi non sembrano però scalfire la coscienza di un mondo politico troppo lontano dai contesti reali e dalle situazioni d’emergenza in cui operano quotidianamente gli insegnanti.

di Andrea Raciti – Nel nome del risanamento dei conti pubblici, la Scuola Pubblica Statale italiana è stata sempre sacrificata dai governi che si sono succeduti in questi ultimi anni. Le condizioni drammatiche con cui oggi le nostre scuole si trovano costrette a confrontarsi non sembrano però scalfire la coscienza di un mondo politico troppo lontano dai contesti reali e dalle situazioni d’emergenza in cui operano quotidianamente gli insegnanti.

L’attuale Ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca Francesco Profumo, notoriamente attento alle problematiche in cui versa la nostra Scuola, ha recentemente rilasciato alcune interessanti dichiarazioni che riteniamo pienamente condivisibili: “bisogna portare il livello di impegno dei docenti sugli standard dell’Europa occidentale”, ha affermato il Ministro, parlando di una scuola “meno chiusa e più europea”. Lo stesso Profumo rimanda tuttavia a momenti migliori il “giusto aumento delle retribuzioni” degli insegnanti.

A nostro avviso, Profumo non sbaglia nel mettere l’accento sulle differenze tra “il livello di impegno” dei docenti italiani rispetto a quello dei loro colleghi del resto d’Europa. In effetti, da uno studio analitico dei dati relativi all’orario settimanale di insegnamento (fonte Eurydice 2011), risulta che il numero di ore settimanali di insegnamento svolte dai nostri insegnanti sia superiore, seppur di poco, rispetto alla media europea.

Questo studio non tiene conto, tra l’altro, di tutte le attività ordinarie che impegnano i docenti ben oltre l’orario settimanale di lezione. Nel pesare il “livello di impegno” degli insegnanti, bisognerebbe pertanto mettere nella bilancia i consigli di classe, gli scrutini, i collegi dei docenti, gli incontri periodici scuola-famiglia, le riunioni per dipartimenti, i corsi di formazione e di aggiornamento, i viaggi di istruzione, la progettazione didattica, l’organizzazione delle lezioni (anche di tipo interattivo e multimediale), la preparazione e la correzione delle verifiche, la predisposizione di relazioni e verbali, etc.

Non riusciamo a spiegarci, dunque, da quali basi statistiche e attraverso che tipo di valutazione il Governo abbia trovato ispirazione per arrivare letteralmente a stravolgere il senso dei dati sull’orario settimanale di insegnamento in Europa al punto da inserire nella Legge di Stabilità l’articolo che prevedeva, a parità di retribuzione, un incremento del 33% del carico di lavoro degli insegnanti di Scuola Secondaria. Un pericolo scongiurato, quello dell’aumento da 18 a 24 ore settimanali dell’orario di lezione dei nostri insegnanti, grazie alla pronta mobilitazione degli stessi docenti, alle contestazioni eclatanti delle organizzazioni sindacali e, soprattutto, alla pressione dei partiti politici, in alcuni casi determinati fino al punto da minacciare il mancato sostegno al Governo qualora tale norma non fosse stata stralciata dal testo definitivo della Legge.

Ma, ritornando agli spunti di riflessione offerti dalle dichiarazioni del Ministro, ci sembra opportuno prendere in esame un altro importante parametro, quello relativo alla retribuzione media dei docenti europei, che, a nostro avviso, merita di essere integrato con i dati sull’orario settimanale degli insegnanti.

Analizzando i dati Eurydice sulla retribuzione dei docenti europei, emerge che gli insegnanti italiani percepiscono una retribuzione annua lorda ben al di sotto di quanto si riscontra, in media, per i loro colleghi del resto d’Europa.
In alcuni casi, il confronto risulta addirittura imbarazzante. Sorvolando sul caso limite del Lussemburgo, in cui, per fare un esempio, un docente di Scuola Secondaria percepisce circa tre volte lo stipendio di un collega italiano, si apprezzano significativi ritardi nell’adeguamento della retribuzione media dei nostri docenti anche rispetto ai casi di Germania, Austria, Belgio, Olanda, Spagna, Portogallo, Danimarca, Scozia, Irlanda, Finlandia e Inghilterra.
A dire il vero, non mancano alcune eccezioni a questa regola. È il caso della Grecia, della Svezia e di alcuni Paesi dell’Europa dell’Est, come ad esempio l’Estonia, la Polonia e la Slovacchia. Siamo certi, tuttavia, che il nostro Ministro non intendesse riferirsi unicamente a questi nel sostenere la necessità di ricondurre al livello europeo le condizioni di lavoro degli insegnanti italiani.

Da quanto sin qui detto, è possibile affermare che, mediamente, gli insegnanti italiani lavorano più di quanto avviene nel resto d’Europa e, soprattutto, che guadagnano molto meno.

Poiché l’attuale Esecutivo, in perfetta sintonia e continuità rispetto ai Governi precedenti, non sembra disponibile a dialogare sul tema dell’aumento degli stipendi per i dipendenti pubblici, continuando a perpetuare insopportabili blocchi contrattuali che non consentono neppure l’adeguamento delle retribuzioni rispetto al tasso d’inflazione, ci permettiamo di ipotizzare, come soluzione alternativa al problema dell’europeizzazione delle condizioni di lavoro dei nostri docenti, una riduzione proporzionale dell’orario settimanale di insegnamento rispetto agli emolumenti percepiti.

Se in Europa un docente di Scuola Secondaria di Secondo Grado, tanto per fare un esempio, dopo 15 anni di servizio, percepisce in media una retribuzione annua di 35.681 euro, in Italia lo stesso docente guadagna 30.741 euro, con una differenza di quasi 5.000 euro (pari al 14% in meno). Pertanto, assodata la monotonia della politica italiana nel procrastinare “il giusto aumento delle retribuzioni”, per equiparare alla media europea le condizioni di lavoro dei nostri insegnanti in rapporto alla retribuzione percepita, sarebbe possibile alleggerire il loro carico settimanale di lavoro del 14% per la Scuola Secondaria di Secondo Grado, dell’11% per la Scuola Secondaria di Primo Grado e del 12% per la Scuola Primaria, abbuonando persino la lieve discrepanza relativa all’orario di insegnamento. L’attuale orario di lezione settimanale di un docente di Scuola Secondaria, attualmente fissato a 18 ore, si ridurrebbe così a 15 ore e 30 minuti nel Secondo Grado e a 16 ore nel Primo Grado, mentre quello di un insegnante di Scuola Primaria passerebbe da 22 ore a 19 ore e 20 minuti.

L’adeguamento delle condizioni di lavoro dei docenti italiani rispetto alla media europea, oltre a riscattare dalle proprie responsabilità i nostri politici, colpevoli di aver abusato in questi anni di una retorica troppo scontata e ridondante alla vigilia di ogni appuntamento elettorale e il giorno dopo sistematicamente smentita dai fatti, porterebbe una boccata d’ossigeno per i nostri insegnanti, stremati dalle condizioni di disagio in cui si trovano ad operare, e creerebbe nuovi posti di lavoro per i giovani aspiranti docenti, restituendo un senso al nuovo concorso a cattedra, bandito sull’esiguo numero di posti che dovrebbe rendersi disponibile nei prossimi anni.

Ma se la busta paga degli insegnanti italiani, a fronte di un impegno di lavoro maggiore, risulta significativamente più leggera rispetto alla media europea, la differenza diventa ancor più intollerabile quando, applicando alla lettera le indicazioni contenute nelle dichiarazioni di Profumo, si circoscrive il confronto ai soli Paesi dell’Europa Occidentale, dove si riscontrano gaps che arrivano a raggiungere picchi del 200%. A causa delle notevoli differenze stipendiali, risulterebbe quantomeno stravagante, se non addirittura impossibile, ipotizzare una riduzione proporzionale dell’orario settimanale di insegnamento dei nostri docenti rapportando la loro retribuzione a quella di Paesi come Lussemburgo, Irlanda e Germania.

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