Stipendi, in 30 anni in Italia solo lo 0,3% di aumento. Anief: docenti e Ata tra i più impoveriti, stop manfrine e rinnoviamo subito il contratto scaduto da 4 anni

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Gli stipendi in Italia sono praticamente fermi a trent’anni fa: da un’analisi dei dati Ocse prodotta oggi dal Il Fatto Quotidiano risulta che tra il 1990 e oggi nel nostro Paese l’aumento medio delle buste paga è stato di appena lo 0,3%: “29.694 euro contro i 29.588 del 1991”. Si tratta di un incremento “infinitesimale” che diventa ancora più ridicolo se si guarda agli “aumenti di cui hanno goduto i lavoratori tedeschi, francesi e inglesi per non parlare di quelli dell’Est Europa e degli statunitensi”.

Il confronto è impietoso: nello stesso, infatti, Francia e Germania hanno visto aumentare gli stipendi dei loro dipendenti del 33%; la stessa Grecia, dove si è sviluppata una crisi economica spaventosa, ha comunque assicurato ai suoi lavoratori un +22%. Ma è da “Slovacchia, Repubblica ceca e Slovenia, per le quali i dati sono disponibili solo a partire da metà anni Novanta” che arriva la lezione maggiore: “hanno visto il salario medio schizzare rispettivamente del 134, 120 e 73%. Ancora più spettacolari i progressi registrati nello stesso periodo in Lituania, Lettonia ed Estonia: +292, +218 e +256%”. Fuori dall’Europa il copione non cambia: “inglesi e statunitensi nel 2021 hanno portato a casa rispettivamente il 50,5 e 52% in più rispetto a 30 anni prima. Addirittura in Spagna “gli stipendi hanno ristagnato comunque meno che da noi: rispetto al 1991 sono saliti di un 4,7%”.

In questi giorni, i partiti politici italiani, evidentemente consci di questo, si stanno azzuffando per promettere incrementi stipendiali mirabolanti, ad iniziare da quelli del personale scolastico: sono a piena conoscenza del fatto che docenti e Ata, con il contratto scaduto da quasi quattro anni, vengono pagati a fine mese meno degli impiegati italiani e la metà di tanti colleghi europei. Gli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti lunedì su Repubblica hanno proposto di non fermarsi ai meri finanziamenti dello Stato, chiedendo che a pagare di più siano i datori di lavoro, grazie al salario minimo salariale legale e approvando una nuova legge sulla rappresentanza dei lavoratori che velocizzi il rinnovo di contratti scaduti da anni.

Anief ritiene questa seconda parte della proposta particolarmente interessante: “Bisogna recuperare subito almeno una parte dell’inflazione accumulata nel corso degli ultimi anni, ben il 14% tra il 2008 e il 2018 – dice Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – andando a sottoscrivere in fretta il contratto collettivo nazionale del pubblico impiego degli anni 2019, 2020 e 2021. Diamo al personale della scuola, oltre un milione e 100mila lavoratori i soldi che sono già loro: parliamo di cifre che vanno da 103 lordi fino a 123 euro per i docenti, da 88 euro fino a 97 per gli Ata. E anche tra i 2mila e i 3mila euro di arretrati. Subito dopo, è chiaro che occorrerà cambiare registro, cambiando la normativa che danneggia i lavoratori tra un contratto e l’altro, per poi portare risorse fresche, ingenti, con le nuove leggi di Bilancio, a cominciare dal quella del 2023”.

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