Stipendi docenti differenziati per aree geografiche o discipline, Niceforo: “Sì per attrarre giovani al Nord. Usare i contratti integrativi regionali” [INTERVISTA]

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Il tema della differenziazione degli stipendi degli insegnanti in base al costo della vita ha senza dubbio messo al centro il tema della retribuzione del personale, che da ormai diversi anni è diventato uno degli argomenti principali della disaffezione sociale verso la professione docente che scaturisce anche in una vera e propria caduta del prestigio.

La proposta di dare stipendi più alti in quei contesti dove il costo della vita è più alta proviene da alcune Regioni e il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha riflettuto su questo punto, cercando risposte soddisfacenti per tutti, senza intaccare il contratto nazionale.

In attesa di capire come l’autonomia differenziata di matrice calderoliana andrà ad impattare sul sistema nazionale di istruzione, la soluzione proposta anche dal presidente ARAN Antonio Naddeo sarebbe quella di procedere con contratti integrativi regionali. Ma la questione non è semplice e l’interlocuzione sindacale diventa indispensabile.

Ad Orizzonte Scuola, per discutere di stipendi differenziati dei docenti, interviene Orazio Niceforo, docente di “Sistemi scolastici contemporanei” presso l’Università di Roma Tor Vergata e vicepresidente della SICESE (Sezione Italiana della Comparative Education Society).

Gli stipendi dei docenti sono bassi: cosa ne pensa della proposta di differenziarli in base al costo della vita di ogni regione?

Penso, in primo luogo, che il contratto nazionale dovrebbe innalzare la base stipendiale nazionale di tutto il personale, che è troppa bassa, come si vede nelle comparazioni internazionali, ma è anche vero che il costo della vita al Nord, soprattutto nelle maggiori città, è ben più elevato che nel Sud e nelle Isole. Se non si trova il modo di bilanciare questo maggior costo si troveranno sempre meno giovani disposti a insegnare al Nord o a trasferirvisi, come già sta avvenendo. D’altra parte la differenziazione degli stipendi, anche sulla base di contratti integrativi locali, a livello di distretto o di scuola, è una prassi normale in quasi tutto il mondo. L’Italia è un’eccezione.

La soluzione potrebbe essere, come propone Antonio Naddeo, presidente ARAN, utilizzare la contrattazione integrativa per differenziare gli stipendi senza toccare il contratto nazionale. Non si creerebbero comunque dei gap fra Nord e Sud o comunque fra diverse regioni?

I contratti integrativi si dovrebbero fare a livello regionale con interlocutori regionali, e dovrebbero mobilitare risorse aggiuntive rispetto a quelle oggetto della contrattazione nazionale. Tali risorse però non dovrebbero essere distribuite a pioggia ma ripartite tra le scuole sulla base di parametri che tengano conto del differente costo della vita tra grandi e piccoli centri urbani, città e campagna e così via. Servirebbe insomma un algoritmo intelligente, definito con l’apporto degli stakeholders e anche dei sindacati a livello regionale. Quanto ai gap fra Nord e Sud e fra le diverse regioni, e anche all’interno delle regioni, ci sono già, sono storici, ma la contrattazione nazionale (ma, per la verità, anche le politiche scolastiche) non ne ha mai tenuto conto e non li ha mai corretti riservando, per esempio, un trattamento giuridico ed economico seriamente incentivante ai docenti disposti a lavorare nelle scuole più difficili e con i maggiori tassi di dispersione.

C’è anche chi, come Andrea Gavosto, propone di pagare di più gli insegnanti di quelle materie chiave nello sviluppo del Paese e che invece non si trovano. In particolare quelli di matematica, in ottica potenziamento competenze STEM. Si trova d’accordo?

In linea di principio sì, se vogliamo ancora avere o trattenere nelle scuole (in questo caso sia al Nord come al Centro-Sud) insegnanti di queste materie. In questo caso si dovrebbe provvedere a livello nazionale: o col contratto, se i sindacati fossero disponibili (ma mi sembra assai improbabile: avrebbero contro gli insegnanti di tutte le altre materie), oppure per via legislativa, autorizzando per esempio il governo ad incrementare a tal fine il Fondo Integrativo Scolastico (FIS) delle singole istituzioni scolastiche autonome.

Docente tutor oppure il docente stabilmente incentivato (presente nella legge 79/22). Si prova a creare una sorta di carriera degli insegnanti. Ma è necessario secondo lei?

Assolutamente sì, anzi, andrei oltre: la mancanza di prospettive di carriera nella scuola italiana è un disincentivo per i giovani universitari che devono decidere se scegliere di insegnare o utilizzare la loro laurea per fare un altro mestiere. Sarei favorevole a rilanciare la tripartizione delle figure sulla quale, anni fa (per iniziativa dell’allora presidente della Commissione Cultura della Camera Valentina Aprea), sembrava essersi aggregata una disponibilità politica, o almeno parlamentare, trasversale: docente iniziale, docente ordinario e docente esperto, a tempo pieno e con stipendio adeguato al maggiore impegno. Il passaggio a docente esperto dovrebbe avvenire tramite concorsi per titoli ed esami – meglio se gestiti da reti di scuole – e prevedere specifiche funzioni aggiuntive ai normali impegni didattici, ridotti per esempio di un terzo. Escluderei meccanismi di tipo meritocratico sul modello del “concorsone” di Berlinguer, che discriminava tra i docenti a parità di lavoro svolto, e anche qualsiasi forma di compenso premiale affidato al dirigente scolastico, come nella “Buona Scuola” di Renzi. In entrambi i casi fu respinta a furor di popolo, e secondo me giustamente, l’idea di differenziare gli stipendi lasciando invariati i carichi di lavoro. Ma se i carichi variassero anche la differenziazione degli stipendi sarebbe giustificata.

L’autorevolezza e il prestigio sociale degli insegnanti negli ultimi anni sembra vacillare. Si tratta di un fenomeno che nasce proprio dalle retribuzioni basse secondo lei?

Direi “anche” dalle retribuzioni basse, ma non solo. La caduta del prestigio sociale degli insegnanti è un fenomeno che si registra a livello internazionale in molti Paesi, soprattutto dove non si sono fatti investimenti sulla qualità della formazione iniziale e continua dei docenti e si è poco valorizzato il loro ruolo nella costruzione personalizzata dei curricula degli studenti come è avvenuto in Italia malgrado lo sforzo fatto con le “Indicazioni Nazionali” per la scuola di base.

Quindi?

La prospettiva della “scuola digitale” potrebbe costituire una occasione di ri-professionalizzazione per i docenti anche nella loro nuova funzione di tutor di studenti soggetti attivi dell’apprendimento assistito dalle nuove tecnologie, e non più recettori passivi di lezioni frontali, come nella didattica tradizionale. Questo nuovo ruolo dei docenti, e un maggiore rispetto sociale della loro professionalità, che passa anche attraverso la maggiore articolazione delle loro funzioni e retribuzioni, potrebbero favorire un recupero dell’autorevolezza e del prestigio perduti. 

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