Stanchi di sentirsi dire “Metterete le mascherine”, “Vi divideranno la classe”. Pensate davvero a noi docenti. Lettera

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Inviata da Simona Borgatti – Sono un’insegnante di scuola primaria e lavoro in un istituto comprensivo del territorio.

Quando si parla di scuola è come parlare della nazionale di calcio al bar e tutti – sui social e sulla stampa – in questi mesi e in questi giorni hanno detto e dicono. Il rientro in sicurezza è una priorità per ragazzi, docenti e famiglie. Le scelte governative e regionali possono essere più o meno opinabili. Di terrorismo se n’è già fatto abbastanza (bambini sequestrati, scuole lager). Di come la quarantena abbia impattato sui minori e su come si potranno sentire gli specialisti ne hanno già parlato. Nessuno però spende due parole sullo stato psicologico, emotivo dei docenti.

Quale sarà il nostro stato d’animo il 14 settembre? Come accoglieremo i nostri bambini, i nostri ragazzi? Cosa diremo loro quando li vedremo? Come saranno diventati i nostri dopo questa esperienza? Sicuramente dovremo tenere alto il morale alla truppa, ma ne avremo le competenze? (parola, questa, che rimbomba talmente tanto in tutte le scuole italiane da perdere quasi di significato). Più prosaicamente: ne saremo capaci?

Tutti staranno lì a osservare noi insegnanti: noi che dovremo tenere la barra dritta e il morale alto e in tanti ci punteranno il dito contro pronti a coglierci in errore scrivendo ai giornali, commentando sui social sparlando al bar o in mezzo alla strada; tutti si aspetteranno grandi cose da noi proprio come quando abbiamo dovuto immergerci nella DAD per quasi quattro mesi ricevendo critiche e complimenti a seconda dei casi: una volta sull’altare e una nella polvere. Ma nessuno di noi, a differenza della DAD, sulle questioni psicologiche/emotive del rientro in classe, ha fatto un corso. Nemmeno un misero weibnair. Stavolta non ci saranno regole formative uguali per tutti.

Solitamente i docenti, come bravi soldatini si piegano al “dimmi cosa devo fare e io lo faccio”, ma ora ci sono delle variabili impreviste. Ci sono insegnanti con più di 60 anni che hanno paura d’infettarsi, docenti che hanno perso un proprio caro, maestre e prof contagiati e poi guariti, insegnanti che entreranno in classe e non avranno la fortuna di poter dire “Dove eravamo rimasti? Che bello rivedervi!” perché nuovi o perché prenderanno le classi prime. Tutti noi possiamo far conto sulla nostra professionalità, sul nostro senso del dovere, sulle nostre competenze, ma non siamo perfetti e mai nessuno si è trovato a vivere una situazione simile. Molto probabilmente si navigherà a vista attingendo ciascuno alla propria sensibilità e aggiustando il tiro di giorno in giorno in base a come vedremo reagire i  nostri alunni, i nostri studenti. Questo, almeno, lo abbiamo sempre fatto e siamo competenti.

Io spero che tutta questa situazione possa evidenziare che la scuola è in primis una comunità fatta di persone e da persone dove ciascuna porta il proprio vissuto, il suo modo di essere e di porsi. Poi può venire tutto il resto. Siamo umani, anche se da noi l’opinione pubblica pretende la perfezione assoluta, ma spesso la pretende in base a ciò che fa più comodo, a ciò che interessa.

Noi si lavora con persone che si stanno formando e di questo, su questo, nella scuola al tempo del virus nessuno ha mai detto una frase.

Io sono stanca di sentirmi dire “E metterete le mascherine? E divideranno la classe? E i banchi? E il gel?”.

No, io vorrei sentirmi dire “Come stai? Forza, ce la farai. Siamo con te”. Questo sarebbe un ottimo inizio da cui partire

E che Dio ce la mandi buona: in bocca al lupo a tutti.

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