Stabilizzazione precari, non manca la selezione. Pittoni (Lega): “Vi spiego il percorso che affrontano i docenti nelle graduatorie”

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Uno dei temi caldi che è destinato a diventare rovente nelle prossime settimane: stiamo parlando delle assunzioni dei docenti previste per il prossimo anno scolastico e della stabilizzazione dei precari, tema che rischia di spaccare l’ampia maggioranza di Governo Draghi.

Da un lato abbiamo il Movimento Cinque Stelle, spalleggiato da Italia Viva, che propone di puntare sui concorsi già banditi e il largo fronte, guidato dalla Lega ma che vede l’appoggio di Partito democratico e di Fratelli d’Italia, che fa parte dell’opposizione di Governo, che invece propongono un concorso per titoli e servizi per stabilizzare i precari storici e di avere a settembre numeri decisamente inferiori di supplenti.

La proposta è inserita infatti all’interno di un disegno di legge della Lega, che prevede una riforma del reclutamento scolastico ad ampio respiro.

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Uno dei punti maggiormente criticati da chi invece vuole che si prosegua sui concorsi ordinari è che con una stabilizzazione di massa mancherebbe selezione.

Il senatore della Lega, Mario Pittoni, spiega perché le cose non stanno proprio così: “Tutti i docenti presenti nelle graduatorie dei precari hanno conseguito la vecchia e validissima laurea quadriennale (o un titolo di studio equivalente) oppure una laurea quinquennale a ciclo unico o, ancora, la nuova triennale seguita dalla magistrale, raccogliendo complessivamente 300 CFU (crediti formativi universitari) oltre a presentare e discutere (nel caso del 3+2) due tesi di laurea. Occorrono, inoltre, almeno tre anni di servizio nella scuola statale“.

Il responsabile scuola del Carroccio prosegue spiegando che i docenti precari devono possedere “pure l’abilitazione. Ecco allora percorsi formativi abilitanti che, superando la concezione nozionistica della valutazione mediante uniche prove d’esame, assicurano una reale selezione ex ante, in considerazione dell’esperienza professionale, in itinere, con diversi esami universitari, ed ex post con l’esame conclusivo (nel triennio accademico 2013/2016 quasi 3 candidati su 10 non sono stati ammessi all’esame finale per il mancato superamento di singoli esami del piano di studio dei cosiddetti PAS)”.

“La formazione specialistica per l’insegnamento – continua Pittoni – viene erogata dalle università pubbliche mediante corsi (TFA, PAS) preordinati all’acquisizione di CFU nei seguenti SSD (settori scientifico-disciplinari): didattica generale e speciale, pedagogia generale e speciale rivolta ai bisogni educativi speciali, pedagogia sperimentale, didattica disciplinare, laboratori pedagogico-didattici, tecnologie dell’informazione e della comunicazione per la didattica. A conclusione degli esami di profitto, gli aspiranti docenti accedono a un ulteriore esame, di competenza ministeriale, abilitante all’insegnamento“.

“Non è finita, insiste il senatore leghista -. La legge prevede anche un periodo di prova per verificare sul campo la capacità del docente di svolgere la funzione in tutte le sue sfaccettature e cioè: facoltà comunicative e relazionali con gli alunni, con i colleghi, con le famiglie e con il dirigente scolastico; capacità di insegnare la disciplina e di valutare correttamente gli allievi; rispetto delle regole di deontologia professionale. L’attività dell’insegnante è monitorata e valutata al termine dell’anno scolastico dal dirigente e dal comitato di valutazione”.

Ecco perchè, conclude Mario Pittoni, “nel piano assunzionale straordinario per affrontare con la dovuta efficacia la crisi pandemica, infine, si ipotizza che ove il docente non sia in possesso dell’abilitazione il neo-immesso in ruolo debba conseguire il titolo durante l’anno di prova frequentando un percorso accademico ad hoc. Il suo mancato conseguimento costituirà causa di rescissione unilaterale del contratto di nomina in ruolo“.

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