Ssis, Pas, Tfa: a che pro?

Di Lalla
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inviato da Giorgio Morale – Il blog La poesia e lo spirito si occupa oggi di TFA (Tirocinio formativo Attivo), nell’imminenza della manifestazione nazionale del 26 settembre a Roma organizzata dai docenti abilitati. Come reclutare gli insegnanti in Italia rimane questione irrisolta.

inviato da Giorgio Morale – Il blog La poesia e lo spirito si occupa oggi di TFA (Tirocinio formativo Attivo), nell’imminenza della manifestazione nazionale del 26 settembre a Roma organizzata dai docenti abilitati. Come reclutare gli insegnanti in Italia rimane questione irrisolta.

Ogni governo aggiunge una modalità presentata come risolutiva ma che in realtà si somma alle precedenti. Così si creano sovrapposizioni che alimentano illusioni puntualmente deluse e minano la fiducia nello stato di diritto.

Di cosa parliamo quando parliamo di Tfa

di Eleonora Tamburrini

è una questione di qualità
o una formalità
non ricordo più bene, una formalità

Non ultima tra le cose di minor conto viene la reazione della gente. Spiegare ai non addetti ai lavori cosa sia stato il Tfa e cosa significhi adesso non è semplice. Perché qualcuno obietterà che la vicina di casa anni fa ha frequentato un altro corso per andare a “insegnare italiano ”, un nome strano, sibilante, tipo Ssis. Un altro ricorderà che prima si entrava direttamente per concorso. C’è chi ha il fratello che fa supplenze ma non si è mai abilitato, e candidamente dice che lo chiamano tutti gli anni nella stessa paritaria. Qualcuno ha amici che per “ entrare ” vogliono fare il Pas (sì, con una s sola). Altri infine chiedono “ ma quindi, hai fatto il concorsone ”? No, ho fatto il T-F-A, tirocinio formativo attivo. "Ah ."

Il Tfa è un male sottile che prende piano . Inizia con una spasmodica aspettativa fatta montare con cura. Mentre scrivevo la tesi tra Parigi e Bologna temevo di non fare in tempo a laurearmi prima che fosse bandita questa occasione straordinaria, “ ché senza l’abilitazione non si va da nessuna parte ”. Era il 2010 , beata ingenuità.

Le prove di selezione iniziano in pieno luglio, ma nel 2012 . Nel frattempo lavoro e continuo a lavorare, ma da Macerata ritorno a Bologna con un gelido sentore: sono di nuovo una studentessa e sto ricominciando da capo.

Non chiamiamolo prova d’accesso. È un vero concorso a cattedra senza la cattedra , un po’ come i dottorati senza borsa. Quasi niente in palio, giusto un posto in sala d’attesa, e intanto tre prove.

La prima, il quiz: nel caso delle mie classi di concorso, la A051, la A050 e la A043 l’argomento è lo scibile umano, latino e italiano, letterature e grammatiche, geografie varie e tutta la storia dalle origini del mondo a oggi. Si capisce che di fronte a tanta vastità, gli incaricati ministeriali si sentano investiti di un inusitato potere. La vertigine fa il resto, e per molte classi di concorso ci sono domande sbagliate, mal poste, astruse, discutibili , insomma carne fresca da ricorso. Tra le consuete estenuanti polemiche escono i risultati: in più round , prima e dopo la cura, riveduti e corretti. A parte gli errori plateali abbonati a tutti, vengono condonate anche altre domande giudicate “ opinabili ”. Il Ministero deve essersi accorto che la definizione di metafora non è cosa che stia facilmente in un quiz da prime time . No, in nessuna delle quattro opzioni date.

Così, dopo il reintegro, alle prove successive ci ritroviamo ancora in tanti, e forse è un bene: la meritocrazia all’italiana fa la voce grossa ma si nasconde nell’orizzonte minimo di un indovinello sbagliato, che come strumento selettivo mi pare divertente ma arbitrario. Gli scritti (uno per materia) e l’orale sono più seri, direi duri, se non altro perché ci verificano su programmi sterminati senza alcuna indicazione di massima. A sentire chi fuori dalle aule aspetta, si tratta comunque di infilare una gran quantità di nozioni e imbastire discorsi, insomma il solito taglia e cuci anodino cui ci hanno allenato così bene per tutta l’università, salvo qualche rara illuminazione. Nota di colore: al tema sono quasi contenta, perché dopo cinque anni di Lettere è solo la seconda volta che un’università italiana si degna di valutare le mie capacità di scrittura in un esame. Sono emozioni.

A ottobre risulto nel novero degli ammessi. È stato così periglioso entrare che sul momento non riesco a immaginare che uscirne sarà molto peggio. Convinta di aver davvero vinto qualcosa, mi commuovo in Piazza Verdi.

A Bologna come quasi in tutta Italia si brancola nel buio fino a dicembre inoltrato, nebbia sui programmi e sul tipo di formazione che ci sarà dispensata alla modica cifra di duemilacinquecento euro : non conosciamo i docenti, i programmi, la durata, l’organizzazione settimanale, se sarà possibile lavorare nel frattempo o se ci preferiscono giovani (?) carini e disoccupati. Ben presto verrà il badge universitario a rassicurarci: ci troviamo in un gate spazio temporale e in realtà è già tutto finito. Il documento in questione reca infatti l’anno accademico per il quale era prevista l’attivazione dei corsi, 2011/2012. Sul pianeta Terra siamo a gennaio 2013.

Condizionata dal sano ottimismo missionario di tanta parte dell’aspirante classe docente, voglio credere anch’io che le lezioni ci daranno quello che (dicono) ci manca : la pedagogia, la didattica disciplinare. D’altronde i contenuti ci sono stati verificati ormai in tutte le sedi fino allo sfinimento. Io sono tra i neolaureati, poche supplenze alle spalle, faccio un altro lavoro; ma con me c’è chi insegna da anni come supplente pellegrino e persino chi è docente all’università, a contratto ovviamente, dunque precario. Tuttavia, se è vero che non si finisce mai di imparare, noi ci disponiamo all’attesa, ancora.

Le lezioni si rivelano un caos lungo qualche mese , e alla fine la pedagogia, liofilizzata a dovere, ci appare solo terribilmente preoccupata di giustificare se stessa. Non va meglio con le didattiche delle varie materie: tra chi riattacca col programma di grammatica latina (di nuovo loro, i contenuti) e chi propone le sue monografie preferite o comodi percorsi dottorali da sperimentare al liceo, arriva maggio e non abbiamo ancora un’idea dei nostri programmi e delle modalità di esame. Per fortuna inganniamo l’attesa con 250 ore di tirocinio gratuito (anzi, pagato) nei licei (ossigeno) e con i cineforum settimanali a presenza obbligatoria. Un giorno proiettano gli sketch dei soliti idioti , qualora li avessimo evitati con cura fino a quel momento. Risa isteriche in sala.

Inutile dire che nel frattempo, a dispetto delle disposizioni uniche nazionali, ogni ateneo d’Italia si organizza a modo suo : diversi i carichi di lavoro, le scadenze, le prove d’esame, le dimensioni della tesi, variabile pure il monte ore da scalare. A Bologna ci tocca in sorte una prova finale dura e una valutazione decisamente rigida rispetto al tenore ondivago delle lezioni, ma va bene qualsiasi voto pur di attestarci finalmente in graduatoria.

Però è luglio, e la graduatoria resta chiusa fino all’anno prossimo. Quale sarà la nostra poi, non è dato sapere . Terza fascia, seconda, o a esaurimento (nervoso)? O ne avremo una tutta nostra, un comodo ghetto normativo da cui sarà difficile uscire e integrarsi con le generazioni precedenti e future, magari per protestare?

Intanto aspettiamo. Aspettiamo di capire come e quando i vincitori del concorsone entreranno di ruolo (il concorsone al quale i giovani non hanno potuto partecipare perché non abilitati, e che i meno giovani, già ssisini, hanno fatto replicando il loro titolo, che era già prova concorsuale). Aspettiamo di vederci scavalcati dai frequentatori di Pas (percorso abilitante speciale) che avrebbero potuto fare il Tfa ordinario vedendosi riconosciuto il servizio maturato e invece non l’hanno superato o hanno aspettato (pure loro) l’ennesimo percorso abilitante creato ad hoc . Insomma siamo abilitati e fermi al punto di partenza , in attesa che un’indecifrabile burocrazia faccia il suo corso stipata nel castello. Viene voglia di tatuarsi una K. in fronte.

Non c’è da meravigliarsi se la gente non capisce di cosa parliamo quando parliamo di Tfa, ma bisogna sforzarsi di raccontarlo. Perché dovrebbe riguardare tutti e perché inizia ad apparire chiaro il meccanismo messo in atto ai danni dei luoghi d’istruzione . Certo regna nelle alte sfere un’ignoranza disarmante rispetto al dettaglio del quadro, ma non credo sia mancata una visione d’insieme, anzi mi pare a tratti di distinguerla nitidamente, poco originale com’è: gli aspiranti docenti sono stati e continuano a essere divisi in un gran numero di categorie , ciascuna con uno statuto e un percorso diverso alle spalle, il tutto immerso in un sistema di graduatorie melmoso, o comunque sovvertibile e rinegoziabile a ogni cambio di governo. Si ha l’impressione che lo scenario intorno sia mutevole, che cambino di continuo le regole del gioco, ma sono solo ripetizioni di forme chiuse in un caleidoscopio.

Divide et impera , e noi siamo divisi , ciascuno nella sua sacca microscopica a dibatterci per diritti particolarissimi, così giusti e così inconciliabili. Nel frattempo rincorriamo il masterino o la nuova certificazione che promette punti in graduatoria, ci sottoponiamo a prove assurde (come il Tfa o il concorsone) che alla prossima folata di vento altri non sosterranno più , ci trasformiamo in burocrati di noi stessi, e confusi, stanchi, sfiduciati, rinunciamo al nostro ruolo che dovrebbe essere, senza pose o eccessiva gravità, quello di intellettuali. Finché non si invertirà la politica dei tagli, finché continueremo ad essere mortificati socialmente ed economicamente, non ci sarà soluzione, e nemmeno le piccole sacrosante battaglie di categoria avranno senso fino in fondo. Protestare sì, ma ad ampio respiro , tornando a concentrarci su quei temi che spesso ci sembrano troppo grandi da maneggiare senza sembrare retorici: la cultura, i giovani, l’arte e la scienza,l’inclusione sociale, il progresso civile.

Quando parliamo, parliamo di Scuola.

Per approfondimenti il blog La poesia e lo spirito

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