“Spieghiamo agli studenti come funzionano Intelligenza Artificiale e smartphone, o da soggetti della trasformazione diventeranno oggetti”. INTERVISTA a Domenico Talia

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Quanta retorica sull’intelligenza artificiale. Ormai tutti parlano di IA, spesso senza capire ciò che si dice quando si parla di IA. Ne parlano gli esperti del campo, gli esperti di altre discipline, i poco esperti, i per niente esperti di nessuna disciplina. Tutto questo succede nel bel mezzo di una trasformazione epocale della quale forse pochi hanno compreso la portata, e in ordine alla quale occorrerebbe invece discutere con pacatezza, rigore e competenza. La scuola, da parte sua, come pure si dirà più avanti, sembra avulsa dalla trasformazione in atto, con gravi rischi e danni per i nostri ragazzi e per le nostre ragazze che, in assenza di un’azione strutturale di formazione sulle nuove tecnologie, rischieranno di diventare ben presto oggetti alla deriva di una trasformazione tecnologica e sociale invece che soggetti protagonisti di un futuro ormai alle porte, anzi già dentro le porte.

E’ un tema strettamente scientifico, quello della IA, un tema richiede competenze. Ma è al contempo un tema sociale, come detto, poiché la trasformazione in atto investirà la società nel suo complesso, impatterà sugli aspetti legati ai valori della democrazia, dell’uguaglianza e della libertà, sull’accesso alle professioni, sui nuovi conflitti sociali ed economici, sulla trasmissione dei saperi, sulla cultura, sull’arte. E’ giusto e auspicabile dunque che a tutti i cittadini, anche ai non addetti ai lavori, sia preservato il diritto di esprimersi sul fenomeno. Purché si parta dall’informatica. A patto cioè che non si prescinda dalle indispensabili conoscenze della materia, l’informatica, di cui l’IA è parte, oggi la parte più affascinante. Ne è convinto il professor Domenico Talia, autore del volume “L’Impero dell’Algoritmo”, L’intelligenza delle macchine e la forma del futuro”, Ed. Rubbettino. Nel suo saggio, Talia, autore di tanti altri volumi, esamina i concetti che stanno alla base degli algoritmi e, con una descrizione accurata ma accessibile al grande pubblico, analizza il loro possibile impatto sulla vita di tutti noi. Il libro affronta i temi più innovativi del mondo digitale, dall’apprendimento automatico ai sistemi software che governano i social media, dall’intelligenza artificiale alla robotica collaborativa. Gli argomenti trattati e discussi aiutano il lettore a chiarire i concetti scientifici che si rendono indispensabili per la comprensione dei principi e delle manifestazioni dell’universo digitale e per metterlo nelle condizioni di essere un cittadino davvero informato in un mondo ormai platealmente dominato dalle tecnologie informatiche.

Domenico Talia, calabrese reggino di S. Agata del Bianco, è docente di Ingegneria elettronica presso l’Università della Calabria, ha appena scritto su Key4Biz un articolo dal titolo eloquente, “Perché dobbiamo scongiurare la retorica sull’intelligenza artificiale”, in cui critica l’esercizio retorico che anima la discussione pubblica sull’uso delle nuove tecnologie digitali “Il largo uso e il grande impatto sociale di queste tecnologie – scrive Talia – ha aumentato di molto l’interesse delle persone e sono in troppi a esibirsi in ruoli di esperti facendosi aiutare da una retorica priva, tuttavia, di informazioni e di conoscenze ben fondate. Per evitare i rischi e limitare i danni di questa tendenza sempre più diffusa è importante essere consapevoli dei diversi modi in cui la retorica può essere utilizzata per discutere delle innovazioni tecnologiche, avendo cura di intervenire per formare opinioni ben informate su temi scientifici e tecnologici che, da un lato richiedono competenze specialistiche, mentre dall’altro hanno ambiti di applicazione vastissimi che coinvolgono una grande maggioranza dei cittadini”.

C’è dunque una grande discussione sulla IA. Ma secondo il docente universitario calabrese, “insieme alla discussione, anche la retorica sull’AI è cresciuta in maniera preoccupante. Sebbene le tecnologie di intelligenza artificiale siano un argomento tecnico-scientifico complesso e le opinioni sui suoi usi e sulle tante potenzialità possono anche essere controverse, ormai accade quotidianamente che le persone esprimano opinioni forti e convinte su di esse, sulla loro reale natura, sulle loro caratteristiche, i loro limiti e anche sugli sviluppi futuri. I social media, il Web, le televisioni, i giornali, i discorsi pubblici di politici e di tanti sedicenti esperti in molti eventi pubblici e anche le chiacchiere al bar sono tante, forse troppe, fonti di retorica sull’IA. Pur considerando che bisogna evitare la retorica degli esperti, è utile stare molto attenti alla forma di retorica più dannosa che è quella che si mostra convinta mentre è incompetente, imprecisa, fuorviante, talvolta entusiasta, altre volte eccessivamente negativa. Questo tipo di retorica porta quasi sempre a una cattiva comprensione dell’IA, genera comportamenti non appropriati ed inefficaci degli utenti e sicuramente conseguenze negative per la società. Ad esempio, la retorica che sostiene che l’IA è in grado di sostituire tutti o la gran parte dei lavori umani è imprecisa, non è fondata su dati certi. Sappiamo che sono stati effettuati degli studi che hanno mostrato un impatto certo sul mondo del lavoro, ma nessuno di questi ha potuto stabilire effetti di totale sostituzione”.

Da una parte, dunque, “l’ampollosità retorica dei competenti”, fastidiosa, che “porta a future disillusioni e contribuisce alla diffusione di atteggiamenti antitecnologici”. Dall’altra, spiega Talia, “la retorica non informata sull’IA” che “è peggiore e crea conseguenze molto negative per la società in diversi modi”. Ad esempio, “induce le persone (e anche i politici) a prendere decisioni avventate sull’IA, genera bolle di disinformazione, può limitare l’innovazione, la crescita economica e più in generale il progresso nell’uso delle nuove tecnologie”. Allora, non siamo soltanto “di fronte alla retorica dei tecno-entusiasti che semplificano una materia molto complessa, c’è anche una retorica dell’ignoranza che si nutre di idee vaghe, di mancata competenza, di fake news e volontà di parlarne ad ogni costo perché è socialmente rilevante mostrarsi competenti di un tema di moda. Eppure, i modelli di IA non sono meno complessi del modello standard della fisica delle particelle o della neurofisiologia del tronco encefalico, argomenti sui quali, al contrario, per fortuna sono rari quelli che hanno l’ardire di avventurarsi”.

Il professor Talia è convinto che il dibattito su questi temi non possa essere lasciato ai soli esperti. Tuttavia, chiarisce lui, “ognuno deve intervenire per quello che sa, non per quello che pretende di sapere. Per realizzare sistemi di intelligenza artificiale utili alla società serve il contributo di filosofi, umanisti, economisti, giuristi, antropologi e di altre competenze da unire a quelle degli informatici, ma ognuno di questi non può prescindere dai principi dell’informatica e dell’IA e deve contribuire con le proprie competenze senza sostituirsi a un ingegnere informatico specialista in IA. Invece, purtroppo, sono tanti i filosofi, gli avvocati, gli influencer, i politologi, addirittura i teologi o i commercialisti che di recente intervengono come fossero diventati improvvisamente esperti di intelligenza artificiale e invece di interagire con gli informatici esperti di quella disciplina, si improvvisano professionisti di algoritmi di machine learning e tecniche software simili”. Senza preoccuparsi di studiare come l’IA sta cambiando le loro professioni, si avventurano in conferenze, trasmissioni e partecipazioni a commissioni varie parlando e scrivendo del presente e del futuro di una tecnologia estremamente sofisticata, che anche gli esperti informatici hanno difficoltà a conoscere in dettaglio. Le loro ambizioni retoriche sorvolano le nozioni tecniche come fossero materia secondaria. Non avvertono il bisogno di confrontarsi con gli esperti, fanno dibattiti tra di loro, sono consulenti di sottosegretari o di parlamentari ed emettono giudizi privi di conoscenze tecniche e così contribuiscono a disinformare le persone, gli utenti e anche i decisori pubblici”.

Professor Domenico Talia, c’è dunque il rischio di una retorica eccessiva e inconcludente sull’intelligenza artificiale?

“Il rischio c’è sempre. Gli argomenti che diventano di moda attraggono sempre e così persone che si avventurano su argomenti che non il più delle volte non conoscono. Sul tema dell’Intelligenza artificiale si sta notando che c’è un abuso del termine. In molti casi neppure si conosce cosa ci sia dietro l’intelligenza artificiale e si arriva a confondere quest’ultima con l’informatica”

Addirittura?

“Su qualsiasi cosa si tende a dire è l’intelligenza artificiale. Ma non è vero. L’informatica è una disciplina ampia. Una parte di questa disciplina è chiamata intelligenza artificiale. E siccome è quella parte che desta un particolare interesse visto che ha conosciuto sviluppi veloci negli ultimi anni, è entrata prepotentemente nell’immaginario delle persone. La parola intelligenza è già di per sé evocativa. Associandola all’aggettivo artificiale, diventa qualcosa di misterioso e affascinante”.

Che cos’è, invece, l’Intelligenza artificiale?

“È un insieme di tecniche informatiche e di algoritmi che servono a risolvere particolari problemi. Non può sostituire l’essere umano, ma certe cose le fa molto bene. Ad esempio, la traduzione dei testi, l’identificazione dei percorsi delle automobili, il riconoscimento del parlato, l’identificazione del volto”.

Di fronte a tutte queste innovazioni straordinarie, impensabili solo fino a pochi anni orsono, è chiaro che vien voglia, a chiunque, di dire la propria

“C’è una diffusa voglia di essere protagonisti in questo campo. Il web e i social stimolano questo capriccio. E’ importante che se ne parli, certo. E’ importante che ne parlino gli informatici ma anche i filosofi, gli umanisti, gli economisti, i giuristi, gli antropologi, sono utili alla discussione anche altre competenze da unire a quelle degli informatici. Però ognuno secondo le proprie competenze”.

E’ importante, e giusto, che ne parlino tutti. Ma sempre partendo dall’informatica. E’ così?

“E’ così. Ognuno di questi non può prescindere dai principi dell’informatica e dell’IA e deve contribuire con le proprie competenze senza sostituirsi a un ingegnere informatico specialista in IA.

D’altra parte, c’è bisogno di maggiore formazione. Occorre studiare. E’ molto importante conoscere queste tecnologie”.

E allora si deve per forza partire dalla scuola, puntare sulla scuola.

“Assolutamente sì. Le agenzie educative dovrebbero avere la responsabilità di formare le persone”.

Secondo lei lo stanno facendo?

“No, non lo stanno facendo a sufficienza. Ci sono delle iniziative, esistono progetti di alcuni istituti. Ma non c’è un programma di formazione generale sui questi temi. La matematica si insegna, l’informatica si dovrebbe insegnare dovunque. I principi dovrebbero essere insegnati alla primaria”

Che cosa intende per principi?

“Intanto il concetto di algoritmo, con esempi molto semplici”.

Non è difficile farlo?

“Non lo è, anzi è naturale. Ma non lo si fa, questo non viene insegnato”.

Quali competenze servirebbero tra i docenti?

“Servono competenze di base di informatica. Io credo che un insegnante di materie scientifiche queste competenze le abbia. Un insegnante di matematica dovrebbe avere la conoscenza e la capacità di insegnare il concetto di base dell’algoritmo, le operazioni principali di un calcolatore. Magari i ragazzini usano il telefonino ma non sanno cosa ci sia dietro uno smartphone. E questo è un grande problema”.

Nei vari ordini di scuola, con l’eccezione degli istituti tecnici e professionali dov’è prevista la materia specifica, la materia definita matematica e informatica finisce per essere, nei fatti, unicamente matematica, con alunni che si avviano alla maturità senza aver mai ricevuto una sola lezione di informatica: molti studenti non sanno neppure cosa sia word, tanto per dire”.

“Se fosse così sarebbe grave”

In compenso sono diffusi, anche nella scuola primaria, singoli progetti di coding, rivolti anche ai più piccoli

“Il coding è utile ma da solo non serve”.

Che cosa servirebbe?

“Servirebbe semmai sapere quello che ci sta dietro”.

Cosa ci sta dietro?

“Dietro c’è la logica del calcolo, che è un concetto matematico ma che purtroppo non viene spiegato. Secondo me non viene insegnato il pensiero razionale che è il pensiero procedurale dei computer. Alla fine il pc fa delle cose ed esegue delle procedure, che sono algoritmi, e che noi gli insegniamo a fare. All’alunno occorrerebbe spiegare come noi li programmiamo”.

Quale danno si farebbe ai nostri giovani se la scuola non li preparasse al più presto a conoscere i segreti e le potenzialità dell’intelligenza artificiale?

“Il danno è che i giovani diventerebbero un mero oggetto invece che veri soggetti della trasformazione. Il computer diventa sempre più intelligente ma gli umani diventano sempre meno in grado di gestire la fase di trasformazione che stiamo attraversando. I ragazzi usano già questo strumento, si pensi al semplice smartphone, ma non ne sono padroni. Sono condizionati dallo strumento e dunque perdono l’autonomia”.

Quando parliamo di smartphone siamo già nella casa dell’intelligenza artificiale?

“Assolutamente sì. Gli smartphone sono macchine molto sofisticate, ma ai ragazzi non viene spiegata la loro complessità. E questo è un problema”.

In questo periodo, anche grazie ai fondi del PNRR, le scuole si stanno riempiendo di macchine sofisticate. Per la verità, più di hardware che di software e di formazione rivolta ai docenti”

“Spendere soldi in hardware significa buttare i soldi. L’hardware è uno strumento, non può essere il fine”

Se per ipotesi lei scoprisse che la maggior parte delle scuole italiane è in assoluto ritardo in merito alla trasmissione dei saperi e delle competenze necessarie per comprendere la natura e le potenzialità dell’intelligenza artificiale e per gestirne l’utilizzo quali conclusioni trarrebbe?

“Tutto questo mi preoccuperebbe molto. I ritardi si accumulano molto velocemente. Sono certo che esistano esperienze diffuse nelle scuole, su questo campo, ma temo che non si lavori in maniera metodica. E questo non va bene. Si tenga conto di un altro problema. I laureati in informatica che scelgono la scuola sono pochi rispetto alla domanda presente nelle nostre scuole. Quei laureati sono assai più attratti dalla domanda proveniente dalle imprese. E’ difficile che vadano a lavorare a scuola, perché le imprese pagano di più”.

Questo è un problema

“Per la scuola e per la società questo è un problema molto serio. Ed è un problema che le scuole dovrebbero affrontare”.

Come?

“Pagando gli insegnanti meglio rispetto a come vengono pagati attualmente. Altrimenti l’informatico sceglie la ditta. Ma questo è un danno per il Paese”.

Si discute di questo problema all’università?

“Non so se si stia discutendo sul tema specifico. So che si discute dell’innovazione e della formazione dei docenti. Però sull’area informatica la formazione dei futuri docenti andrebbe sicuramente rinforzata”.

Professor Domenico Talia, un’ultima domanda, preceduta da una breve premessa. Tra i tanti libri che ha scritto, uno lo ha dedicato agli anni dell’infanzia. Si intitola Inventario delle ombre, Racconto di un’infanzia al Sud (Ed. Rubbettino). Le pagine più commoventi di questo volume, che abbiamo letto, sono dedicate alla scuola, che è stata il vero ascensore sociale per i bambini della Calabria povera degli anni ’60, un autentico strumento di riscatto per tanti bambini. Per noi – scrive lei nel libro, riprendendo il pensiero di Mario Vargas Llosa – imparare a leggere era protestare contro le ingiustizie della vita e cercarne una migliore. E ancora: L’avventura nel mondo delle parole ci stava trasformando per sempreSaremmo diventati i primi laureati di molte famiglie fatte di gente che non era andata oltre la scuola elementare. Lei è da tempo un apprezzato docente universitario di un ateneo, quello calabrese, che ha visto a propria volta crescere costantemente, negli anni, il proprio prestigio. Ecco la domanda: per il suo successo formativo e per la sua carriera quanto sono stati determinanti i suoi insegnanti in una fase di trasformazione sociale come quella della sua infanzia e quanto può rivelarsi decisivo il ruolo della scuola nella fase attuale, così affascinante e impegnativa di trasformazione tecnologica, anche sul piano della democrazia e delle pari opportunità?

“Ho scritto quel libro per conservare la memoria di un tempo, gli anni ’60, nei quali sono stato ragazzino e intorno a me il mondo cambiava profondamente. L’Italia contadina diventava un Paese industriale e molte tradizioni millenarie finivano per sempre. La scuola per me è stata un luogo e uno strumento essenziale. Senza la scuola non avrei potuto vivere nel mondo come poi ho fatto, non avrei potuto avere le opportunità che ho avuto. Nella parola insegnante c’è la radice ‘segno’. Il mio insegnante della scuola elementare ha lasciato veramente il segno in me e nei miei compagni di classe. Mi ha fatto appassionare al sapere e da lì il mio percorso è stato sempre segnato dalla voglia di capire e di imparare. Altri insegnanti, alla scuola media e al liceo, mi hanno aiutato a seguire le mie aspirazioni, come il professore di matematica e fisica degli ultimi due anni di liceo che aveva una capacità didattica e una passione straordinarie. All’Università della Calabria ho studiato insieme a tanti figli di contadini, di operai, di braccianti. È stata un’epoca quasi pioneristica che ha permesso a tanti giovani di laurearsi nella loro regione, studenti che venivano da famiglie che non avrebbero potuto sostenere i loro studi nelle grandi città del Nord. Da allora molte cose sono cambiate, le innovazioni sono sempre più veloci, ma il ruolo dell’educazione, della scuola pubblica e dell’università rimane ancora fondamentale per formare i ragazzi e per permettere loro di capire le trasformazioni che avvengono nel mondo ed essere cittadini capaci di affrontarle con la giusta consapevolezza”.

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