Spesso mi chiedo se la scuola sia ancora viva. Lettera

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Spesso mi chiedo se la scuola sia ancora viva. O semplicemente si limiti a sopravvivere? O invece abbia già esalato l’ultimo respiro e non si abbia il coraggio di affermarlo. Certo la realtà attuale è più che scoraggiante.

 Certamente ignorata, violentata quotidianamente da “azioni” che non hanno alcun filo logico o  peggio ancora nessun intento realmente pedagogico, non ha nessuna cura del mondo del ragazzo e cosa ancora più grave, ignora la sua costituzione. Priva di un progetto pedagogico, vive giorno dopo giorno una deriva continua; il danno è costituito da una mancanza totale di un progetto pedagogico, ed ancor di più di una totale ignoranza quotidiana del funzionamento dell’essere umano ( eppure gli studi sono tanti).

Mi rammarica fare tali affermazioni, ma i lunghi anni trascorsi in questa istituzione, molto amata, e che hanno visto e vedono crescere e continuare le relazioni con ragazzi ed ex alunni, mi consente, con cognizione di causa, di vedere tutte le mancanze rispetto al sano sviluppo dei ragazzi, constatando l’assoluta assenza di un valido percorso pedagogico volta alla reale crescita e apprendimento.

Quando si entra in classe ognuno di noi professori viene a confrontarsi con una profonda solitudine pedagogica, con un vuoto di senso entro il quale ognuno è costretto a misurare la propria parola. Il docente vive la mancanza di gesto didattico che si possa nutrire anche di una condivisione. L’efficacia è demandata solo  alla sua azione e alla responsabilità personale. L’elemento a mio avviso fondamentale per la riuscita dell’azione pedagogica è il confronto continuo attraverso il proprio sapere, la propria conoscenza, con il limite del sapere, la coscienza personale, dell’impossibilità di conoscere tutto il sapere. Il docente non può non esserne cosciente. Non è il metodo che usiamo, né una delle “sedicenti nuove tecniche o tecnologie”, ma è unicamente il proprio stile, intendendo per questo il rapporto essenziale che l’insegnante ha tra ciò che insegna, che attraversa la sua esistenza ed il suo inalienabile desiderio di sapere, di conoscere e quindi di crescere. Si ha bisogno di limpidi e caldi pensieri, prodotti dalla mente e riscaldati dal cuore, che possano vivere nei nostri atti pedagogici.

L’insegnante porta in sé nel suo presentarsi quotidianamente, in silenzio, la frase recepita dal ragazzo: oggi insieme faremo, inizieremo delle cose, chiedo dunque la vostra iniziativa. Oggi abbiamo questa meta e io sono qui per aiutarvi a raggiungerla. Tutti.

La pedagogia non può esser fatta da prescrizioni, ricette ma metodi, profondi, che si rigenerano guardando con attenzione e amore i ragazzi che si hanno dinanzi. Una buona pedagogia, è una semina profonda, che avviene grazie al raccogliere suggestioni contenute nei concetti. Una semina che dà frutti a lungo termine, che raggiunge davvero il luogo più profondo del ragazzo, che sarà ricordata per sempre, e che agirà attraverso i collegamenti, un movimento proattivo.

Su questo sfondo cosa vuol dire: “prendere” una classe, non è cosa semplice e da tutti. Molti sono i professori che entrano nelle classi, ma pochi sono coloro che possono dire di “prendere” una classe. Prendere una classe va a costituire il momento del rapporto della relazione pedagogica. Un momento cruciale, caratterizzato da accoglienza ed empatia.

Il ragazzo o la ragazza che vede entrare in aula l’insegnante non deve pensare: quello lì educa secondo gli schemi del ministero, fa le somme e divide i voti, non mi vede, non mi conoscerà. Con l’insegnante i ragazzi vogliono avere un rapporto umano e di conoscenza. Il compito dell’insegnante nell’assistere lo sviluppo fisico, psicologico, emotivo e morale degli alunni è di grande delicatezza. Ogni sua azione ha una risonanza incalcolabile, per questo la “congruenza” e la “autenticità” costituiscono gli elementi indispensabili dell’agire dell’insegnante. Non serve, infatti, enfatizzare con gli alunni la necessità della tolleranza e della solidarietà se poi per primi si è intolleranti e insensibili nei confronti della classe o insegnare l’imparzialità e poi fare preferenze.

I ragazzi hanno un grande talento: riconoscono la verità dell’essere di un professore, la congruenza con quello che mette in campo insieme a loro, e sono implacabili. Sentono la forza vitale, di trasformazione, che attiva il loro professore, pronti vi si affidano con fiducia, quella fiducia che solo un ragazzo può investire e che non può conoscere alcun tradimento, pena il fallimento totale della relazione pedagogica. I ragazzi hanno bisogno di gratificazione emotiva; l’incuria emotiva, la disattenzione, sono il grosso rischio in cui incorre lo studente che frequenta la scuola. Ciò che studia, i modelli della cultura non possono rimanere contenuti della mente, ma devono diventare “spunti formativi del cuore”,  altrimenti il rischio è che il cuore “comincerà a vagare senza orizzonte in quel nulla inquieto e depresso che neppure il baccano della musica giovanile riesce a mascherare.Quando parlo di cuore parlo di ciò che nell’età evolutiva dischiude alla vita, con quella forza disordinata e propulsiva senza la quale difficilmente gli adolescenti troverebbero il coraggio di proseguire l’impresa (…) Il sapere che si insegna non deve comprimere, offuscare questa forza, ma porsi al suo servizio e offrire al giovane scenari nuovi, investimenti, interessi. Dove il sapere, resta lo scopo e il profitto, la scuola ha fallito, livella, mortifica la soggettività tutto questo in nome di un sapere oggettivo, che in realtà serve a dare identità e conferma più ai professori che ai ragazzi che ne sono alla ricerca. (Galimberti)

Che cosa deve avere in sé il docente perché la relazione funzioni? Come elemento fondamentale deve aver mantenuto quella forza attiva dell’infanzia, la capacità di meravigliarsi, di stupirsi, senza non potremmo essere educatori: ogni giorno ci è dato conoscere qualcosa. La pedagogia che si limita a rendere ben informato l’insegnante o l’educatore non basta per educare per la vita. La pedagogia deve renderci gioiosi, è necessario entrare nella classe con la gioia d’incontrare i ragazzi, i ragazzi sentono il rigore del pensiero, l’amore nell’incontro e la volontà attiva nelle membra. Sono esseri predisposti alla più sottile ricezione. Il professore che si annoia o che annoia ha perso in partenza.

E’ fondamentale immergersi nelle materie da insegnare, preparare la conoscenza e presentare esperienze che stimolino l’attività interiore e l’interesse degli allievi, dare valore al momento della discussione insieme, al momento della sistematizzazione dei concetti. Deve aver chiaro in sé il desiderio di far germogliare la passione, la dedizione, attraverso quell’incontro mattutino  a volte tanto faticoso. Questa è veramente l’elemento costitutivo  dell’autorità dell’educatore.

 

Una “vera” scuola educa alla libertà. La parola “libertà”evoca un’aspirazione, può venir assunta in varie eccezioni. A cosa ci si vuole riferire, cioè a che cosa si volge l’educazione per fare un uomo libero? Esperienza di consapevolezza, esperienza interiore, ovvero, l’uomo che sa rivolgersi alla propria interiorità, un uomo cioè che sa guardare in se stesso e sa afferrare una vita che vive nella propria interiorità sarà capace di agire in piena autonomia in una sfera della vita sociale. Non è possibile condurre l’allievo a “scoprire” qualcosa, se dentro di me non ho la passione, la gioia e la curiosità della scoperta, amore per la conoscenza. Per educare abbiamo prima necessità di saper percepire  e con coscienza lucida, la nostra interiorità: “Oh uomo conosci te stesso”.

Io sono sempre più convinta, dopo tanti anni, che ciò che viene trasmesso e perdura nella coscienza degli allievi non è principalmente “cosa” si insegna, ma eventualmente “come” si insegna e soprattutto “chi” insegna.

Sempre più occorrerà sviluppare un’arte dell’educare che non dipenda da piani di studi o stili, ma che, attraverso un cammino di evoluzione interiore, porti l’educatore a sviluppare nuovi talenti e nuove competenze. E’ importante che l’insegnante sia disponibile a mettersi in gioco per generare a nuovo tutto ciò che porta nell’insegnamento e che assuma un atteggiamento artistico sia nei rapporti con gli alunni, sia nella rielaborazione dei contenuti.

Lavorare dunque per la vivificazione di una situazione culturale “fredda” ed atrofizzata da una società, nella quale la tendenza ad un eccessivo uso dei mezzi tecnologici tende, paradossalmente, a livellare le individualità, ad appiattirle,  a renderle mediocri. Pertanto solo la cura e lo sviluppo dell’ ”unicità”,  di ciascun allievo, della comprensione profonda di questo, dell’essere rispettosi educatori dell’essere proprio ed altrui, apre la strada verso la realizzazione dell’ideale di un individualismo etico, che sfati l’inganno della democrazia degli strumenti informatici, tanto più nella didattica. Sembra che sempre più la scuola viva l’ossessione di tali strumenti, elenchi, cartelle, memorie informatiche etc etc, “sedicenti nuove didattiche”, ma se non si hanno contenuti ogni cosa è vana, se non si capisce il percorso e la meta, è tutto assai dannoso. O forse la meta è proprio quella di una massificazione misera e grigia, ma conquistata attraverso lucenti e rumorosi strumenti che attraggono i più, non consci fino in fondo di star correndo verso una disumanizzazione sempre più evidente. Riempire di contenuti? E che vuol dire? Il contenuto ormai è lo strumento, in una mostruosa circolarità. Ma cosa c’importa? Siamo in internet… la scuola è in rete… possiamo gioire! In fondo basta poco, lo sforzo richiesto è minimo… e poi tutti questi discorsi sono veramente roba “vecchia” di un mondo che parla un linguaggio che non va più di moda, l’Humanitas non va più di moda!
Gabriella Schina

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