Spesso gli studenti sono solo immaturi, ricordiamoci di noi alla loro età. Lettera

di redazione
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Giuseppe Semeraro – Sento spesso dire che “i giovani d’oggi” evitano ogni forma di dialogo costruttivo e non ascoltano più gli adulti, dalle stesse persone che li accusano anche di essere dei grandissimi maleducati (“non come ai nostri tempi”) e di essere infine il frutto del disastro educativo dei propri genitori.

Vorrei chiedere a tutte queste persone come possono pensare che una qualunque proposta di dialogo sia accettata da chi, di fatto, è offeso così profondamente da sentirsi dire continuamente di essere un fallito, figlio di genitori falliti. E, se mi è consentito, vorrei anche domandare se rinfacciargli continuamente la presunta superiorità di chi chiede il dialogo possa, a loro avviso, avere una qualche speranza di aiutare nella causa.

La cosa che mi colpisce di più è che molte di queste persone sono così brave e “politically correct” da scattare d’istinto in difesa di una di qualunque categoria di persone qualora su questa venisse espresso un giudizio negativo, ricordando prontamente che “non bisogna generalizzare” e che “la maggioranza non è così”. Invece, chissà perché, quando si parla di giovani, le stesse parole di difesa non vengono mai in mente. Persino la categoria di persone più discriminata di Italia in questo periodo, gli immigrati, può registrare, da questo punto di vista, un comportamento meno discriminatorio e più comprensivo nei suoi confronti.

L’universo giovanile è così complesso e variopinto che è davvero segno di ottusità volerlo raffigurare come se si stesse parlando di una singola persona. Questo, oltre che impedirci di capirlo, crea una comprensibile barriera di diffidenza che impedisce il dialogo. E non c’è bisogno di comunicare a parole ai ragazzi quello che pensiamo di loro, perché riescono a percepirlo anche se non glielo diciamo.

A tutti noi insegnanti è rimasto il ricordo della nostra esperienza scolastica da studenti quando eravamo timorosi dei docenti, quando ci alzavamo in piedi al loro ingresso, quando ascoltavamo in silenzio le lezioni e potevamo essere rimproverati anche solo perché essi capivano che eravamo distratti. E tutti abbiamo la percezione in diversa misura di quanto oggi le scene nelle aule scolastiche sono completamente diverse. Ma basta questo per esprimere un giudizio così devastante su un’intera generazione?

Sono diverse le testimonianze di colleghi che ogni anno mi raccontano di come un certa classe abbia completamente cambiato volto dopo che, a seguito di un ritiro o di una bocciatura, sono andati via un paio “di elementi”. Con questo non si intende concentrare le accuse iniziali solo su un ristretto gruppo di studenti per salvare gli altri (anche se nessuno nega che per i primi ci siano grossi problemi familiari ed educativi), ma solo provare che se quelle classi erano esattamente il volto di un’intera generazione come è pensabile che quella stessa generazione abbia potuto cambiare i propri connotati a seguito di eventi contingenti e di portata così limitata? La verità è che a parte una sparuta minoranza di studenti con cui è impossibile instaurare un qualsiasi processo educativo, la maggior parte, oggi come ieri, è costituita da ragazzi immaturi, per niente irrecuperabile se già da domani in famiglia e a scuola vigessero delle regole certe, condivise e coerenti.

E della presunta superiorità della nostra generazione vogliamo parlare? A me, accanto ai tanti ricordi di ragazzi educatissimi e da prendere come modello, è venuto anche il ricordo di un’esperienza particolare. Al quinto anno, dopo aver avuto negli ultimi anni un insegnante di educazione fisica lavativo che invece di farci allenare ci lasciava liberi di passeggiare e riposarci dalla fatica delle lezioni, capitò un insegnante che pretendeva di fare il sergente di ferro. L’accoglienza della classe fu molto simile a quella che si potrebbe osservare oggi in molte classi e mancava in noi persino la preoccupazione che questo con la sua minaccia di metterci voti bassi potesse rovinarci l’esame di maturità (esattamente la stessa sfrontatezza che non riusciamo a spiegarci noi oggi nelle nostra classi). Ricordo anche il nostro comportamento durante la gita di fine anno, non molto diverso da quello che oggi censuriamo ai nostri alunni. Eppure eravamo liceali modello e, a parte questi episodi, eravamo educatissimi e anche studiosi.

Ma eravamo ragazzi ancora immaturi, ieri come oggi, e quando le condizioni erano tali da farla emergere, quell’immaturità veniva fuori. Adesso chi mi legge può reagire con un “parla per te” (e sono sicuro che sono quegli insegnanti che hanno con i propri studenti un rapporto di disprezzo reciproco), oppure farsi tornare la memoria d’incanto.

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