In pensione sempre più tardi, per Anief una soluzione c’è: pagare mensilmente i contributi e la parte di TFR/TFS

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La riforma previdenziale con parametri sempre più stringenti obbliga oramai la maggior parte dei lavoratori italiani a lasciare il lavoro alle soglie dei 70 anni, eppure la spesa continua a crescere: negli ultimi sei anni l’incremento è stato di 70 miliardi.

Se si guarda al 2027, attraverso il Def “light” appena presentato, le cose vanno ancora peggio: +99,6 miliardi, con le uscite pensionistiche che dovrebbero toccare i 368,1 miliardi (15,5% sul Pil) contro i 268,5 di fine 2018 (15,2% sul Pil). Già alla fine di quest’anno la spesa dovrebbe arrivare a 337,4 miliardi (15,6% del Pil) con una crescita del 5,8% rispetto al 2023.

“Siamo al danno oltre la beffa – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – perché che si lavora per 40-50 anni, si va in pensione sempre più tardi, con un assegno di quiescenza tagliato del 30%, e ora ci dicono che i conti dell’Inps sono in profondo rosso.

La contraddizione diventa ancora più intollerante quando si obbliga del personale dipendente, come i docenti, a rimanere in servizio anche se si è facile vittima del burnout.

E non si venga a dire che è colpa degli anticipi pensionistici in vigore, visto che permettono l’uscita anticipata in cambio di forti ulteriori tagli alla pensione.

In futuro, poi, con l’entrata a regime del sistema contributivo, i requisiti per lasciare il servizio e le somme percepite una volta pensionati saranno sempre più a sfavore dei lavoratori. Basterebbe fare una simulazione con il sistema Inps ‘pensami’, messo a disposizione dallo stesso ente di previdenza nazionale”.

“Se si vuole davvero fornire una risposta valida a questo scenario apocalittico – continua Pacifico – basterebbe dare applicazione alle stesse regole in vigore oggi per i lavoratori delle forze armate e dare la possibilità a docenti e Ata di realizzare il riscatto gratuito degli anni di formazione e universitaria più l’eventuale integrazione dei fondi bancari.

Anche l’adesione ad Espero dovrebbe diventare una scelta consapevole, non imposta dai soci fondatori del fondo di comparto, come è stato deciso con l’avallo degli altri sindacati di recente per i neo-assunti dal 2019.

In generale, infine, l’aumento della spesa sociale legata all’Inps potrebbe essere contrastato: lo Stato, a nostro avviso, dovrebbe pagare mensilmente sia i contributi ai 3,5 milioni di dipendenti pubblici (si tratta di tre volte la quota oggi trattenuta nello stipendio) sia la sua parte di TFR/TFS.

In questo modo – conclude il sindacalista Anief – potremmo risanare i conti e andare pure prima in pensione”.

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