Sostituiamo lo studio della Storia con lo studio della Statistica

di Anna Angelucci
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“Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena” (Matteo, 6, 34).

Qual è, orbene, la pena di oggi? Indubbiamente la lettura del lungo articolo pubblicato il 12 maggio scorso sul domenicale del Sole 24 Ore dallo storico della medicina Gilberto Corbellini. Che si dichiara, in apertura, assai dubbioso sullo studio della storia poiché scientificamente infondato e dunque poco efficace per formare una mente critica. Mentre viceversa, a suo dire, è lo studio della statistica nei licei che meriterebbe un bell’appello degli intellettuali.

O tempora, o mores, direbbe Cicerone, pensando ai tanti attacchi che oggi subisce la storia, non ultimo quello di uno storico della medicina che è anche direttore del Museo di Storia della Medicina dell’Università ‘Sapienza’ di Roma! Già penalizzata dalla ministra Gelmini, che la ridusse draconianamente nelle scuole di ogni ordine e grado; poi estromessa dagli esami di Stato per opera di uno storico della lingua italiana, Luca Serianni, incaricato dalla ministra Fedeli di rivitalizzare lo studio dell’italiano, che, per prima cosa, ha cancellato il tema di storia dalle tracce della maturità, adesso la storia, per Corbellini “largamente abusata”, diventa pure sistematicamente colpevole di ‘falso materiale’, in quanto non sorretta da approcci controllabili. Insomma, non è una scienza.

Che si aspetta dunque ad abolirla del tutto dalle materie di studio scolastiche, verrebbe da chiedersi, con buona pace di Andrea Giardina, Liliana Segre, Andrea Camilleri e di tutti coloro che la considerano preziosa come l’aria?

Lo spunto per una riflessione sui danni prodotti dalla storiografia (che, a ben guardare, si vanno drammaticamente a sommare ai tanti danni prodotti da eventi storici comunemente, se pur non scientificamente, considerati nefasti) viene al professor Corbellini dalla lettura del libro del filosofo della scienza Alexander Rosemberg, intitolato “How history gets things wrong. The neuroscience of our addiction to stories”, che spiega che gli studi storici sono perlopiù falsi poiché non usano strumenti quantitativi, basandosi piuttosto su ipotesi e congetture. L’errore degli storici dipenderebbe dal fatto che anch’essi, come quasi tutti gli umani, tessono le loro interpretazioni e le loro descrizioni dei fatti basandosi sui meccanismi della cosiddetta ‘teoria della mente’, ovvero sui processi di immedesimazione della nostra mente nella mente altrui.

Corbellini, citando Rosemberg, ci ricorda che le informazioni che determinano il nostro agire sono in realtà codificate elettrochimicamente nelle nostre ‘reti neurali’, determinando quegli ‘stati neurali’ che sovraintendono i nostri comportamenti. Altro che cogito ergo sum! Siamo, in realtà, del tutto elettrochimicamente determinati, mentre attribuiamo contenuti e valore a comportamenti, fatti, relazioni, contesti e eventi sulla base di elementi soggettivi del tutto inesistenti. Ne consegue che è tutto falso, storiografia compresa. La ‘teoria della mente’, conquista recente della neurobiologia e delle scienze cognitive, insieme alla paleoantropologia e alla psicologia evolutiva esplora lo sviluppo delle abilità di pensiero e di azione che ci rendono, nel tempo, “animali culturali” come specie e come individui, capaci non solo di rappresentarci mondi reali e mondi immaginari, ma altresì di modificare i mondi che abitiamo anche in virtù di queste rappresentazioni, attraverso un costante processo di adattamento dell’individuo, del gruppo, della specie – su pressioni selettive di tipo culturale e biologico – reso possibile dalla plasticità del nostro cervello e della nostra mente. Ma, afferma Corbellini, la ‘teoria della mente’ è inaffidabile, perché “ci fa credere illusoriamente nel libero arbitrio, nella responsabilità morale, nella colpa, nelle norme etiche e nelle istituzioni politiche”. Vere e proprie “invenzioni”, afferma, “senza le quali non potremmo più vivere”. Dunque, meglio i numeri della statistica piuttosto che le parole della storia.

Che la storiografia sia ideologicamente fondata è un dato di fatto. Ce lo ha spiegato il buon Manzoni duecento anni fa, affermando che essa imbalsama con i suoi inchiostri le imprese de Prencipi e Potentati e qualificati Personaggi …. omettendo, al tempo stesso e non a caso, i fatti di gente meccaniche e di piccol affare …

Ma non sembra essere questo il nodo concettuale, problematico e critico, della riflessione dello storico Corbellini. L’oggetto polemico è proprio la ‘teoria della mente’, equiparata alla teoria tolemaica o al finalismo biologico: un modello precario e fallace che governa la storia e da cui la statistica sarebbe invece risparmiata.

Ma la statistica, che dovrebbe sostituire la storia, e che avviene attraverso la raccolta e l’analisi delle informazioni relative al fenomeno studiato, non ha anch’essa a che fare, come tutto del resto, con la mente umana? E soprattutto, non è quella scienza per la quale se io ho mangiato un pollo e tu non hai mangiato nessun pollo, abbiamo mangiato in media mezzo pollo ciascuno?

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