Sostegno: una professione usurante a rischio di burnout

di Vittorio Lodolo D'Oria
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A rendere psicofisicamente usurante la professione docente è la particolare tipologia di rapporto con la “medesima” utenza: protratta, ossessiva, ravvicinata, senza maschera, asimmetrica, intergenerazionale, minoritaria, nonché soggetta al fenomeno Dorian Gray rovesciato. E’ così anche per il sostegno?

Non proprio, ma quasi. Il rapporto è solitamente 1:1 anziché minoritario (1:25) ma l’asimmetria comunicazionale è, spesso, molto più accentuata fino a divenire assoluta e incolmabile con le grandi disabilità. A confermare la situazione è uno studio nazionale del 2009, pubblicato sulla rivista Difesa Sociale (Istituto Italiano di Medicina Sociale), che evidenzia l’altissimo numero di diagnosi psichiatriche operato dai Collegi Medici di Verifica a scapito degli insegnanti di sostegno. I risultati sembrano essere addirittura peggiori rispetto a quelli pubblicati su La Medicina del Lavoro (N° 5/04 e N° 3/09). Vogliamo pertanto dare spazio alla categoria ospitando e commentando due testimonianze utili a cogliere similitudini e assonanze coi colleghi curriculari.

Lettera 1. Gentile dottore, sono un’insegnante di sostegno di scuola secondaria superiore. Insegno da 14 anni (prima su materia, attualmente su sostegno) al Nord e il mio vissuto lavorativo è fondamentalmente poco soddisfacente e poco sereno. Credo che questo dipenda da una bassa autostima e scarsa fiducia nelle mie capacità, da una tendenza all’inerzia e all’isolamento, accompagnata da qualche mania persecutoria e ossessiva (es. il collega, o l’alunno che ridacchia, ha me come bersaglio). Non sono mai riuscita a praticare l’arte del “Chi se ne importa dell’opinione/giudizio degli altri!”. Fatico a farmi rispettare e capirà che questo è un problema per chiunque, ma che diventa stratosferico soprattutto per chi svolge una professione come la mia. Personalmente, ho intrapreso un percorso psicoterapeutico durato, seppur in modo discontinuo, circa vent’anni, e, in questo lungo iter ho incontrato almeno un paio di psichiatri /psicoterapeuti che reputo professionisti competenti. Accuso, ad oggi, una strutturale carenza in termini di strumenti didattici, comunicativi e normativi per quanto riguarda la mia professione e, probabilmente, anche una erronea interpretazione del ruolo che svolgo, che mi disorienta. Le faccio un esempio “poco didattico” e molto banale: occuparsi degli spostamenti tramite la carrozzina di un’allieva disabile all’interno dell’istituito non mi pare sia un compito dell’insegnante di sostegno, ma di fatto è una prassi abbastanza consolidata. Il “resto” del sistema scuola (ma spesso io stessa non conosco la legge) va avanti per prassi, o per ignoranza o per convenienza. Il problema fondamentale, nel mio caso, è legato ad un persistente timore nel prendere iniziative per verificare quali siano i miei diritti (sia per ignoranza o confusione in merito a chi debba fare che cosa e come), ma anche e soprattutto intraprendere una serie di azioni per farli valere, senza timore del giudizio del collega, del dirigente, di essere considerata poco disponibile, rigida o rompiscatole. A ciò si aggiunge una comunicazione disfunzionale che mi si ritorce contro e mi crea uno stato di profonda frustrazione e mortificazione, condizione che si avvicina ad uno stato depressivo. Per tale motivo, le chiedo se può indicarmi un corso o un’altra via o attività per migliorare questo aspetto e provare a risolvere questo problema. Non parlo di corsi teorici che si soffermano per ore su cosa sia l’assertività, ma di corsi che possano offrirmi degli strumenti concreti e operativi per migliorare e – uso una parola forte – per rinascere. Aggiungo che ho un contesto familiare che invece è soddisfacente e un compagno che mi sostiene e mi sprona, talvolta anche in modo un po’ forte, per cercare di reagire, mi ha indicato il suo nominativo. La saluto cordialmente. Rosanna

Riflessioni. Come al solito dobbiamo valutare le tre dimensioni che determinano la stabilità psichica dell’individuo: clinico-anamnestica, professionale e relazionale. La prima potrebbe essere a rischio per la presenza di “una bassa autostima e scarsa fiducia nelle mie capacità, una tendenza all’inerzia e all’isolamento, accompagnata da qualche mania persecutoria e ossessiva”, tuttavia è decisamente positivo – come Rosanna sembra fare – il saper riconoscere le proprie fragilità per poterci lavorare sopra da subito. La dimensione professionale è invece a rischio per definizione (vedi studi scientifici) ma può essere peggiorata sollevando questioni che mal si conciliano con questa professione (“occuparsi degli spostamenti tramite la carrozzina di un’allieva disabile all’interno dell’istituito non mi pare sia un compito dell’insegnante di sostegno”) o col deteriorare il rapporto tra colleghi e col dirigente avviando una “comunicazione disfunzionale che mi si ritorce contro e mi crea uno stato di profonda frustrazione e mortificazione, condizione che si avvicina ad uno stato depressivo”. Conoscere i propri diritti è fondamentale almeno quanto comprendere i doveri da cui i primi discendono. E’ dunque importante apprendere le regole che disciplinano il lavoro, così come è basilare conoscere gli strumenti di tutela della propria salute. Primo passo fondamentale di una professione ad alta usura psicofisica consiste pertanto nel conoscere le malattie e i rischi professionali cui si è esposti, nonché la possibilità di sottoporsi all’accertamento medico per valutare l’idoneità professionale. Bene infine la terza dimensione (vita di relazione) che sembra essere di conforto e sostegno per la docente (“ho un contesto familiare che invece è soddisfacente e un compagno che mi sostiene e mi sprona”) garantendo un equilibrio psichico ancora adeguato.

Di diverso tenore è la testimonianza di un’altra insegnante di sostegno che non chiede ma asserisce le verità apprese sul campo. Con poche ma efficaci parole descrive impegno, fatica e rischi professionali per la salute di chi opera nel settore. Ogni eventuale commento sarebbe superfluo.

Lettera 2. Gentile dottore, il lavoro delle insegnanti di sostegno è “USURANTE” ! Nessun professore o politico parla di questa categoria di insegnanti perché a nessuno dei grandi interessa questa professione altamente qualificata! Insegnanti di sostegno si diventa dopo aver conseguito una laurea e numerosi corsi di formazione. Non è una professione insignificante e dequalificata bensì una professione che richiede talento. Facendo l’insegnante di sostegno non si improvvisa nulla, bisogna avere sempre il lavoro pronto per rispondere efficacemente alle esigenze dei ragazzi con deficit. Le insegnanti si ammalano di tachicardia, depressione ed altre patologie che non sto qui a elencare. Insegnare a un bambino autistico o Down, è un insegnamento che non va affidato al caso cioè semplicemente ad un docente con laurea, bensì richiede approfondimento molto importanti. Questi casi logorano le insegnanti perché hanno comportamenti e atteggiamenti molto difficili. L’insegnante quotidianamente deve studiare strategie educative per rapportarsi a questi bambini. Cordialmente.

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