Sostegno, Ianes: laurea ad hoc passo indietro, 10 anni permanenza sostegno sciocchezza, crediti su inclusione uguali per docenti primaria e secondaria.

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“Crediamo che al cuore dell’inclusione ci sia la classe, cioè la comunità di relazioni tra pari e tra adulti come unico luogo possibile di una inclusione non illusoria”.

“Crediamo che al cuore dell’inclusione ci sia la classe, cioè la comunità di relazioni tra pari e tra adulti come unico luogo possibile di una inclusione non illusoria”.

E’ uno dei passaggi più convincenti della mozione con cui si è chiuso, qualche giorno fa a Rimini, il decimo convegno Erickson su “La Qualità dell’integrazione scolastica e sociale”. Dario Ianes, co-fondatore del Centro Studi Erickson di Trento e direttore della rivista “Difficoltà di apprendimento”, ce ne illustra altri punti qualificanti, spiegandoci nel contempo anche tutti i suoi dubbi sul Disegno di Legge per la riforma del sostegno inserito nella Buona Scuola.

Professor Ianes, la Fish (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) ha confermato la sua proposta di una laurea ad hoc, con percorsi accademici paralleli e non aggiuntivi, e ruoli separati. Lei che cosa ne pensa? Condivide qualcuna delle critiche fatte in questi giorni dalla professoressa Boscolo anche sul nostro portale?

“Condivido appieno le critiche della Boscolo, rischiamo di fare un grande passo indietro. Pur essendoci moltissimi punti di forza all’interno del Disegno di Legge 2444, optare per corsi di laurea e per ruoli separati destinati al sostegno non farebbe che aumentare il meccanismo di delega dei docenti curricolari, deresponsabilizzandoli su tutto quello che riguarda l’inclusione. E’ comprensibile che le famiglie cerchino la qualità nella formazione di chi seguirà più da vicino i loro ragazzi, ma crediamo con ragionevole certezza che le carriere separate non faranno che riempire le aule di sostegno. La nostra proposta, dopo anni di riflessione e di dialogo con le famiglie, è oggi quella di inserire nella formazione degli insegnanti della scuola secondaria lo stesso numero di crediti sull’inclusione che devono acquisire i colleghi della primaria. E’ inammissibile che un docente di scuola secondaria di inclusione e didattica speciale ne sappia meno dei colleghi che vengono prima di lui! Abbiamo sfidato il dott. Campione del Miur a portare a casa questo risultato, sono curioso di vedere come andrà a finire”.

L’idea di docenti di sostegno superspecializzati non è però totalmente da accantonare, giusto?

“Al contrario, i docenti di sostegno superspecializzati potrebbero diventare ottime figure di sistema, che cioè hanno il compito di formare i loro colleghi in maniera diretta, efficace, molto più di quanto possano fare i cosiddetti ‘esperti’ che non hanno mai verificato sul campo le cose di cui parlano. Al momento abbiamo in Italia moltissimi professionisti con questo profilo, persone che a proprie spese hanno accumulato lauree, master, anni e anni di esperienza”.

Che cosa pensa dell’obbligo di permanenza sul sostegno per almeno dieci anni?

“È una stupidaggine. Non si possono obbligare le persone a lavorare sull’inclusione, bisogna incentivarle. Condivido appieno l’idea di creare delle cattedre miste, con metà ore sul sostegno e l’altra metà sulla disciplina. In questo modo avremmo docenti doppiamente abili”.

Ha toccato il tema della formazione degli insegnanti. I crediti di cui ci ha parlato andrebbero previsti, dunque, all’interno delle lauree specialistiche, ma ne sarebbero inevitabilmente penalizzati i saperi disciplinari, un’ipotesi su cui le consulte universitarie hanno fatto sentire il proprio dissenso.

“Basterebbe ritirare fuori le lauree specialistiche per l’insegnamento previste dalla Gelmini”.

Ma il problema resterebbe identico: il triennio, dicono le consulte, non è sufficiente a garantire la solida, sicura base culturale che serve per andare a insegnare qualsiasi disciplina, mentre sono favorevoli a una laurea specialistica con più didattiche disciplinari.

“Allora inseriamo trenta crediti di inclusione nelle didattiche disciplinari. So bene che i disciplinaristi hanno sempre fatto questo tipo di ragionamento, e non a caso i danni dell’insegnamento non inclusivo li vediamo non a caso dalle medie in poi, molto meno nella primaria. E’ una battaglia di civiltà che va combattuta a livello politico”.

Nella mozione con cui si è conclusa la manifestazione di Rimini è scritto: “Abbiamo bisogno di un curricolo inclusivo, non di una check list di discipline e contenuti”, pensa che qualche Governo riuscirà mai a scardinare la frammentarietà, la disorganicità, la ridondanza dei curricoli? Non diventerebbe anche un problema di posti di lavoro?

“Non è facile, però un primo passo in questa direzione è stato certamente compiuto dalle Indicazioni nazionali. Non sono in grado di dirle se questo provocherebbe degli sconvolgimenti a livello occupazionale, io mi occupo di sostegno, bisognerebbe fare delle proiezioni sulle cattedre”.

Un altro punto interessante riguarda la formazione obbligatoria: “Diciamo no alla convegnistica predicatoria, alla vendita chiavi in mano di ricette di verità, ma soprattutto diciamo sì a: ricerca-azione, ricerca-azione, ricerca-azione”. Pensa che rispondere ‘pedagogia-pedagogia-pedagogia’ basti?

“La variabile non è tanto nelle formule, ma in chi tiene questi corsi di aggiornamento. Il Miur dovrebbe dare indicazioni di metodo che guardassero alle competenze e non sempre e solo alle conoscenze. Anche la vecchia pedagogia delle chiacchiere ricade negli schemi del parolame che non serve a niente e a nessuno, solo a favorire gli amici degli amici”.

Andrebbe meglio se l’aggiornamento diventasse appannaggio delle università?

“Non credo, importante è che venga fatto secondo criteri di qualità, riducendo al minimo la modalità telematica per esempio”. 

Il testo della riforma

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