“Sono dislessica, non so le tabelline, ma ho scritto un libro sulla scuola italiana. La voglio dove tutti possono studiare, anche noi dislessici”. INTERVISTA a Maria Pia Baroncelli

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“Sono dislessica, non so le tabelline e ho scritto un libro sulla scuola italiana”, così si presenta, sui social, Maria Pia Baroncelli che, in questa intervista, ci narrerà, come ha fatto nel suo best seller, della sua esperienza di studentessa e di mamma. Scrive Maria Pia Baroncelli “La scuola italiana è piena di brave persone, ne sono convintissima, il problema è che non si sa come fare perché i docenti stanchi del loro lavoro non ritrovino un po’ di curiosità e affetto per i loro studenti, invece di entrare in classe arrabbiati o annoiati, perdendo così il loro ruolo di guida anche morale dei ragazzi”.

Ne parla ampliamente, proprio partendo dalla sua esperienza personale e di mamma in un best seller dell’editoria italiana “Tutta la vita all’ultimo banco. Un libro sulla scuola italiana vista dalla parte dei genitori”, Zolfo Editore, Milano. Credo un’ottima opportunità, per i docenti, di ascoltare ciò che talvolta molti non vogliono neppure subodorare. “Insomma, a me la scuola italiana (di adesso) proprio non piace. Lo scrivo in tutte le salse nel mio libro, in cui inoculo dosi sempre crescenti di veleno (contro la scuola) così che il lettore si abitui gradualmente a sentire cose diverse dalla vulgata attuale. Tutta colpa dei genitori! Tutta colpa degli allievi! Nessuno studia più! Bocciamoli, quando se lo meritano! Eccetera…” scrive Maria Pia Baroncelli. Ma vediamola dal di dentro questa scuola vista dai genitori. Ne parliamo con Maria Pia Baroncelli che è laureata in Economia, vive a Milano, ha sessantacinque anni e lavora nell’area Digital di un’azienda italiana.

Ultimo banco, intanto, giù per capire la filosofia del prezioso volume, perché?

«Il titolo che ho scelto, “Tutta la vita all’ultimo banco”, doveva rendere l’idea che gli studenti seduti all’ultimo banco, perché non sono bravi, corrono il rischio di restare indietro per tutta la vita: senza un diploma non riusciranno a trovare un buon lavoro pagato decentemente.
Ho studiato economia e i dati dimostrano che più le persone sono istruite, più alto sarà il loro tasso di occupazione. La scuola è l’istituzione più importante sulla quale un paese deve investire se vuole migliorare la sua economia. Se una nazione spende poco in istruzione, significa che non pensa al futuro e si disinteressa dei suoi cittadini. Gli economisti usano un’espressione, “capitale umano”, che forse è un po’ brutale, ma serve a far capire che se un paese dispone di capitale umano istruito, sarà più ricco di un paese dove il capitale umano è meno istruito. Investire in  istruzione, insomma, è cosa buona e giusta, anche senza il bisogno di ricorrere a ragioni “ideali”.»

Lei scrive “Io sono della vecchia scuola, quella di mia madre, che era una professoressa di matematica alle medie. Lei voleva “salvare” i suoi alunni (dalle colleghe) e far prendere a tutti il diploma di terza media. Voleva bene ai suoi scolari e loro volevano bene a lei. Credo che non abbia mai fatto chiamare un genitore per lamentarsi del figlio”. È questo il modello che prospetta? Quanto ha inciso sua madre nella sua vita?

«Mia madre insegnava in una di quelle che oggi verrebbero chiamate “scuole di frontiera”, in una zona ancora molto povera di Milano. Sapeva perfettamente di non potersi affidare alle famiglie se qualcuno dei suoi allievi non andava bene a scuola, ma si prendeva tutta la responsabilità di quanto riusciva a insegnare ai ragazzi.

Le classi speciali erano state abolite nel 1977 da un ministro dell’Istruzione democristiano, Franca Falcucci, ma c’erano ancora poche diagnosi di disabilità e nessuna di dislessia. Credo che mia madre avesse capito che bocciare questi studenti fragili sarebbe stato una porcheria. Sapeva inoltre che anche gli studenti provenienti da contesti che oggi definiamo di “povertà educativa” facevano fatica a imparare tutto. In questo senso si può dire che “salvava” i suoi alunni dalle colleghe, molto più inflessibili di lei, che li avrebbero bocciati volentieri. Mia madre pensava che era meglio far prendere a questi ragazzi la licenza di terza media, che magari li avrebbe aiutati a trovare più facilmente un lavoro.

Bocciare un ragazzo in fondo è un meccanismo perverso di restituzione della colpa: “Ti boccio perchè è colpa tua, perchè non sei stato bravo e non hai studiato!”. Ma siamo onesti: quale ragazzo sceglierebbe di NON andare bene a scuola?

Bisogna poter “distribuire” le responsabilità dell’andamento scolastico di un allievo, perché i fattori che concorrono nel determinare un cattivo risultato sono tanti: la famiglia di provenienza (molte famiglie non sono in grado di aiutare i figli durante gli studi, magari perché genitori sono immigrati che parlano male l’italiano), la qualità dell’insegnamento (i docenti sono più o meno bravi), la disabilità, un disturbo specifico dell’apprendimento, nonché il contesto generale, tra cui i famosi social media che distraggono dallo studio, e dai quali solo poche famiglie sono in grado di proteggere i loro figli.

Non dobbiamo neanche dimenticare che ci sono Paesi come per esempio la Norvegia, con un PIL procapite quasi doppio di quello italiano, in cui si è deciso che fino a 16 anni non si può bocciare nessuno, proprio perché non è giusto dare interamente la “colpa” del cattivo rendimento allo studente. Eppure in Norvegia non sono tornati all’Età della Pietra. Verrebbe da pensare che all’Età della Pietra siamo tornati noi, in Italia: invece di discutere su come migliorare i risultati della nostra scuola, il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, fa dichiarazioni quotidiane sulla necessità di punire e bocciare i “cattivi” studenti. Ma su questo punto tornerò ancora.».

Lei scrive, parlando di sua madre “Se qualche ragazzo non capiva le sue lezioni, lei lo faceva andare alla lavagna e gli spiegava tutto di nuovo. Mio figlio, che è nato nel Duemila, ha conosciuto una scuola diversa, che racconto nel mio libro”. Quale scuola ha conosciuto suo figlio?

«Mia madre non parlava mai dei voti che dava ai suoi alunni, anche se sapevamo che nella sua classe ce n’erano un paio particolarmente bravi, che immagino prendessero dei bei voti. Ma lei chiamava alla lavagna solo gli studenti che non avevano capito bene un argomento con l’obiettivo di spiegargli di nuovo la lezione e fargli fare qualche esercizio, ma senza mettergli un due sul registro. Insomma, mia madre non ha mai usato i voti in modo punitivo ma pensava che il suo lavoro fosse quello di insegnare: la valutazione era un’attività ancillare a quella dell’insegnamento. 

La scuola che ha frequentato mio figlio e che racconto nel libro è invece profondamente diversa da quella in cui insegnava lei. Oggi il registro elettronico ha  reso visibili i voti, anche ai genitori, voti che all’improvviso sono diventati importantissimi.

Mio figlio è arrivato ad avere un’ottantina di voti all’anno sul registro elettronico: se li dividiamo per il numero di settimane scolastiche, si può vedere come i ragazzi di oggi facciano due o tre verifiche (scritte e orali) alla settimana. Il risultato è che passano più tempo a farsi interrogare (e ad assistere alle interrogazioni dei compagni) che non ad ascoltare le lezioni. Ma non solo, gli ultimi modernissimi registri elettronici consentono di calcolare istantaneamente la media dei voti in ogni materia, tutte le volte che se ne riceve uno nuovo.

Lo confesso, anch’io ho avuto delle forme di dipendenza dal registro elettronico, soprattutto negli anni in cui mio figlio traballava in qualche materia. Controllavamo tutti e due in continuazione la media dei suoi voti, come se fosse diventato importante raggiungere il sei e non invece appassionarsi di un argomento o di una materia, come invece era successo a me, che non ho nessun ricordo dei voti che prendevo, ma non mi sono dimenticata le pagine di Dante lette dalla mia insegnante di italiano al liceo, durante lezioni meravigliose in cui tutti tacevamo per non perderci nessuna delle sue parole.»

Brillante racconto e riflessione, passo per passo, sulla situazione della scuola italiana, partendo dalla sua esperienza personale di dislessica non riconosciuta, fino a giungere al figlio, dislessico diagnosticato. Che viaggio è stato per lei?

«Fin da piccola avevo capito che c’erano dei malfunzionamenti, li chiamo così, per semplicità, nel mio cervello. Non riuscivo a fare le divisioni, ricordare le tabelline, scrivere e leggere i numeri dove fosse presente uno zero. Non riuscivo a imparare a memoria le poesie. Sono molto grata alla mia maestra delle elementari perché anche lei doveva aver capito che qualche alunno aveva maggiori difficoltà di altri a eseguire alcuni compiti e non li puniva, esattamente come aveva fatto mia madre.

Me la sono cavata anche al liceo classico, negli anni Settanta, perché le interrogazioni avevano più la forma di una conversazione con i nostri docenti, in cui gli insegnanti cercavano di misurare la nostra capacità di produrre ragionamenti critici e articolati, e non di verificare se avevamo studiato le date, i nomi delle battaglie, i teoremi di geometria, eccetera.

Il fatto di essere dislessica e non saperlo ha sicuramente comportato degli svantaggi ma siccome sono una secchiona sono riuscita persino a laurearmi, proprio perché avevo imparato che lo studio migliore, quello che scava più in profondità, è basato sul ragionamento e non sulla ritenzione mnemonica delle nozioni. Quando ho fatto l’università, gli esami erano orali e dovevamo saper interloquire con i professori, dimostrando di avere capito i fondamentali di una materia.

Ho ricevuto una diagnosi di dislessia solo recentemente, rendendomi conto dei motivi per i preferisco ascoltare una lezione di storia su YouTube che non tentare di leggere un libro di cinquecento pagine (preferisco i libri brevi, che mi spaventano di meno). Tra le altre cose, sono lentissima a leggere, e un libro può rimanere per mesi sul mio comodino.   

Il caso di mio figlio è stato diverso perché, nonostante la sua diagnosi sia arrivata molto prima, lui ha dovuto fare i conti con una scuola profondamente cambiata rispetto alla mia. Doveva continuamente dar prova di ricordarsi formule, date, nomi dei tempi verbali, eccetera, in una macedonia di nozioni dove non gli veniva chiesto di imparare a ragionare, ma solo di dimostrare di aver “studiato”.

In questi ultimi anni i programmi delle scuole sono diventati immensi e i ragazzi vengono rimpinzati come oche da fegato di cose da imparare, possibilmente a memoria. Per di più le interrogazioni non sono le conversazioni che facevo al liceo, ma si sono trasformate in verifiche di tipo molto nozionistico. Per un dislessico, dotato generalmente di poca memoria, è veramente impossibile ricordarsi tutto quello che oggi si pretende di insegnare ai ragazzi. E così, quando mio figlio aveva quattordici anni, sono stata convocata a un colloquio dalla sua professoressa di matematica che mi ha detto: “Questo ragazzo può fare solo l’istituto tecnico!”.

Gli istituti tecnici e professionali sono infatti una specie di Refugium Peccatorum per gli studenti considerati meno “bravi”. Le classi traboccano di dislessici, ma non si creda che siano scuole facili, anzi, al contrario, hanno dei programmi amplissimi, con addirittura 32 ore di frequenza settimanale. E poi, anche se non lo si dice mai, le bocciature si concentrano proprio negli istituti tecnici e professionali, con dei tassi di abbandono scolastico molto più elevati di quelli dei licei.

Confesso che non sarei stata in grado di fare la scuola di mio figlio. Nel biennio dell’istituto tecnico ci sono addirittura tredici materie curriculari: troppe. L’unico modo per mio figlio di superare le ottanta verifiche all’anno è stato quello di imparare a fare le mappe logiche usando il computer. Sulle mappe poteva scrivere le parole chiave, qualche data, a volte anche delle formule.

Naturalmente non è stato facile convincere i suoi insegnanti a lasciargli utilizzare questi supporti per la memoria – le mappe logiche servono proprio a mettere in moto la memoria a breve termine, di cui i dislessici sono poco dotati – anche perché in Italia non c’è una grande conoscenza dei disturbi dell’apprendimento e gli studenti dislessici vengono spesso semplicemente etichettati come asini.

Ho sempre pensato che fosse bizzarro che gli insegnanti di matematica di mio figlio non sapessero quali sono i sintomi della discalculia, un disturbo del calcolo che non inficia assolutamente le capacità logiche di chi ne soffre. Capitava infatti che mio figlio sbagliasse i calcoli nelle verifiche scritte, ma poi  dimostrasse nelle interrogazioni orali di aver compreso perfettamente i concetti matematici. La sua insegnante di matematica mi diceva sempre che le sembrava “strano” che succedesse un simile fenomeno, quando invece è tipico di chi soffre di discalculia.

Insomma, oggi si sono fatti enormi progressi nelle neuroscienze ed è possibile capire perchè un ragazzo sbaglia i calcoli ma poi diventa un grande architetto o un grande designer. I dislessici hanno infatti grandi abilità immaginative: Jonathan Ive, il designer che ha inventato insieme a Steve Jobs tutti i prodotti della Apple, è dislessico. Insomma, gli insegnanti dovrebbero sostenere un po’ di più i loro studenti “neurodiversi” e dirgli che se non sono bravi a leggere o fare i calcoli, potranno essere bravissimi a fare qualcos’altro.

Purtroppo c’è un altro motivo per il quale i ragazzi vanno male a scuola, come ho già avuto modo di accennare: perché sono poveri. Se le famiglie non sono in grado di supportare i figli durante il percorso scolastico e in casa ci sono cattive condizioni economiche e magari pessime  competenze linguistiche (come nel caso in cui i genitori non parlano italiano), sarà molto difficile trovarsi di fronte a dei bravi studenti. Ma si può dire che è colpa loro? Li si deve spingere ad abbandonare la scuola o si deve invece cercare di trattenerli, con tutti i mezzi possibili, affinché prendano almeno un diploma di scuola superiore?

Gli insegnanti hanno una grande responsabilità da questo punto di vista, anche se mi rendo conto che gli studenti più “difficili” arrivino proprio da queste famiglie. Quando leggiamo sui giornali i casi di studenti o genitori che affrontano fisicamente i loro insegnanti, questi fatti non capitano mai in scuole come il Berchet di Milano o il Giulio Cesare di Roma. È sbagliato generalizzare e dire che tutti i genitori italiani non hanno più rispetto per la scuola e tutti i loro figli sono potenzialmente dei bulli, ma bisogna riconoscere che dove c’è “povertà educativa” è più probabile trovare dei bulli.

E non si può lasciare gli insegnanti – e gli allievi – da soli di fronte ai bulli,  quando si si capisce che in una classe ce n’è uno. Bisogna agire prima che il bullo diventi pericoloso. Esistono delle tecniche messe a punto dagli psicologi per isolare i bulli dai loro seguaci e renderli inoffensivi.  Naturalmente si tratta di interventi costosi, perché l’insegnante deve essere affiancato da un’equipe che svolge un lavoro diverso dal suo: studia i comportamenti degli alunni e poi interviene attivamente per modificarli. È infatti possibile isolare un bullo dai suoi seguaci, prima che compia un atto violento. Senza un pubblico di ammiratori, i bulli perdono il gusto di compiere le loro azioni violente.

Certo, bisogna investire di più in prevenzione, per evitare che poi succedono fatti più gravi. La minaccia della sospensione o della bocciatura non è mai un deterrente efficace: non si può sperare di risolvere il problema del bullismo a scuola  intervenendo dopo che si è verificato l’episodio di aggressione a un insegnante o a uno studente.».

Lei ha il merito di avere scavato nei suoi vissuti e in quelli del figlio con lucidità e, a volte, sarcasmo, e di avere consegnato a chi legge il libro l’immagine di una scuola che, a suo avviso, è ancora lontana, molto lontana, dalla vera comprensione degli alunni con DSA e dall’azione inclusiva consequenziale. Cioè, non bastano le parole, immagino!

«Se devo  dire la verità, i punti deboli della scuola italiana sono tanti. Per esempio la vastità dei programmi e la numerosità delle materie, con la pretesa  che ragazzi di undici anni imparino qual è la differenza tra significato e significante e se la ricordino per tutta la vita. Il secondo problema è che nonostante l’Italia sia la patria di grandi pedagoghi conosciuti in tutto il mondo, come Maria Montessori e Loris Malaguzzi, la pedagogia è definitivamente uscita di scena dal dibattitto pubblico sulla scuola

Ci sono scrittori e docenti che mostrano addirittura disprezzo  per la parola “pedagogia”, come se occuparsi delle modalità in cui viene trasmessa la conoscenza sia una forma di decadentismo proprio di una modernità assolutamente disprezzata.

Nel libro “Il danno scolastico” di Luca Ricolfi e Paola Mastrocola si propone che la scuola non faccia concessione alcuna alla pedagogia, ma si ritorni addirittura al modello gentiliano, dove solo chi è capace di imparare il latino e il greco può andare all’università, mentre chi è destinato a fare lavori meno nobili del medico o dell’ingegnere, torni a frequentare, dopo le scuole elementari, il famoso “Avviamento”, abolito dalla riforma della scuola media unica del 1962. 

È questa nella sostanza la proposta di Ricolfi e Mastrocola, che non ritengono utile nessuna forma di cooperazione educativa tra docente e discente. Il discente deve imparare – sono ammesse solo le lezioni frontali – e poi il docente interroga il discente e gli dà il voto. Tutti devono stare fuori dalla relazione tra i due soggetti, a cominciare dai pedagoghi per finire naturalmente con le famiglie.

Seguendo una simile visione della scuola, sarà impossibile per un alunno con un DSA passare dalla cruna dell’ago, ovvero fare il liceo e poi laurearsi. Insomma, parole come inclusione, pedagogia o bisogni educativi speciali non piacciono a chi è rimasto attaccato alla visione gentiliana della scuola, che non era poi così diversa da quella del Regno d’Italia, disegnata dal ministro Casati nel 1859. Si vuole sostanzialmente tornare a una scuola divisa in due filoni: il liceo per le élite che poi continueranno a studiare e faranno l’università e il cosiddetto percorso tecnico-professionale del “quattro più due” dove ci si iscrive a un istituto tecnico a 13/14 anni, si comincia ad andare in fabbrica a 16 anni per fare i PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento), si studiano 400 ore in meno (da passare per l’appunto in fabbrica) e per un anno di meno, perché la scuola finisce dopo quattro anni. Gli insegnanti vengono parzialmente sostituiti con figure professionali provenienti dal mondo produttivo, e lo sbocco finale del nuovo percorso non è l’università, ma le ITS Academy, che non offrono neanche un diploma riconosciuto a livello europeo. Un simile modello di scuola – che produce laureati da una parte e lavoratori “poco colti” dall’altra – è assolutamente antiquato ma soprattutto inefficace perché, come ho spiegato all’inizio, l’obiettivo di tutti i paesi moderni dovrebbe essere di istruire i loro cittadini, il più possibile, il meglio possibile, il più a lungo possibile, includendo il maggior numero di individui, inserendoli in percorsi scolastici “aperti” che consentano a tutti di fare l’università, ottenendo un diploma di laurea anche nelle università “tecniche”, che esistono in tutti i paesi del Nord Europa. Faccio notare che gli iscritti per l’anno 2024/25 al nuovo percorso del “quattro più due” sono circa 1.700 (pochissimi) e quelli al Liceo del Made in Italy sono 375! Un vero insuccesso: la riforma non è piaciuta a nessuno, tanto meno agli studenti che avrebbero dovuto iscriversi a questi nuovi corsi scolastici».

La sua è una lotta per migliorare la scuola, nel suo complesso, e per dare certezze ai tanti alunni con DSA.

«Credo che il pendolo della storia penda verso una concezione della scuola che formi persone con buone abilità culturali, capaci di studiare per tutta la vita, in quel processo definito di “formazione permanente”, necessario in epoche come quella attuale, dove vi sono continui salti tecnologici anche nelle modalità di produzione.  

Una scuola che sforna lavoratori poco istruiti è inutile, perché faranno fatica a mantenere il loro posto di lavoro se vi saranno altre rivoluzioni tecnologiche con le quali non riusciranno a stare al passo.

Ma una buona scuola deve anche formare le capacità di analisi critica degli studenti sui fenomeni che riguardano la società contemporanea. In Italia si continuano a studiare gli Assiri e i Babilonesi, e poi i ragazzi non sanno niente della Seconda Guerra Mondiale. Gli studenti dovrebbero essere guidati  anche a informarsi sugli argomenti di attualità, visto che la Storia con la S maiuscola è tornata a farsi viva, come nel caso della guerra in Ucraina.

La scuola merita insomma di avere un ruolo ben più centrale di quello che vorrebbe riservargli l’attuale ministro dell’Istruzione. Non dobbiamo neanche sottovalutare il rischio che agli alunni con un DSA o una qualsiasi altra disabilità non sia più dato accesso alle scuole che portano all’università, e che non venga più dato nessun valore all’idea di un’istruzione universale, per tutti, e non solo per i più fortunati. La scuola potrebbe diventare (sempre di più) un punto del bilancio statale sul quale fare dei risparmi. Ma chi non investe nella scuola, non investe nel futuro.»

E, adesso, le proposte. Che scuola serve e che scuola immagina?

«La costituzione italiana, nell’articolo 34, dice: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. La missione principale del ministro dell’Istruzione dovrebbe essere quella di rimuovere gli ostacoli per “i privi di mezzi” affinché possano studiare anche loro, permettendo alla scuola di svolgere un ruolo di “mobilità ascensionale” per chi proviene da settori più poveri della società e vuole migliorare le sue condizioni di vita grazie allo studio.  

Esistono studi documentatissimi della Banca d’Italia che dimostrano l’esistenza di una correlazione molto accentuata tra il reddito familiare e il titolo di studio al quale può aspirare un ragazzo. Se il genitore è un medico, anche il figlio riuscirà ad arrivare alla laurea, se invece il padre è un operaio, il destino di suo figlio è già scritto: la fabbrica l’aspetta a braccia aperte. Purtroppo le fabbriche italiane sono sempre meno attraenti, non solo per i bassi salari, ma anche perché molte delle nostre aziende, soprattutto quelle medio-piccole, non hanno innovato i loro ambienti produttivi.

Come hanno fatto gli altri paesi, soprattutto nel Nord Europa, a risolvere questo problema? Ovvero offrire a tutti la possibilità di studiare il più a lungo possibile e allo stesso tempo convincere gli studenti ad accettare lavori anche nei settori produttivi delle aziende? Hanno aperto le università tecniche, in Germania si chiamano Fachhochschule, e poi hanno alzato gli stipendi di chi aveva studiato di più, perché era diventato più produttivo».

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