SNADIR, chi non si avvale dell’insegnamento della religione ha diritto ad un insegnamento similare

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Anche chi non si avvale dell’ora di religione ha diritto a un insegnamento similare, che lo metta al corrente delle tradizioni religiose, del patrimonio culturale di cui esse sono mediatrici.

È questa la posizione espressa dallo Snadir (sindacato autonomo dei docenti di religione) in polemica con chi contesta l’ora di religione tout court. Abbiamo rivolto qualche domanda al responsabile Orazio Ruscica.

Prof. Ruscica, di recente Micromega ha dedicato un corposo articolo ai rapporti tra Stato e Chiesa nel quale l’autore, Carlo Troilo, ha tirato in ballo l’ora facoltativa alla religione cattolica, che quasi mai viene strutturata come una robusta alternativa culturale, configurandosi quasi come un’espulsione dalla classe. Come mai?

“La difficoltà di rendere operativa l’attività alternativa all’insegnamento della religione cattolica risale al 1989. In quell’anno la Corte Costituzionale con sentenza n. 203, pronunciandosi sulla obbligatorietà della alternativa, stabilì il diritto per gli alunni che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica di allontanarsi da scuola e, quindi, da allora in poi fu proposta anche la quarta scelta: l’uscita da scuola, ossia il “nulla”. Attualmente, tra coloro che non si avvalgono dell’irc, la percentuale degli studenti che opta per “l’uscita da scuola” è pari al 45,5%, rispetto al 16,1% che sceglie l’attività alternativa. Oggi prendiamo atto che chi un tempo proponeva la necessità del “nulla” è divenuto paladino dell’attività alternativa all’insegnamento della religione. Certamente sono cambiati i tempi, non ci sono più le aspre battaglie contro l’insegnamento della religione cattolica; anzi, ci si rende conto che la formazione dei nostri studenti nell’ambito delle religioni è necessaria. Su questo aspetto siamo d’accordo: gli studenti che si avvalgono dell’insegnamento della religione, attraverso le conoscenze che vengono offerte e le competenze che acquisiscono, vengono messi nella condizione di praticare il dialogo e la pace e di conoscere la storia della nostra tradizione religiosa e del nostro patrimonio culturale e umano. Occorre estendere tale possibilità anche a chi non si avvale dell’irc. È necessario, quindi, se abbiamo a cuore la formazione dei nostri studenti, eliminare l’opzione “uscita da scuola”, in quanto tale possibilità si è manifestata palesemente antipedagogica e lesiva del diritto allo studio degli alunni”.

Lei insiste molto sull’ora di religione come ora di formazione antropologica e culturale in senso globale, tuttavia spesso capita di imbattersi in ragazzi oramai a buon punto del loro percorso che, pur avendo sempre regolarmente fatto religione, ignorano totalmente il contenuto delle Sacre Scritture. Può capitare (capita anzi molto spesso) che conoscano meglio le epiche classiche e che non abbiano idea alcuna di chi siano Caino e Abele. Scusi la provocazione, ma non è che quest’ora di religione alla fine si sta laicizzando un po’ troppo?

“L’insegnamento, secondo le Indicazioni nazionali, “promuove tra gli studenti la partecipazione ad un dialogo autentico e costruttivo, educando all’esercizio della libertà in una prospettiva di giustizia e di pace”.

L’ultima indagine nazionale “Una disciplina alla prova” (presentata a Roma il 17 gennaio scorso), che ha rilevato su un campione ampio di 20.382 studenti le conoscenze religiose di quelli che tra loro si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica, ha smentito i tantissimi luoghi comuni sulla irrilevanza formativa dell’irc. Infatti, la predetta indagine ha mostrato una discreta conoscenza dei principali contenuti religiosi; una apprezzabile informazione biblica essenziale, un buona risultato nel sapere etico-antropologico. L’utilizzo del linguaggio religioso è risultato approssimativo, mentre le conoscenze storiche sono risultate carenti. Quest’ultimo aspetto dovrebbe preoccupare molto gli insegnanti di storia.

Questi dati ci mostrano, dunque, che tutto ciò che gli studenti imparano durante l’ora di religione è frutto soltanto del loro interesse per la disciplina e della partecipazione che gli insegnanti riescono a risvegliare. Infatti, occorre tener presente che il sistema scolastico attuale riduce la rilevanza valutativa dell’insegnamento della religione, negandole – con una norma del 1930 poi inserita nel D.L.vo 297/1994 – il voto e assegnandole la valutazione riguardante “l’interesse con il quale l’alunno segue l’insegnamento e il profitto che ne ritrae”.

Occorre, invece, che il sistema scolastico italiano non ignori più gli effetti prodotti dall’irc sulla crescita culturale e umana degli studenti e assegni ai docenti di religione la possibilità di misurare i risultati e valutare la qualità attraverso l’utilizzo delle stesse modalità di valutazione delle altre discipline”.

Se il compito del docente di religione è quello che lei ha illustrato, è all’ordine del giorno la proposta di aprire questa posizione lavorativa a persone di fede non cattolica (o non credenti) purché provviste dei titoli culturali necessari (non necessariamente conseguiti presso enti religiosi)? E’ un’ipotesi che – anche vostro malgrado – state considerando?

“L’insegnamento della religione cattolica è di derivazione concordataria (legge 121/1985); la Repubblica italiana assicura l’insegnamento della religione nella scuola perché riconosce il valore della cultura religiosa e tiene conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano. È chiaro che l’insegnamento della religione è inscritto nelle finalità della scuola con la sola indicazione che si tratta di una religione cattolicamente intesa. Questo ci fa comprendere che è necessario che l’attuale insegnamento della religione deve essere impartito da insegnanti che siano riconosciuti idonei dall’Ordinario diocesano. Inoltre, i titoli utili per impartire l’irc sono rilasciati dalle Facoltà di teologia; soltanto qualche università – come l’Università cattolica di Brescia e l’Università di Urbino – propone dei corsi di laurea in scienze storico religiose o scienze religiose”.

Chiariamo un altro punto su cui l’articolo che ho citato all’inizio dell’intervista non appare chiarissimo: perché i docenti di religione cattolica non vengono selezionati secondo le procedure comuni a tutte le altre classi di concorso? E’ vero che in virtù di questo riescono a ‘scavalcare’ gli altri?

“È una palese falsità! Deriva dall’ignoranza della procedura concorsuale attivata dallo Stato per gli Idr. Infatti, i docenti di religione vengono immessi in ruolo, avendo titoli di studio di livello universitario e l’idoneità, a seguito di una procedura concorsuale che prevede la prova scritta e la prova orale, così come previsto per tutte le altre discipline scolastiche. Insomma, i docenti di religione di ruolo sono docenti che hanno superato una doppia qualifica professionale: una da parte dell’ordinario diocesano e l’altra da parte dello Stato italiano. Ciò non lede nessun altro docente perché i posti di ruolo sono calcolati in base al fabbisogno derivante dall’organico di ogni singola disciplina. Dire che il docente di religione “scavalca” gli altri docenti è come affermare che il docente di lettere scavalca il docente di educazione fisica”.

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