Smart working personale ATA: possibile anche dopo fine emergenza Covid?

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La Legge 22 maggio 2017, n. 81, entrata in vigore il 14 giugno 2017, ha introdotto nel nostro ordinamento il cosiddetto lavoro agile o smart working, una nuova modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato svolto a distanza, anche all’esterno dei locali aziendali, senza precisi vincoli di orario, con il possibile utilizzo di apparecchi tecnologici.

Una modalità che dovrebbe aiutare il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività.

La prestazione lavorativa viene eseguita in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno, senza una postazione fissa, ma nel rispetto dei limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale stabiliti dalla legge e dai cc.nn.l. (art. 18, comma 1, legge n. 81/2017).

Per favorire una modalità di lavoro finalizzata a limitare gli spostamenti e il rischio contagio, il governo ha previsto nei DPCM delle deroghe a quanto prevedeva la legge 81/2017 sul lavoro agile.

Tale strumento lavorativo, proprio per la sua flessibilità, è stato applicato per fronteggiare lo stato di emergenza, dovuta alla diffusione dell’epidemia da Coronavirus, per un periodo pari a sei mesi – decorrente dal 31 gennaio 2020 – a ogni rapporto di lavoro subordinato anche in assenza dell’accordo individuale che normalmente devono precedere l’avvio di tale modalità di svolgimento della prestazione a distanza (art. 4 DPCM 1 marzo 2020; art. 1 DPCM 4 marzo 2020; art. 2 DPCM 8 marzo 2020.

Con D.P.C.M. 11 marzo 2020 sono state previste ulteriori disposizioni attuative del D.L. n. 6/2020, recante misure urgenti in materia di contenimento del contagio da COVID-19, applicabili all’intero territorio nazionale.

Lavoro agile è stato apprezzato

I lavoratori, come anche i manager, sembrano che abbiano apprezzato il nuovo sistema ma ora i sindacati chiedono una regolamentazione nella contrattazione nazionale e aziendale, secondo cui occorre definire l’organizzazione del lavoro, gli orari, le pause, il diritto di sconnessione, le condizioni ambientali e di sicurezza, il trattamento economico, la certificazione delle competenze, il diritto alla formazione, la dotazione tecnologica nonchè l’agibilità dei diritti sindacali.

Secondo una indagine Cgil/Fondazione Di Vittorio, condotta attraverso un questionario online compilato da 6.170 persone ha rivelato che il 60% degli intervistati vorrebbe proseguire l’esperienza di smart working anche dopo l’emergenza.

Le donne sono meno convinte e gli uomini più propensi. Per le donne, infatti, questa modalità di lavoro è infatti “più pesante, complicata, alienante e stressante”.

La stessa indagine ha rilevato che oggi, il 92,3% di questi dipendenti della PA sta lavorando in modalità “smart” e per l’87,7% di loro si tratta di un’esperienza completamente nuova, per cui hanno dovuto utilizzare in maggioranza PC, cellulari e connessioni internet personali, spesso condividendo lo spazio in cui lavorano con altri membri della famiglia, e senza ricevere una formazione specifica sul lavoro da remoto.

Eppure, il bilancio dello smart working “forzato” nella PA è assolutamente positivo: l’88% dei dipendenti giudica l’esperienza di successo e il 61,1% ritiene che questa nuova cultura, basata sulla flessibilità e sulla cooperazione all’interno degli enti, fra gli enti e nei rapporti con i cittadini e le imprese, prevarrà anche una volta finita la fase di emergenza.

Lo smart working ha permesso al 69,5% del personale della PA di “organizzare e programmare meglio il proprio lavoro”, al 45,7% di “avere più tempo per sé e per la propria famiglia”, al 34,9% di “lavorare in un clima di maggior fiducia e responsabilizzazione”.

In 7 casi su 10 è stata assicurata totale continuità al lavoro, per il 41,3% dei lavoratori l’efficacia è persino migliorata (per un altro 40,9% è rimasta analoga).

Per oltre il 50% la relazione con i colleghi è invariata, per il 20% addirittura migliorata.

Ministra Dadone: obiettivo lavoro agile per il 30-40% dei dipendenti pubblici

E se – come ha sottolineato la Ministra della PA Fabiana Dadone – una volta tornati alla normalità almeno il 40% dei dipendenti pubblici dovrà adottare una modalità di lavoro agile, questi si dicono pronti: il 93,6% vorrebbe continuare a lavorare in smart working.

Ma per la maggior parte (il 66%) il lavoro da casa deve essere integrato con dei rientri in ufficio organizzati e funzionali.

Secondo la Ministra della PA, intervenuta recentemente nel “Question time” al Senato, ”Il lavoro agile, o ‘smart working’, si è rivelato uno strumento chiave nel periodo cruciale dell’emergenza sanitaria, che ha consentito il proseguimento delle attività amministrative necessarie da parte degli uffici e dei lavoratori pubblici e, al contempo, il contenimento e la protezione dal contagio. Ciò ha riguardato, naturalmente, quei lavoratori per i quali lo svolgimento delle attività è potuto proseguire a distanza; siamo coscienti e riconoscenti dell’impegno profuso dalle categorie che sono state in prima linea nel combattere l’emergenza sanitaria”.

L’auspicio del Ministro Dadone per la fase definitiva è di avere una PA più flessibile, “che si mantenga questa esperienza del lavoro agile, non solo vista come situazione emergenziale, tra il 30% e il 40% dei dipendenti pubblici” ma nel contempo – ha riferito la ministra Dadone intevervenendo su Radio Capital – “vorrei anche che le Amministrazioni facessero un lavoro interno di valutazione di quali sono i lavori che si possono fare da remoto, oopure che si possono fare in co-working, e almeno la metà di quelli vengano fatti in questa modalità organizzativa, che deve essere sempre basata sull’ottica del risultato”.

La stessa Ministra Dadone desiderebbe “che il lavoro agile diventasse strutturale, con modalità di lavoro nell’ottica di riuscire a garantire un servizio ottimale da permettere alla PA di dare quello scatto che attendiamo da anni sul fronte della funzionalità dell’efficienza”.

Nella Direttiva 3/2020 della Ministra Dadone viene rimarcato l’aspetto che “…nell’ottica di accelerare l’innovazione organizzativa come presupposto per incrementare il ricorso al lavoro agile nella fase successiva all’emergenza, ciascuna amministrazione è chiamata ad implementare azioni di analisi organizzativa, di monitoraggio e di semplificazione delle procedure, oltre a quelle sopra indicate di investimento nelle tecnologie informative e di sviluppo delle competenze”.

Ancora smart working anche per il personale ATA?

Sebbene sinora DPCM e note dipartimentali abbiano indicato il lavoro agile quale modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni, stabilendo che la presenza del personale nei luoghi di lavoro sia limitata alle sole attività indifferibili che non possano essere svolte in modalità agile, sarà difficile applicare in maniera definitiva tale modello lavorativo per il personale ATA nelle scuole.

Se da una parte per i docenti la didattica a distanza è stato un modo per affrontare l’emergenza COVID-19, e quindi – come indicato dal comitato scientifico dell’istruzione – per il ritorno a scuola “sarà garantito il distanziamento tra i banchi, in corridoio, in mensa e in palestra. Non ci saranno i doppi turni, ma ore di lezione di 40 minuti e ingressi scaglionati”, da un’altra parte sarebbe poco attuabile applicare lo smart working per il personale ATA.

Sarebbe auspicabile però, come sostenuto dalla Ministra Dadone, che ciascuna Amministrazione valutasse e definisse le attività amministrative esercitabili da remoto in modo tale da decongestionare la presenza di personale in Ufficio, adottando per esempio la modalità di lavoro agile in giorni definiti.

Insomma, la gestione della fase 2 può oggi rappresentare l’occasione per rendere più efficaci le nuove modalità di lavoro, dimostrandone i benefici.

In questo modo la fine dell’emergenza non sarà per la PA un ritorno al passato, ma piuttosto un nuovo inizio da affrontare con modelli di lavoro più flessibili, efficienti e sostenibili.

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