Situazione “sfidante”, nuovo lessico nella “scuola – azienda”! Lettera

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Inviato da Paolo Martena (docente di Matematica e scienze) – Appena entrato in sala insegnanti per gli incontri in vista dell’avvio dell’anno scolastico, ho sentito una collega che suggeriva questa parola, perché la riteneva sicuramente la più adatta per la programmazione che si stava stilando.

Ci siamo guardati e abbiamo sorriso. La didattica evolve negli anni facendo variare “parole chiave” che si usano per le relazioni. Un tempo andavano di moda le “verifiche formative”, “il sapere e il sapere fare”, poi persino il “saper essere” e sono certo nessuno abbia mai capito bene cosa significhi.

Abbiamo programmato per molte ore in questi giorni, definendo persino strategie di accoglienza comuni. La “scuola – azienda” di cui si parlava tempo fa, sembrava essere impossibile da realizzare, eppure ora in tutte le classi del medesimo Comprensivo si usano stili e strategie comuni, come si fa in alcune catene di grandi magazzini diffuse su tutto il territorio nazionale.

Sembra che anche negli Istituti scolastici pubblici la domanda e l’offerta si debbano incontrare per un mercato della cultura vantaggioso, come in tutti gli altri settori economici.

Mi chiedo, però, di quale domanda si tratti. Quella dei genitori che vogliono che i figli siano promossi con voti alti, indipendentemente dai traguardi raggiunti? Quella dei ragazzi che chiedono che sia realizzato il loro personale progetto di vita? Quella dell’amministrazione avida di fondi europei per la sussistenza?

Non si capisce bene l’obiettivo da raggiungere.

Personalmente, rimpiango la scuola seria e rigorosa che garantiva la promozione solo se si erano raggiunti i traguardi minimi stabiliti. Essere severi non significa calpestare la dignità della persona e nemmeno non rispettare le differenze; significa piuttosto insegnare agli alunni a trovare con sforzo la propria strada per capire quali sono i loro punti di forza da incrementare e da valorizzare.

La scuola non può e non deve cedere ai ricatti delle famiglie, e nemmeno ai buonismi che vogliono che tutti gli alunni siano sempre sorridenti e soddisfatti. È giusto che si pianga per una delusione avuta per una verifica andata male, è giusto che si gioisca per i progressi compiuti che devono essere opportunamente valorizzati dagli insegnanti.

I ragazzini predisposti per il calcio, per esempio, apprezzano i mister severi e le società calcistiche selettive. Provano, infatti, un’immensa soddisfazione nel compiere degli sforzi per raggiungere i risultati sperati. “Educare” significa condurre e, talvolta, la strada può essere impervia.

Tornando alle “situazioni sfidanti”, che sono occasioni di apprendimento progettate ad hoc dai team di lavoro, credo che questa finzione non sempre giovi alla crescita degli alunni. La scuola dovrebbe essere una continua sfida reale degli studenti che vogliono con sforzo costruire le personcine di cui la società ha bisogno. A furia di simulare la realtà per anni, mi sembra che abbiamo creato un po’ di confusione e diffuso il malsano messaggio che tutti possono fare tutto, persino i Ministri, senza una preparazione opportuna.

Essere severi non significa essere cinici, essere rigorosi non significa essere poco inclusivi, così come essere apprezzati dalle famiglie non significa essere bravi educatori e abbassare gli obiettivi di apprendimento non significa permettere a tutti di essere valorizzati. I ragazzi e la società hanno bisogno di una scuola seria e severa, ma nel contempo giusta e rispettosa delle differenze. Sia questa la situazione sfidante per tutti noi educatori. Buon anno a tutti.

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