Sindaco o Sindaca? Ministro o Ministra? La posizione dell’Accademia della Crusca

di redazione
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Il recente dibattito sul linguaggio di genere, ossia se di debba usare “sindaca” o “sindaco”, “ministra” o “ministro”…, nel caso una determinata carica sia ricoperta da una donna, è sorto in seguito all’affermazione di preferire le forme maschili, da parte dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di fronte alla Presidente della Camera, Laura Boldrini. Dopo Napolitano è intervenuto anche Vittorio Sgarbi con la sua consueta “foga verbale”.

Nel dibattito rientra anche quanto dichiarato dalla neo Ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, la quale ha affermato di voler essere chiamata Ministra e non Ministro: La Fedeli vuole essere chiamata “Ministra”

Il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, intervenendo sulle pagine di “Famiglia Cristiana”, ricorda che la querelle non è certo una novità, ma risale al 1986 quando furono pubblicate le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”, al tempo del governo Craxi.

La questione, prosegue Marazzini, sarà probabilmente oggetto di un pacato dibatto, presso l’Accademia, tra esperti ed esponenti del mondo politico interessati alla questione, quali la Boldrini, la Boschi, il Presidente emerito Napolitano e la Direttrice generale delle pari opportunità dott.ssa Boda, invitati dallo stesso Presidente della Crusca.

Marazzini ha riferito quella che è la posizione attuale dell’Accademia, espressa in una postfazione (dello stesso Presidente) presente nel libro “Sindaco e sindaca: il linguaggio di genere”, scritto da Cecilia Robustelli.

Ecco alcuni passi riportati su Famiglia Cristiana, che evidenziano l’apertura dell’Accademia riguardo all’uso del genere femminile per indicare cariche espresse da sempre al maschile:

“La tolleranza che usiamo nei confronti di molte oscillazioni nell’uso della lingua deve essere applicata anche qui. (…) Naturalmente ci sono casi in cui la scelta si è ormai orientata in maniera ormai chiara. “Sindaca” e “ministra”  appartengono ormai al linguaggio comune. Dico di più: la lingua è una democrazia, in cui la maggioranza governa, i grammatici prendono atto delle innovazioni e cercano di farle andare d’accordo con la tradizione, e le minoranze, anche ribelli, hanno pur diritto di esistere, senza dover temere la gogna mediatica. Dunque mi pare giusto accordare il diritto di scrivere e di parlare anche al passatista (non raro) che non ha fatto neppure il primo passo, che non è nemmeno arrivato ad accettare “la sindaca”. Naturalmente sarà bene cercare di convincerlo ad adattare le proprie scelte al mutamento della società, ma dovrà essere una lezione di razionalità, non un anatema. (…).

Ci sono ovviamente problemi ancora aperti. “

Al riguardo, il Presidente riporta un passo del libro sopra citato, in cui si evidenzia che talvolta l’uso del femminile sia da evitare:

“È vero che a volte si può esagerare nel ristabilire la parità tra i generi. Certi nomi sono riferiti alla persona e alla carica. Presidente della Repubblica può essere il titolo di chi copre questa carica, quanto la carica stessa. In questo secondo caso, il maschile è per il momento d’obbligo, perché il maschile in italiano, proprio per la sua prevalenza, è, come dicono i linguisti, genere “non marcato”, asessuato, e quindi più adatto ad esprimere qualcosa che non è né maschile né femminile.”

Traendo le conclusioni, Marazzini afferma che:

“Invocare la grammatica per condannare “il sindaco” usato per una donna, o viceversa per condannare “la sindaca”, a sua volta usato per una donna, non ha senso. L’una o l’altra condanna derivano o da radicalizzazione ideologica, o da affezione alla tradizione linguistica. Tralasciamo il primo dei due casi. Il secondo caso discende dalla personale preferenza di persone stimate e autorevoli, che certo hanno diritto alla propria scelta, Va precisato tuttavia che i giudizi sul “bello” o “brutto” di questa o quella forma linguistica, spesso evocati per giustificare una determinata scelta, sono soggettivi e scientificamente nulli.

I nomi femminili ministra, sindaca (quest’ultimo favorito nel suo innegabile successo dalle recenti elezioni di Roma e Torino) non dipendono dalla grammatica, che accetta sia il maschile tradizionale sia il femminile innovativo, ma da una battaglia ideologica trasportata nella lingua dalle donne (o da alcune di esse) quando conquistano nuovi spazi in politica e nel mondo del lavoro;

 Le forme che escono in -e, come assessore, presidente, dovrebbero essere investite meno di altre dallo sforzo di chi vuole innovare in funzione del genere: basta insomma l’articolo, senza tirare in ballo la morfologia suffissale, perché in italiano abbiamo già “il prete”, “l’abate”, e “la forbice”, “la neve”, “la specie”, tutti con uscita in -e.”

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