Simulazione maturità: un alunno piange leggendo la traccia di Psicologia. Il disagio degli studenti

di Luisa Piarulli

item-thumbnail

Un allievo piange dopo aver letto la traccia della simulazione di esame di maturità: la prova di psicologia generale e applicata. Lì per lì gli insegnanti non ci fanno troppo caso, non c’è tempo: bisogna organizzare gli alunni, sorvegliare, spiegare, offrire qualche indicazione.

L’estratto dalla traccia 

[…] egli non può fare a meno di constatare la sua incapacità a risolvere problemi che i suoi amici o fratelli, magari più giovani di lui, risolvono senza difficoltà; può sentirsi escluso dai loro giochi oppure relegato ad un ruolo marginale. Questo stato di cose può finire per deprimerlo e, a mano a mano che cresce, renderlo sempre più apatico e dipendente da quegli adulti da cui si sente protetto.

Ma il pianto continua e si capisce che merita un’attenzione più accurata.

Grazie all’ascolto dei docenti presenti si scopre che quest’alunno non piange perché il compito è difficile, o perché non ha studiato, o perché non sa che cosa scrivere. Piange per una ragione ben più profonda. È scoraggiato, pensa che anche lui spesso è escluso dal gruppo dei giochi, alle volte è relegato ad un ruolo marginale, altre volte non capisce le consegne anche se s’impegna. Quanto legge è tutto azzeccato. Pensa a quel senso di vuoto che a volte lo assale, o all’ansia che gli prende quando non riesce: legge che tutto ciò può diventare depressione! Ora si sente più che mai demotivato.

Il nostro alunno avrà interpretato così quel testo e tra le righe avrà intravisto la fotografia del suo futuro. Ho provato a mettermi nei suoi panni e ne sono emerse inevitabili riflessioni.

Gli studenti che frequentano gli istituti professionali sono considerati coloro i quali non hanno speranza di riuscire in un liceo, scoraggiati a priori dai gradi di scuola precedenti, una profezia auto avverante. Inoltre, in queste scuole è in aumento più che nei licei, un processo di diagnosticizzazione piuttosto preoccupante: i Bisogni Educativi Speciali comprendono alunni con disturbi specifici dell’apprendimento, con sindrome dell’attenzione e dell’iperattività e tanto altro. Ma comprendono pure l’espandersi di forme di disagio che si manifestano con forme di autolesionismo, crisi di ansia e di panico, disturbi del comportamento alimentare. In queste scuole, nella maggior parte dei casi, vengono purtroppo indirizzati i ragazzi che vivono sulla pelle gli effetti della povertà sociale che si tramuta in povertà educativa. È un problema sociale di cui è responsabile esclusivamente il mondo adulto, un disagio che va inteso come fatto culturale più che individuale, una crisi che investe ogni ambito dell’esistente.

Ma in queste scuole, per fortuna, si adoperano quotidianamente docenti e dirigenti che credono nei loro studenti, che fanno il possibile per non mortificare energia, creatività e potenzialità, di cui tutti gli alunni sono dotati.

In queste scuole è chiaro l’assunto che non è più sufficiente un’educazione depositaria, ovvero non basta riempire di contenuti le teste, occorre educare il pensiero, attenzionare i processi, conoscere il mondo complesso delle emozioni e dell’affettività per entrare in relazione con ciascuno e ottenere il meglio in termini di apprendimento.

In queste scuole si prova ad accompagnare gli studenti nel percorso della vita, si tende loro la mano, si prova ad attuare un patto di compartecipazione con le famiglie, si cerca di individuare il meglio di ciascuno.

È un compito gravoso e spesso sfibrante che richiede un impegno quotidiano costante, nonostante la denigrazione del ruolo docente, la delega educativa, la mancanza di strutture adeguate. L’obiettivo è alto: garantire il diritto all’istruzione.

La traccia della seconda prova di psicologia, peraltro estrapolata dal testo di due tra i maggiori esperti di psicologia, appare inconclusa, come sospesa, avulsa da un contesto e sembra non dare speranza ai tanti studenti “etichettati” Bes, Dsa, Adhd che affollano i nostri Istituti professionali. Il testo sembra parlare di “casi senza volto” (T. Gordon, 2009) più che rivolgersi a studenti che, in quanto persone leggono, comprendono, interpretano, ricercano significati e senso. Una complessa sequenza cognitivo-emotiva accompagnata da variabili soggettive e da inevitabili proiezioni biografiche. Non è un caso che in queste scuole giungano studenti che dichiarano e promettono di “voler aiutare chi è in difficoltà”, che desiderano diventare maestre e maestri, psicologi, educatori, infermieri, assistenti sociali. Così s’insegna loro a lavorare con le Persone e ciò richiede sì tecnicismi e teorie ma anche amore, emozione, bellezza e gioia.

Questi studenti, mercato del lavoro permettendo, sono destinati a svolgere una professione educativa o socio-sanitaria e, sin dall’inizio si insegna loro che vanno acquisite competenze sociali particolari come l’empatia e la comunicazione efficace, la relazione e l’ascolto. Ma, quella traccia, “sospesa nel vuoto” rimanda a un approccio alla Persona quasi asettico, denigrante e castrante- come ha espresso una docente.

A quelle righe andavano aggiunte parole di fiducia, stimoli per la riflessione psico-pedagogica, brevi indicazioni per sviluppare un processo di cambiamento positivo della persona, insomma, parole di fiducia, di bellezza, di costruzione e di sviluppo armonico. Lo studente avrebbe sorriso anziché pianto, avrebbe intravisto una speranza e un senso nel proprio cammino, avrebbe capito che le proprie difficoltà non sono invalidanti ma un modo per crescere, per imparare a giocare la vita, per realizzare il proprio progetto esistenziale e, perché no, in futuro “aiutare gli altri”.

Non dovremmo mai dimenticare che le parole hanno sempre un peso, soprattutto quando sono rivolte a giovani menti. Speriamo se ne tenga conto nell’elaborare le prossime prove di maturità.

Invia la tua risorsa o un tuo intervento su argomento didattica a: [email protected]
Versione stampabile