Sigle e siglette nella scuola portano confusione e allontanano dall’insegnamento. Lettera

di redazione
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Inviato da Mario Bocola – Utilizzare nel mondo della scuola tanti acronimi (PON, RAV, PTOF, PAI, CLIL) è prassi, tanto che gli stessi addetti ai lavori, composto per la maggior parte da personale della scuola, è disorientato e fa confusione.

 Questo genera un certo disamore verso la scuola soprattutto per il docente prossimo alla pensione, che era abituato a svolgere la sua tradizionale ora di lezione con la passione e l’ardore che lo caratterizzavano, trasmettendo agli alunni quelle conoscenze che si trasformavano in competenze REALI spendibili nel mondo del lavoro.

E gli alunni uscivano dal ciclo scolastico veramente preparati. Non vi erano POF, PTOF da elaborare, non vi erano UDA e progettazioni varie: vi era solo la programmazione annuale con gli argomenti da svolgere durante l’intero anno scolastico. Ora, invece, nell’era degli acronimi e digitale i docenti sono sottoposti ad un lavoro supplementare non indifferente da svolgere fuori dall’orario scolastico, per dedicare il loro tempo a redigere una montagna di scartoffie che si nascondono dietro questi acronimi. Si tratta, per la verità, di tante scartoffie che, a volte, disorientano il docente facendogli perdere la bussola dell’orientamento perché sono veramente tanti i quesiti posti dietro questi acronimi.

L’avvento degli acronimi ha, dunque, imprigionato i docenti e i dirigenti a dedicarsi in attività che esulano dalla loro naturale vocazione e che si rilevano del tutto fuorvianti ed inutili. I Dirigenti sono diventati dei veri e propri burocrati al servizio dello Stato, meri esecutori delle direttive emanate dal MIUR e i docenti altrettanto, tanto che l’ora di lezione sta diventando quasi un’optional perché si fa tutt’altro.

Con l’autonomia la scuola ha perso la sua vocazione, in quanto tutto ciò che ora si fa serve a produrre business e dietro questi acronimi si nasconde proprio il business. Purtroppo bisogna dire che è tramontata per sempre la vera scuola, quella che preparava (nel vero senso della parola) i ragazzi a diventare protagonisti del mondo, imbevuti come erano di sete di sapere e di cultura vera. Ora, invece, è tutto vacuo, vuoto, insignificante e i ragazzi escono dal circuito scolastico frastornati, storditi, senza cultura e girano per il mondo come degli automi perché sembra che per la prima volta hanno visto il mondo. Dov’è finita nei giovani la sete di cultura? Loro hanno sete, ma non di cultura.

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