“Siamo circondati, dottore. Sono tutti pazzi, come nei film. Forse lo sono anche io perché dovrei evadere, ma sono ancora qui”

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Insegnare usura per davvero? “Non diciamo sciocchezze! I docenti sono lavoratori privilegiati che lavorano mezza giornata, fruiscono di tre mesi di vacanze all’anno e ricevono uno stipendio fisso!”. Questa è in due parole la convinzione radicata nell’opinione pubblica che non sono riuscito a scalfire in trent’anni di ricerche, studi medici e pubblicazioni scientifiche. Stavolta non stigmatizzerò il fatto inspiegabile che pochi anni fa è stato considerato istituzionalmente “gravoso” – ai fini previdenziali – dapprima il lavoro alla scuola dell’infanzia e oggi anche l’insegnamento alla primaria, escludendo (perché mai e in base a quali dati scientifici?) la secondaria. Non tratterò nemmeno della intollerabile decurtazione retributiva per chi si ritira a 63 (con la cosiddetta APE) anziché a 67 anni. Proporrò invece uno spaccato di vita quotidiana in aula descritto in modo simpatico e realistico da una docente che immortala la cruda realtà.

Lettera di una prof.ssa d’inglese

Gentile Dottore,

sono tutti pazzi e chi ancora preserva un barlume di ragione sente la contagiosità della follia. Oggi a scuola urlavano tutti, il dirigente e le collaboratrici urlavano nei corridoi, alcuni professori rispondevano con altre urla, altri tremavano, altri come me chiudevano la porta per proteggere i piccini. In classe regnava il silenzio, i ragazzi seduti, zitti, con la mascherina che gli tappa la bocca e che non possono togliere neanche per bere, non possono alzarsi, non possono avvicinarsi, non possono uscire dalla classe, non possono andare in bagno durante la ricreazione, non possono muoversi per ore ed ore. Devono solo ubbidire. Ho chiuso la porta e cercando di fingere di non sentire le urla della dirigenza, ho detto loro che ognuno di noi può crearsi il suo piccolo angolino di felicità ma, mentre pronunciavo la parola happiness, si è spalancata la porta. La vicepreside teneva uno dei miei cuccioli per la maglietta e mi urlava di segnare l’ingresso alla seconda ora anche se entrava alla prima, poi ha aggiunto, urlando, che se non lo avessi segnato mi avrebbe ritenuta personalmente responsabile della mancanza. Stavo riflettendo su cosa rispondere quando è sopraggiunto il dirigente che ha ripetuto che il ragazzo entrava alla seconda ora. Poi hanno chiuso la porta. Il fanciullo non ha alzato la testa. Ha tenuto gli occhi bassi per un po’. Nessuno parlava. Per la prima volta nella mia vita, nel sedermi sul mio “trono” dietro la cattedra ho appoggiato la schiena sullo schienale e, sospirando, ho detto loro “Now, I’m sad.” È durato poco, il tempo di guardare i loro occhi belli. Ho guardato una bimba e le ho domandato: “are you ok?” Si, professoressa, ma gli occhi erano bassi. Ho messo via la lezione che avevo preparato per loro e ho detto loro di prendere i cellulari. “Ci faranno la nota, prof!”. Mentre convincevo i miei piccoli che nessuno avrebbe fatto loro una nota perché usavamo i cellulari per un’attività didattica, il dirigente entrava in un’altra classe e imponeva alla docente (che a sua volta accettava) di fare una nota a tre ragazzi. Hanno preso i cellulari e abbiamo giocato a Kahoot. Abbiamo messo la musichetta a basso volume e riso in silenzio. Ero ancora triste però. Sorridevo per loro, per convincerli/mi di essere felici. Ha visto Le balle des folles? Dead poet’s society? Ha letto Chagrin d’école? Siamo circondati, dottore. Sono tutti pazzi, non solo nei libri e nei film. Forse lo sono anche io perché dovrei evadere, ma sono ancora qui. 

A questo punto dovrei chiederle qualcosa per dare un senso a questa lettera, ma non so cosa chiedere. Anzi, forse sì. Cosa si può fare? O meglio, si può fare qualcosa?

Lettera firmata

Riflessioni

Mi sembra di tornare al 1991, quando cominciai a occuparmi della salute degli insegnanti perché, in barba a ogni stereotipo sugli insegnanti, in Collegio Medico mi accorsi che le inidoneità/inabilità all’insegnamento avevano alla base diagnosi psichiatriche in un terzo dei casi (33%). Di fronte a evidenze così preoccupanti, insieme ai colleghi della Commissione ci domandammo frastornati: “Ma si diventa matti facendo gli insegnanti oppure solo i matti fanno gli insegnanti?”. Nei 30 anni trascorsi da allora, le diagnosi psichiatriche sono passate dal 33% all’80% e, attraverso studi scientifici, sono state acquisite altre verità:

  1. Le malattie psichiatriche (nel 92% appartenenti alla categoria ansioso-depressiva) costituiscono le prevalenti malattie della professione docente in tutti i Paesi occidentali a prescindere dal sistema scolastico adottato;
  2. La professione annulla la fisiologica differenza donna-uomo (2,5:1) dell’incidenza di patologie ansioso-depressive, come a dire che l’usura psicofisica dell’insegnamento annulla le pur cospicue differenze tra i generi;
  3. Il livello di usura psicofisica è identico in tutti i livelli scolastici dalla primaria alla secondaria.

Ma ora occorre rispondere alla domanda finale di HS che mi chiede cosa si può fare. Come più volte affermato:

  • Occorre riconoscere ufficialmente le malattie professionali degli insegnanti (che non sono certo il burnout, lo stress lavoro correlato, i disturbi psico sociali che non hanno alcun valore non essendo diagnosi mediche);
  • Attuare una prevenzione delle malattie professionali conseguente ed efficace stanziando risorse ad hoc;
  • Rivedere le politiche lavorative e previdenziali alla luce delle malattie professionali;
  • Riqualificare la professione anche riconoscendole la giusta retribuzione (UE) e gli indennizzi per le malattie professionali mai riconosciute.

PS In vista della discussione del nuovo contratto conviene ricordare a politici, sindacati, governo e maestranze varie che l’83% del corpo docente (sottopagato) è donna e perciò da incentivare anziché mal retribuire e svilire. Anche papa Francesco ha recentemente ammonito che gli insegnanti devono essere equamente retribuiti. Indubbiamente pensava al quarto peccato biblico che grida vendetta al cospetto di Dio: “defraudare il salario dei lavoratori”. Chi ha orecchi per intendere…

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