Si può insegnare la letteratura facendo a meno dei critici? Si può insegnare la filosofia facendo a meno dei filosofi?

di Eleonora Fortunato

item-thumbnail

Il mese scorso l’Indice dei Libri ha ospitato un intervento di Gian Luigi Beccaria sulla crisi della critica letteraria nel nostro panorama culturale.

Il noto linguista scrive un lucido epicedio sul ruolo dell’intellettuale cui in passato spettava il compito di setacciare la narrativa alla ricerca delle elaborazioni più originali e delle risonanze con la tradizione, e constata che oggi è la produzione letteraria stessa a non richiedere una simile mediazione tra opere e pubblico: non più inseriti in una corrente, in un flusso in continuità e in rottura con il quale prendono i loro tratti distintivi, i romanzi attuali depotenziano e disabilitano in partenza esercizi ermeneutici troppo raffinati e teorici. Sarebbe interessante indagare – e prima o poi lo faremo – quanto tutto questo si leghi anche alle tendenze della didattica e della pedagogia odierne, spesso inclini a ridurre a nozionismo pernicioso l’acquisizione di conoscenze strutturate e complesse (non ci dilungheremo sull’oziosa retorica delle competenze), intanto però mi preme tracciare un collegamento tra le considerazioni di Beccaria e un piccolo libro che ho finito proprio in questi giorni, “I bambini e la filosofia” di Nicola Zippel, pubblicato da Carocci.

Ma procediamo con ordine. Nella prima parte della sua nota Beccaria si focalizza sul mutamento dei destinatari dell’opera letteraria oggi: il conte Tolstoj sapeva di scrivere per lettori colti, in grado di cogliere ed apprezzare i fitti rimandi intertestuali  con la tradizione precedente e “la grande critica ci insegnava che la presenza del passato era fondamentale per l’interpretazione, che non potevo leggere Montale senza presupporre Dante”. Sappiamo che le cose oggi stanno diversamente, si sente da ogni parte la pressione del presente sul passato quale peso scomodo, un antagonista che è meglio eliminare dalla gara in un’operazione intellettuale spietata e disonesta che anche molti intellettuali contribuiscono ad avallare.

Si potrebbe osservare che è semplicemente l’eterno confronto tra classicismo e modernismo, che di questa antinomia tra passato apollineo e presente dionisiaco continueremo a essere intrisi perché così è stato sempre dai Romani che consideravano modelli di perfezione irraggiungibili i quasi contemporanei Greci in poi, ma in realtà la polarità così nettamente a favore del nostro tempo, sbilanciata come è a suo favore la potenza della tecnologia, dovrebbe, a mio avviso, impensierirci un bel po’ di più.

Il tema dell’oggi ingordo e autoritario evocato da Beccaria mi ha richiamato alla mente due ottime letture recenti, “Il presente non basta” del latinista Ivano Dionigi (Mondadori 2016), e, come dicevo all’inizio, “I bambini e la filosofia” di Nicola Zippel (Carocci 2017). Qui l’autore, che è docente di Filosofia e Storia nei Licei, descrive un’esperienza di insegnamento della filosofia ai bambini delle scuole elementari della Capitale senza fare a meno della cornice storica e geografica in cui essa si è sviluppata nei secoli, senza, cioè, temere di tirare in ballo Talete, Eraclito, Socrate e via discorrendo.

Una scelta alternativa al noto modello della Philosophy for Children elaborato negli Stati Uniti dal filosofo Matthew Lipman, che ha teorizzato il diritto dei bambini alla filosofia come occasione per vivere attivamente la democrazia prescindendo dalla storia della filosofia stessa: la cosa importante è farsi le domande, non sapere come abbiano risposto altri prima di noi. “È sufficiente ragionare secondo i criteri del sillogismo aristotelico, senza che si abbia idea di chi fosse Aristotele o anche solo che sia esistito un uomo di nome Aristotele. Dal curriculum della P4C (Philosophy for Children) è pressoché assente non solo una qualunque nozione di storia della filosofia, ma, dato ancor più significativo, una qualunque idea di una storia della filosofia” sintettizza Zippel (p. 48), entrando poi garbatamente in polemica: “La filosofia è un’impresa umana geostoricamente determinata e va insegnata riferendosi ai protagonisti di questa geostoria e alle loro idee”, solo così  “il bambino che impara a filosofare” ha la consapevolezza di parteciparvi (p. 50).

In un campo di nicchia come quello dell’insegnamento della filosofia ai bambini mi pare che Zippel abbia offerto un bell’esempio di resistenza ai conformismi che vorrebbero espellere la prospettiva storica dall’insegnamento delle discipline (almeno fintanto che si continueranno a insegnare), ponendosi in sintonia con chi ravvisa la medesima tendenza nella produzione culturale attuale, così interamente stagliata sul presente, così paga e autoreferenziale da non desiderare affatto né il dialogo col passato né quello col futuro.

Invia la tua risorsa o un tuo intervento su argomento didattica a: [email protected]
Versione stampabile