Si può parlare di politica a scuola?

di Eleonora Fortunato
ipsef

Se la scuola è un laboratorio permanente di cittadinanza, è legittimo tirarci indietro quando gli studenti, anche i più giovani, ci domandano come la pensiamo in politica?

Se la scuola è un laboratorio permanente di cittadinanza, è legittimo tirarci indietro quando gli studenti, anche i più giovani, ci domandano come la pensiamo in politica?

Un lunedì di scuola come tanti, con fuori uno scroscio d’acqua piovana insolito per maggio. Quinta ora storia, come ogni lunedì in seconda media. Siamo a Napoleone, di preciso alla rivoluzione napoletana del 1799. Ne nasce un piccolo dibattito sulle rivoluzioni e sulle controrivoluzioni del passato e del presente, sulla difficoltà di etichettarle e di comprenderle appieno, perché sempre condizionati da categorie storiografiche ed ermeneutiche rigide. La domanda che gli studenti non mi fanno, ma alla quale cerco di rispondere lo stesso, è come mai, anche dopo la rivoluzione americana e quella francese, non sempre i popoli lottano per la democrazia. Il giorno prima su Internazionale abbiamo letto un articolo sulla svolta autoritaria che sta prendendo la repubblica delle Filippine e così mi riaffiora alla mente il vecchio concetto di ‘oclocrazia’, per i filosofi greci la degenerazione della democrazia, così come la tirannide lo era della monarchia e l’oligarchia dell’aristocrazia.

Ormai la tangente l’abbiamo presa e l’occasione è ghiotta: uno degli studenti ha capito che si può facilmente perdere un altro quarto d’ora e così mi chiede: “Prof, ma lei per quale candidato sindaco voterà?”. Spiego che non ho ancora deciso in maniera definitiva, che sto cercando di farmi un’idea in questa campagna elettorale un po’ surreale. Iniziano a farmi dei nomi, Marchini, Meloni – siamo in un istituto della buona borghesia romana – ma io scrollo energicamente la testa in segno di diniego.

“Quindi lei è di sinistra” – si sveglia un altro. “Ragazzi, lo sapete, mi definisco una riformista con cultura di governo”, rubando la callida iunctura a un noto ex direttore di Repubblica.

Sanno che non mi tiro indietro quando si tratta di esprimere le mie idee, ma uno mi dice “Prof, lei è l’unica che non ci dice che a scuola non si può parlare di politica. Se nessuno ci dice come la pensa, come riusciremo a formarci la nostra opinione?”. Naturalmente faccio subito un’energica apologia dei colleghi che non fanno come me: i docenti temono di influenzarvi, ragazzi, è un segno di rispetto nei vostri confronti, con qualche aneddoto sulla bontà del modello sotto accusa. Io non ho problemi a dire coma la penso perché sono anche una giornalista, sono abituata a dire le mie opinioni, a ricevere critiche anche forti, dando sempre, comunque e a chiunque, il diritto di replica. Credetemi, la posizione dei colleghi che non vogliono dirvi come la pensano in politica è assolutamente legittima e rispettosa, un segno di attenzione e di riguardo alla vostra giovane età.

Cari colleghi, possiamo davvero continuare a non portare la politica nelle nostre aule? Non è dovere primario di un docente informarsi su ciò che succede nei palazzi del potere e porgerlo, digerito e filtrato dal suo buon senso e dalla sua sensibilità, anche alle orecchie dei più giovani? Riflettere e far riflettere sul fatto che la democrazia è un bene che purtroppo non esiste in natura, che è un prodotto delicato da difendere con le armi della ragione e dell’informazione? Dal canto mio, parlo spesso con i miei studenti, per quanto giovanissimi, del fatto che in una vera democrazia tutte le idee politiche – chiaramente nei limiti di quelle rappresentate dall’arco parlamentare e di quanto esplicitamente previsto dalla Costituzione – hanno una legittimità e che dal confronto dialettico tra di esse dovrebbe nascere il miglior governo della cosa pubblica, per il bene di tutti. La ricetta può cambiare, il fine ultimo no.

La storia insegna che l’alternativa si chiama autoritarismo, una soluzione che può risultare comoda se i diritti e i doveri civici si assopiscono nel torpore dell’antipolitica o se si barattano con un egualitarismo consumistico ed edonista, in cui libertà significa poter comprare ciò che si considera attraente, che fa status, che ci rende simili a chi nella vita ha avuto soldi e successo. E sempre la storia insegna che con i regimi autoritari, per quanto all’inizio seducenti e rassicuranti, poi non si sa mai come va a finire.

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