Si laurea con il massimo dei voti, ma decide di andare via dall’Italia: “Qui sarei destinato a stage con bassa retribuzione”

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La situazione dei giovani neolaureati in Italia è al centro di un intenso dibattito sui social. Il Paese offre realmente opportunità di crescita professionale ai suoi “meritevoli”? Le testimonianze variano, ma quella di un 20enne, ribattezzato “baby ingegnere” da La Stampa, è particolarmente emblematica.

Questo brillante studente, laureatosi con 110 e lode al Politecnico di Torino, ha un curriculum accademico e personale notevole: una formazione in Canada per l’inglese, esperienza come volontario a Londra, studi universitari negli Stati Uniti e infine, la scelta di laurearsi a Torino. Ma alla fine della sua laurea, la sua bussola punta di nuovo all’estero.

L’argomentazione di fondo è chiara: l’Italia, seppur meravigliosa come nazione, offre poche opportunità concrete per i giovani talenti. La qualità lavorativa e le prospettive di crescita appaiono limitate. “Anche se esci con il massimo dei voti”, sostiene il giovane, “sei comunque destinato a fare stage per anni, con stipendi minimi.”

Questa percezione non è isolata. Molti neolaureati italiani guardano all’estero in cerca di migliori opportunità. L’aspetto più inquietante della testimonianza del “baby ingegnere” è la rassegnazione con la quale vede la sua patria: un luogo magnifico, ma forse non il più adatto per sviluppare una carriera.

Tuttavia, ciò pone una domanda importante: cosa può fare l’Italia per trattenere i suoi talenti? Come può assicurare che i suoi neolaureati brillanti non sentano l’esigenza di cercare altrove? La risposta potrebbe risiedere in una combinazione di riforme nel mondo del lavoro, incentivazione di imprese innovative e un’educazione che non solo impartisca conoscenza, ma anche la capacità di applicarla in contesti pratici.

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