Shoah, parlarne non solo a scuola. Lettera

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Inviato da Fernando Mazzeo – L’eccidio degli ebrei è fra i più documentati anche se, parlare di shoah, è sempre difficile, a meno che non si voglia semplicemente restare agganciati alla narrazione storica che è relativamente facile.

Lo sterminio degli ebrei presenta grandi quadri e grandi drammi e procede, dal principio alla fine, secondo un ben preciso disegno di avversione e di odio nei confronti delle persone di fede e di famiglia ebraica.

La conclamata drammaticità dell’ evento non fa altro che celebrare la grandezza delle miserie umane che devastano ogni cosa e fanno precipitare milioni di persone nell’infelicità, nella miseria e nella morte.

È difficile descrivere e raccontare il male prodotto da una radicale povertà e da una radicale nullità di chi, soffocando e pervertendo i diritti umani, ha contaminato il cielo con fiamme vive di olocausto per il trionfo di un’ambizione, di una esaltazione di sé che nessuno potrà mai dimenticare o perdonare.

Nella memoria di simili tragedie umane si avverte il senso affliggente, ma atrocemente vero di una incolmabile miseria colma di iniquità, di crudeltà e di orgoglio.

Restando in silenzio, umiliati e schiacciati dal peso del ricordo, non possiamo sentirci diversi ed estranei alla sofferenza di un popolo che ha assorbito dentro di sé questo tremendo peso dell’odio e della violenza altrui.

L’esaltazione della forza, la perversione del male, la distruzione morale, la barbarie e la negazione del diritto , sono come una ferita ancora aperta che ha prodotto un cumulo di dolori e di ansietà inenarrabili ed ha soffocato in molti la gioia e il desiderio di vivere.

Quando si riflette su questa brutta pagina di storia senz’anima e, di conseguenza, sul perché di tante persecuzioni e martiri, non si può non pensare anche al dolore di tanti militari italiani rinchiusi nei campi di prigionia nazisti.

Ripercorrere attraverso le memorie dei sopravvissuti la shoah e la vita dei giovani militari dell’esercito italiano internati nei lager tedeschi (IMI), significa arricchire di nuovi particolari la storia di uomini che, dietro ai funesti tentacoli del filo spinato, hanno trovato la morte, sfidato la fame, affrontato le malattie, superato il dolore e le privazioni di una condizione subumana. Dopo l’armistizio dell’ 8 settembre 1943, con l’esercito ormai allo sbando, i tedeschi catturarono e disarmarono oltre un milione di militari italiani. Alcuni si diedero alla fuga, altri persero la vita durante il trasporto nei campi di prigionia, altri ancora accettarono di collaborare con i tedeschi.

Oltre settecentomila vennero deportati e rinchiusi nei campi di concentramento dove la maestà e la dignità della persona umana venne mortificata, avvilita e soppressa.

Ebbe inizio, cosi, una pagina triste e buia per tanti militari italiani accusati di aver rifiutato di aderire alla Repubblica sociale di Salò e, perciò, umiliati, traditi, disprezzati, dimenticati da tutti e ignorati dalla storia.

Nei vari campi del centro e nord Europa, iniziarono ad arrivare in continuazione treni con carri bestiame carichi di prigionieri, di internati militari e di civili costretti a subire soprusi e violenze di ogni genere.

Nelle ristrettezze della prigionia e in un ambiente ostile, anche se risparmiato da violenze più forti, i militari italiani hanno pagato duramente l’opposizione ad una guerra ingiusta e sentita come estranea che ha solo innalzato barriere contro le benefiche sorgenti della fratellanza, della pace, dell’amore e della libertà.

In questo contesto carico di odio, tra le rovine prodotte da una guerra atroce, quanto assurda, e dalla follia di uomini in attesa di dominare il mondo, l’eroicità degli internati militari italiani fu proprio la difesa della propria dignità: restare uomini in un inferno, in un contesto completamente disumano.

Tracciare il cammino per la costruzione del bene comune ed assicurare il diritto e la pace, è ciò che, oggi, esige quell’enorme massa di anime semplici e buone turbate dalle lacune, dalle deficienze e dalle ferite del presente e del passato.

Quanto dovrebbe essere scrupoloso e timido nelle mani dell’uomo l’uso della violenza e delle armi e, invece, tutto è così disinvolto e associato alla persistente umana stoltezza nel perseguire l’oppressione dei più deboli e nell’ ignorare il principio di uguaglianza fonte di ogni umana saggezza.

Non è questo il mondo, non è questo l’uomo. Guai a noi se ci lasciamo ancora corrodere dall’odio e non riusciamo più ad ascoltare il grido d’aiuto di tanti fratelli. Il mondo e l’uomo hanno solo bisogno di quiete e di solidarietà e non ci deve essere più posto per i ristretti calcoli egoistici di pochi potenti che creano pericolosi e ampi spazi per aggredire la pace.

Scuola e società devono, dunque, attraverso il ruolo primario della formazione civica e facendo tesoro degli errori del passato, contrastare la barbarie umana contraria ad ogni ordine morale, che è il fondamento dell’ordine sociale, e far risplendere su ogni uomo la stella della pace.

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