Sgambato (PD): aumento degli stipendi dei docenti fino a 2.150 euro netti l’anno [INTERVISTA]

di Vincenzo Brancatisano
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Il suo segretario Nicola Zingaretti ha puntato su di lei per riportare i temi della scuola tra le priorità dell’agenda politica e per rinsaldare il rapporto decisamente incrinato tra il Partito Democratico di cui è appena diventata Responsabile Scuola, e il mondo degli insegnanti.

Laureata in giurisprudenza e docente di ruolo dal 1985, è attualmente in servizio come docente di Discipline giuridiche ed economiche presso l’Istituto Tecnico Commerciale Statale “Leonardo da Vinci” di Santa Maria Capo a Vetere, in provincia di Caserta. Deputata in Parlamento dal 25 giugno 2014 in sostituzione, come prima tra i non eletti, di Pina Picierno, andata al Parlamento europeo, e ora membro della Segreteria nazionale del Pd, la professoressa in questi giorni è impegnata negli esami di Stato. “La nostra principale proposta – ci spiega oggi – riguarderà l’azzeramento dei costi dell’istruzione a tutte le famiglie italiane con redditi medio-bassi. Per questi genitori, dall’asilo nido all’Università, vogliamo azzerare completamente il costo della formazione”. Propone inoltre di stanziare risorse per l’aumento degli stipendi dei docenti fino a 2.150 euro netti l’anno: “Per riavvicinarci al mondo dei docenti – chiarisce – dobbiamo riconoscere il loro valore e il primo passo è un adeguato stipendio”.

All’atto del suo insediamento quale responsabile del settore scuola del Pd, lei ha detto che bisogna riprendere un dialogo costruttivo con il mondo della scuola, teso a superare le criticità che lo hanno reso difficile. Quand’è che si sono incrinati i vostri rapporti con gli insegnanti e con gli altri lavoratori della scuola?

“Con la Buona Scuola si è creato un vero e proprio corto circuito. Dopo anni di tagli lineari, e mi riferisco soprattutto alla drammatica stagione dell’ultimo governo Berlusconi, il centrosinistra è tornato a investire sulla scuola in modo significativo. Purtroppo, lo stanziamento delle pur notevoli risorse non è stato sufficiente, e alla fase di ascolto che aprimmo, non sono sempre seguite risposte efficaci rispetto alle richieste provenienti dal mondo della scuola. Questo è il primo elemento che ha incrinato i rapporti. E aggiungo che anche l’implementazione della Legge 107 ha posto dei problemi che forse abbiamo sottovalutato”.

Il Partito democratico aveva puntato in alto con la riforma della Buona scuola varata nel 2015, che però ha ricevuto subito un coro di critiche da parte dei docenti. Che cosa non ha funzionato secondo lei?

“Secondo me si sono sovrapposti due elementi. Da una parte errori nella gestione della fase di attuazione e, dall’altra, una comprensibile diffidenza dei docenti che hanno percepito questa legge come l’ennesima riforma imposta dall’alto senza la necessaria condivisione. Secondo me, tuttavia, l’attacco alla Buona scuola va ben oltre i suoi demeriti e credo si innesti sul bisogno di avere risposte da parte degli insegnanti, rispetto ai salari, allo status, alle difficoltà che oggi vive la scuola, alla valorizzazione del merito. Questo purtroppo ha indebolito anche tutto ciò che di buono c’era nella legge. Molte proposte andavano nella direzione di rafforzare l’autonomia e di consentire alle scuole di realizzare in pieno il proprio progetto formativo. Ma erano cose che andavano fatte con maggiore condivisione e, ripeto, con una grande attenzione alla fase di attuazione che è stata carente. Lo dico con profondo rammarico”.

Che cosa invece vorrebbe che di quella riforma rimanesse e magari fosse potenziato?

“Credo fosse giusto partire dall’idea di dare gambe all’autonomia scolastica. Ma i due elementi principali su cui si reggeva questo disegno, e cioè l’organico di potenziamento e la chiamata per competenze andavano gestiti meglio. Mi spiego. È giusta l’idea di dare alle scuole gli insegnanti in più, per sviluppare i loro progetti e migliorare l’offerta formativa, ma se alle scuole non arrivano gli insegnanti di cui hanno bisogno è un problema per i dirigenti, ma, soprattutto, per gli insegnanti che vengono mortificati nella loro professionalità. Ed è un problema per gli studenti, che non ottengono il meglio che la scuola può offrire. Stessa cosa per la chiamata per competenze, erroneamente definita ‘chiamata diretta’. La chiamata per competenze consentiva, insomma, da un lato al docente di candidarsi nei singoli istituti che più lo interessavano. Dall’altro dava la possibilità al dirigente, coadiuvato dal Comitato di valutazione, composto da docenti di quell’istituto, e infine dal Collegio dei docenti, di selezionare i docenti più utili per quella specifica scuola. Andava migliorata e non affossata, anche per verificarne le ricadute nel tempo. Ne sono convinta, sebbene questa posizione sia poco popolare. La legge 107/2015 andava applicata per quella che era e che è: una legge che mette al centro l’autonomia delle scuole, i bisogni dei ragazzi ed i loro talenti, il legame tra scuola e territorio e tra scuola e lavoro”.

Quella riforma era stata accompagnata da un piano straordinario di immissioni in ruolo indubbiamente positivo perché peraltro rispondeva a una richiesta della giustizia comunitaria in tema di prevenzione degli abusi dei contratti a termine nel settore scolastico, sembra non essere riuscito a scalfire il problema del precariato, visto che attualmente risultano ancora scoperte circa 150 mila cattedre. Anche su questo fronte si è riusciti a prendere le critiche degli insegnanti. Che cosa è andato storto in questo caso?

“L’assunzione di più di 100.000 docenti e la mobilità straordinaria che ha messo in movimento quasi 200.000 insegnanti su tutto il territorio nazionale, il concorso docenti che ha visto protrarsi il lavoro delle commissioni giudicatrici oltre il tempo stabilito e, infine, le sentenze cautelari dei tribunali amministrativi, hanno creato una tempesta perfetta. La gestione delle assegnazioni affidata all’algoritmo è stata devastante e non bisogna avere alcun timore a dirlo. I tentativi successivi di aggiustare le cose hanno ulteriormente peggiorato il quadro. Non si può applicare alla vita delle persone l’ampollosità di un sistema operativo confuso e frammentario. Il tentativo, meritorio e senza precedenti, di svuotare le GAE, andava però coniugato con il fabbisogno effettivo delle scuole. Certo, dovevamo fare i conti con la sentenza della Corte europea sui precari, e non potevamo attaccare ‘diritti acquisiti’ di chi era iscritto in quella graduatoria. Tuttavia sta qui l’errore originario. In quelle graduatorie erano inseriti docenti abilitati a insegnare discipline diverse da quelle per le quali vi erano migliaia di cattedre vacanti. E, infine, il problema dei trasferimenti, con la maggior parte dei docenti assunti al sud e il fabbisogno concentrato soprattutto al nord. Il tentativo successivo di aggiustare il tiro ha creato ulteriori problemi che hanno pagato studenti e insegnanti. Diciamo che questi sono gli elementi di grande criticità che hanno determinato le legittime proteste dei docenti e hanno risolto solo in parte il problema endemico del precariato”.

Torniamo alla chiamata per competenze dei docenti da parte dei dirigenti. Il governo attuale ha abolita quella che spesso viene definita chiamata diretta degli insegnanti, che nelle intenzioni del governo Renzi mirava a consentire ai dirigenti di scegliersi i docenti che meglio rispondono alle caratteristiche dei singoli Ptof. Quali erano le criticità che si potevano evitare?

“Partiamo da un assunto: la chiamata per competenze valorizza la professionalità docente e la sua abrogazione è un’occasione persa. La scuola dell’autonomia che sceglie gli insegnanti in base all’offerta formativa è quella su cui bisognerebbe puntare. Se una scuola ha un’alta percentuale di stranieri, perché non può scegliere un insegnante che ha un’alta specializzazione in lingue? Il curriculum di ogni docente non si compone solo del titolo di studio. Non era un modo per reclutare docenti, ma per scegliere il docente, già assunto, per l’offerta formativa di quella scuola. La stragrande maggioranza dei docenti sono bravi, ma hanno percorsi personali con peculiarità diverse che li rendono più o meno adatti a una scuola. Errori ce ne sono stati certamente: tempi troppo stretti nella prima implementazione, le modalità con le quali è stato fatto il piano straordinario di assunzioni, molti dirigenti che hanno vissuto questa misura come un ulteriore adempimento burocratico. Avremmo dovuto accompagnare l’amministrazione in questo grande cambiamento. Ripeto, si tratta di una occasione mancata, perché a mio avviso non esiste autonomia scolastica senza che le scuole possano individuare i docenti più adatti al loro specifico piano formativo. E in tutto questo hanno perso i docenti più giovani che avranno più difficoltà ad insegnare in alcune scuole”.

Anche l’alternanza scuola e lavoro, certamente non uniforme tra le varie zone d’Italia e tra i vari istituti, è stata ridimensionata dal governo attuale. Qual è la posizione del Pd su quest’esperienza?

“Lo dico chiaramente: è stato un grave errore smantellare l’alternanza scuola lavoro. Hanno parlato di sfruttamento. Per noi l’alternanza è metodologia didattica, formazione, orientamento, opportunità per raggiungere competenze trasversali. Bisogna combattere chi ne fa un uso sbagliato, ma non arretrare. Le esperienze che ho visto implementate nella maggior parte delle scuole italiane sono straordinariamente positive. In un mondo in continua evoluzione, infatti, l’unico modo di programmare un futuro è investire sulle competenze. Lo sviluppo delle competenze, l’investimento sulle persone e i loro talenti, è la condizione necessaria per qualsiasi politica di ripresa e crescita economica. Purtroppo, questo governo sta facendo ritorno al passato, separando scuola e esperienza, sapere e saper fare. Bisognava lavorare per correggere le storture, ma non tornare indietro, chiarire gli obiettivi e formare adeguatamente i docenti alla progettazione di una didattica integrata e di una valutazione adeguata delle competenze trasversali raggiunte grazie a esperienze all’altezza di alternanza scuola lavoro”.

All’urgenza di superare il precariato e il conseguente turnover dei docenti oggi si risponde con nuovi concorsi, straordinari e ordinari, chiesti dai sindacati. E’ sufficiente, secondo lei?

“Secondo me il decreto legislativo 59 del 2017 aveva il merito di programmare per il futuro. Lo hanno cancellato. E chi vuole bene alla scuola a mio avviso avrebbe dovuto difendere quel sistema. Mi rammarico, poi, che il governo non sia stato in grado di pubblicare tempestivamente le graduatorie del concorso straordinario previsto dal decreto 59 che avrebbe consentito di stabilizzare decine di migliaia di precari. Il nuovo sistema di formazione iniziale e accesso al ruolo degli insegnanti della scuola secondaria mutava il paradigma: mai più estenuanti precariati a cui seguivano abilitazione e concorso, ma subito un concorso per accertare le competenze disciplinari e poi, solo per i vincitori, un percorso triennale retribuito di formazione, tirocinio e inserimento progressivo nella professione fino all’assunzione a tempo indeterminato. Avremmo dovuto prevedere a mio avviso un compenso maggiore per il percorso triennale. La transizione per portare stabilità e regolarità in un sistema che patisce scelte del passato disorganiche e contraddittorie e una insensata stratificazione di norme, è necessariamente lunga, ma in grado di garantire ai giovani spazi maggiori e sicuri. Continuo a essere convinta che quella fosse la strada giusta”.

E cosa pensa dei nuovi Pas? E della situazione dei diplomati magistrale?

“Penso che il governo abbia deciso di procedere con una sanatoria che, come tutte le sanatorie, temo non risolverà i problemi strutturali che si ripresenteranno tra qualche anno. E poi bisogna cominciare davvero a tenere insieme diritti degli studenti con diritti dei docenti, in modo equilibrato. Comunque, aspettiamo di vedere cosa proporrà il governo che mi pare anche molto diviso al suo interno su questa opzione. Per quanto riguarda i diplomati magistrali, le forze di maggioranza nel corso della campagna elettorale avevano assicurato che, una volta al governo, avrebbero risolto senza tutti i problemi legati alla sentenza dell’Adunanza del Consiglio di Stato, che ha stabilito che il possesso del solo diploma magistrale, conseguito entro l’anno 2001-2002, non costituisce titolo sufficiente per l’inserimento nelle graduatorie ad esaurimento. Tuttavia, con il decreto dignità non hanno affrontato la questione come avevano promesso, ma hanno soltanto creato ulteriore caos e lotta tra precari. Ne risponderanno a chi aveva creduto in loro”.

Risorse economiche, sicurezza degli edifici, formazione dei docenti, inclusione, sono alcune tra le criticità da cui ripartire, secondo il suo segretario Nicola Zingaretti, che ha puntato su di lei per riportare i temi della scuola tra le priorità dell’agenda politica. Che cosa ha intenzione di proporre in concreto per superarle?

“Intanto se andremo al governo cambierà il paradigma. Le risorse a disposizione le destineremo per la scuola e i giovani e non per abbassare le tasse ai più ricchi o finanziare quota 100. Per realizzare il nostro progetto, bisogna investire. Ricordo che questo governo ha notevolmente tagliato con l’ultima legge di bilancio e nei prossimi tre anni sono previste ulteriori sforbiciate. Ringrazio il segretario Zingaretti per la fiducia che mi ha accordato e per aver creduto nella centralità della scuola per il futuro del Paese. La nostra principale proposta riguarderà l’azzeramento dei costi dell’istruzione a tutte le famiglie italiane con redditi medio-bassi. Per questi genitori, dall’asilo nido all’Università, vogliamo azzerare completamente il costo della formazione, affinché non rappresenti in alcun modo un ostacolo per il futuro e l’emancipazione dei loro figli. Il costo di questo provvedimento è di 1,5 miliardi di euro. Un terzo di quanto previsto per il primo anno di applicazione di quota 100. Asili nidi gratuiti, libri di testo a costo zero e azzeramento delle rette universitarie per chi non è in grado di pagarle . Inoltre, proponiamo di stanziare altre risorse per l’aumento degli stipendi fino a 2.150 euro netti l’anno. Fino a 1500 dalla riduzione del cuneo. Risorse per l’edilizia ci sono e sono quelle stanziate dai precedenti governi di centrosinistra. Ciò che serve è lavorare per sbloccarle, accelerando gli investimenti”.

Torniamo stipendio degli insegnanti e del personale Ata, tra i più bassi nel pubblico impiego e nell’Eurozona. Il governo in carica aveva promesso stipendi europei e lo stesso ministro Bussetti si è più volte dimostrato sensibile al tema. Pensa che le attese saranno soddisfatte? Ci sono le risorse per un rinnovo “concreto” del contratto scaduto a dicembre? E il Pd offre davvero concrete prospettive nell’ipotesi tornasse a governare il Paese?

“Partiamo dal presupposto che questo governo ha un serio problema di credibilità e non mantiene gli impegni presi. Quindi, non basta che il Ministro Bussetti si dimostri sensibile, se poi non seguono azioni concrete. L’esecutivo ha difficoltà con le risorse, perché ne ha usate molte, peraltro prese in prestito, per attuare, parzialmente, soltanto le sue misure bandiera. Aspettiamo l’approvazione della prossima legge di stabilità. Per ora hanno solo tagliato e i progetti di legge che richiedono coperture di bilancio, come il disegno di legge sull’eliminazione delle classi pollaio, sono fermi per mancanza di coperture. Per un aumento di 120 euro lordi per tutti i dipendenti servirebbero poco meno di 2 miliardi di euro. E per tutto il pubblico impiego 6 miliardi. Il governo Gentiloni nel 2018 con il rinnovo ha fatto un primo passo importante, ma non sufficiente. Ecco, credo che una delle prime iniziative da prendere, quando torneremo al governo, sarebbe un apposito atto di indirizzo per dare, veramente e non a parole come fa questo governo, il via alla nuova stagione contrattuale. Per riavvicinarci al mondo dei docenti dobbiamo riconoscere il loro valore e il primo passo è un adeguato stipendio”.

Dall’entità del loro stipendio deriva buona parte del prestigio sociale degli insegnanti, sempre più spesso vittime di attacchi sconsiderati e talvolta violenti da parte dei genitori. Come si può arginare questo fenomeno, secondo lei?

“Lavorando sullo status del docente e sulla carriera dentro la scuola. Lo dico chiaramente. I docenti vanno formati, selezionati e pagati come i loro colleghi europei. Soltanto così sarà possibile recuperare l’autorevolezza e la credibilità che meritano. Ma per ridefinire le funzioni e il lavoro del docente serve aprire un confronto. Non si può pensare di realizzare una riforma di questa portata senza coinvolgerli. I docenti sono le guide per lo sviluppo culturale, educativo e civico dei futuri cittadini, sono i professionisti della conoscenza cui si affida la formazione delle nuove generazioni. Ma per fare questa riforma serve affrontare anche il tema dell’organizzazione scolastica e delle funzioni differenti”.

Qual è la vostra posizione nei confronti della regionalizzazione del sistema d’istruzione portata avanti da tre Regioni del Nord, d’intesa con il governo, considerando che anche l’Emilia Romagna, guidata dal Governatore Pd, Stefano Bonaccini, ha firmato l’intesa?

“Qui va fatto un chiarimento iniziale. Le proposte delle Regioni non sono tutte uguali. Il Presidente Bonaccini in più di un’occasione ha sottolineato le differenze rispetto a Lombardia e Veneto per quanto riguarda le richieste di gestioni dell’istruzione su scala regionale. Ha detto molto chiaramente che la scuola deve essere nazionale e che non vuole insegnanti dell’Emilia Romagna.

Ha chiesto soltanto di avere certezze nella programmazione delle risorse per l’edilizia scolastica, visto che ci viene chiesto continuamente di accelerare sui cantieri, e certezze nella dotazione degli organici, su cui siamo tutti d’accordo. Come è evidente, è cosa ben diversa dalla proposta di regionalizzazione avanzata dai governatori della Lega, proposta che rischia invece di promuovere un sistema scolastico con investimenti e qualità legati alla ricchezza del territorio, con inquadramenti contrattuali del personale su base regionale, con salari, forme di reclutamento e sistemi di valutazione disuguali; livelli ancor più differenziati di welfare studentesco e percorsi educativi diversificati. Ecco, su questi aspetti il Pd non è d’accordo e farà la sua battaglia per la garanzia del diritto allo studio, con particolare attenzione alle aree territoriali con minori risorse disponibili e alle persone in condizioni di svantaggio economico e sociale”.

Nei giorni scorsi, dopo la notizia del tentato suicidio di uno studente che pochi giorni prima aveva ricevuto tre insufficienze agli scrutini, lei sui social ha pubblicato un post che ha fatto indignare gli insegnanti. Ha scritto: “Queste sono le notizie che non vorremmo mai leggere e che ci impongono una riflessione seria sui sistemi di valutazione, oltre che sul reclutamento dei docenti”. Vuole chiarire qui il senso di quell’intervento che, obiettivamente, è apparso molto duro verso la categoria di cui peraltro lei fa parte? Che cosa c’è che non va nel reclutamento dei docenti e nei loro sistemi di valutazione dei propri alunni?

“Il mio intervento è stato frainteso e strumentalizzato. O forse non sono stata sufficientemente chiara. Non ho mai attaccato i docenti. Anzi. Ho detto semplicemente che il sistema di valutazione degli studenti, il ‘voto’ numerico, a volte rischia di essere una gabbia in cui è difficile farsi guidare dall’empatia, dall’ attenzione alla vita e al mondo interiore degli studenti. Caratteristiche di umanità e di attenzione psicologica che, tranne eccezioni, i docenti possiedono, ma che spesso conquistano da soli sul campo. Credo che invece debbano diventare requisiti da verificare già in sede di reclutamento. Se un ragazzo tenta di uccidersi per paura di un suo insuccesso è una sconfitta per tutti. Docenti e genitori. Se ne può parlare, senza arroccamenti?”.

 

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