Settimana corta a carico dei lavoratori. Lettera

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Inviata da Danilo Fiore – Finora la settimana corta nella Scuola, con lezioni dal lunedì al venerdì, è stata vista come un’opportunità per le famiglie che apprezzano il sabato libero o, al contrario, come qualcosa di preoccupante per chi teme un sovraffaticamento degli studenti durante i cinque giorni di lezione. Un altro “presunto” beneficio sarebbe il risparmio energetico nei plessi scolastici, soprattutto d’inverno, caldeggiato da enti locali, regioni e ministeri.

Ma perché “presunto” ? È bene chiarire che ridurre l’orario da 6 a 5 giorni la settimana, significa costringere i lavoratori della scuola, in particolare il personale amministrativo, tecnico ed ausiliario (ATA) ed anche i docenti, a svolgere turni più lunghi, ben oltre le 6 ore, che vanno ad incidere pesantemente sugli orari ed il bilancio delle loro famiglie.

Mentre nei settori pubblico e privato il datore di lavoro eroga un servizio mensa o buoni pasto, nella scuola questo diritto continua ad essere negato, costringendo così i lavoratori ad avviare contenziosi che poi irrimediabilmente troveranno soddisfazione in sentenze pronunciate perfino dalla Corte di Cassazione. Al momento solo le province di Trento e Bolzano riconoscono i buoni pasto: una palese contraddizione, non solo tra regioni di una stessa nazione, ma tra lavoratori di comparti diversi.

La questione non è da poco se si considera che in molte scuole non è prevista una mensa gratuita per docenti e ATA, come avviene, al contrario, negli istituti comprensivi. In tutte le altre saranno costretti a pagare gli arretrati dato che la Cassazione ha indirettamente riconosciuto che su ogni lavoratore (già con stipendi da fame e che finora pranzava a casa a modiche spese) non possono gravare circa 250 euro al mese di pasti; e non è nemmeno giusto che si debbano mangiare panini portati da casa 5 giorni su 7 (Sentenze Corte di Cassazione n° 32113/2022 – 31137/2019 – 22985/2020 – 23255/2023).

Forse è il caso di correre ai ripari: se le cose stanno così ed il parametro è il risparmio, al confronto converrebbe tenere le scuole aperte pure le domeniche d’inverno e con le finestre aperte. Ma al di là di questo paradosso, la settimana corta, beneficio o meno che sia per gli studenti, non può ripercuotersi così negativamente sugli orari e sugli stipendi dei lavoratori.

Purtroppo queste considerazioni di ordine sindacale, non hanno mai trovato riscontri nei collegi docenti, nei consigli d’istituto e nelle Rsu. Si è sempre partito dall’assunto sbagliato che al personale basta “regalare” il sabato libero ed è tutto a posto.

Nessuno ha mai preso in considerazione che organizzare turni da 7 ore e 12 minuti per 5 gg, non permette ai lavoratori di pranzare nelle proprie case, a costi contenuti e ad orari decenti. Peggio ancora su turni con due giorni da 9 ore e 3 da 6 ore al fine di non erogare 3 ipotetici buoni pasto: considerando che spesso il personale svolge attività aggiuntive ed è chiamato a recuperare i prefestivi, ci saranno settimane d’inverno in cui non vedrà neanche la luce del giorno perché sarà rinchiuso a scuola (e serviranno comunque 5 buoni pasto). Aggiungete, infine, la mezz’ora di pausa e scoprirete che chi entra a scuola alle 8 uscirà alle 17,30 per buona parte della settimana.

Val la pena anche ricordare che quando il sabato libero diventerà per le famiglie un diritto acquisito come la domenica, prima o poi un populista di turno potrà inveire contro gli orari troppo lunghi subìti dai poveri studenti e proporrà una riduzione di qualche ora, con gravi ripercussioni sull’organico.
Altro che “regalo”!!!

Attendiamo sfiduciosi.

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