Settembre è in arrivo, che la pedagogia entri autorevolmente nelle scuole!

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Settembre è in arrivo, le scuole devono essere pronte. Ovunque si coglie la fibrillazione che accompagna i preparativi per “iniziare in sicurezza”. Spazi da rivedere, aule da reinventarsi, orari incasellati al minuto, recuperi di un anno scolastico da gestire in dieci/quindici giorni, anche se la famosa citazione di Montaigne, ripresa e rinforzata da Edgar Morin, ricorda che è “meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”.

Corsa contro il tempo, l’afa che toglie le forze: stress e stanchezza ormai la fanno da padrona. Il nuovo anno scolastico è alle porte. Serpeggiano la paura, il timore del contagio, la stanchezza, l’assenza di prospettive “buone”, la confusione e nonostante tutto la scuola, in questo momento, deve preparare il nuovo terreno per accogliere ancora con un sorriso, forse, le alunne e gli alunni. Si spera sia possibile.

Dirigenti scolastici e docenti da una parte, alunni e genitori dall’altra: fare, pensare, attendere, sperare. In tutti i casi si tratta di Persone con storie, problemi, famiglie, emozioni. Che piaccia o no questo periodo ha stravolto equilibri importanti.

Ma questa dimensione non sembra rivestire particolare importanza, il compito della scuola è garantire la sicurezza sanitaria degli alunni.

Piovono circolari e indicazioni sulle norme di distanziamento sociale mentre da altre parti proliferano commenti, petizioni, pareri tecnici e scientifici spesso in conflitto.

L’attenzione è focalizzata sugli aspetti per così dire tecnici: l’acquisto di banchi monoposto, i test per i docenti, le preoccupazioni per gli insegnanti “anziani” che abitano la scuola, umiliati nella propria dignità professionale da una parte, a rischio di forme d’ansia dall’altra.

Giusto, non giusto, corretto o sbagliato che sia tutto ciò, non è questo il punto.

Il punto è aver perso di vista, in questa rivoluzione copernicana, la dimensione della sfera emotivo-affettiva di grandi e di piccoli, l’attenzione per le metodologie didattiche, che necessariamente dovranno modificarsi, la conoscenza di quei saldi principi pedagogici che sorreggono l’insegnamento, la riflessione sul grande tema, ancora insoluto, della valutazione degli alunni. La necessità di una rivoluzione copernicana che investisse la scuola era ormai evidente ma non a questo prezzo, né con tali presupposti.

Sta di fatto che settembre non può iniziare solo garantendo il distanziamento e le disposizioni dei banchi. Se la scuola è spazio da vivere, esperienza, socializzazione, relazione educativa, sguardo, volto, umanità, occorre porre attenzione ad altri elementi, a un altro sentire, a un’altra forma mentis, ad un altro agire. Ci sono responsabilità etiche che non possono essere tralasciate.

Come spiegare ai bambini, in particolare a coloro che inizieranno un nuovo ciclo, il senso di così epocali cambiamenti?

Certo, diventeranno tutti bravissimi a distanziarsi, a lavarsi ripetutamente le mani, a non assembrarsi. Ma bisogna dare un senso a tutto ciò. E non potremo cavarcela dicendo loro che bisogna farlo perché c’è un virus cattivo che gironzola nell’aria: si andrebbero a innescare delle paure, la paura di un nemico invisibile.

L’immaginazione di un bambino può creare fantasmi buoni o cattivi che lasciano segni per sempre, le parole degli adulti sono finestre che espongono a panorami ora armonici, ora traumatici.

Come spiegare ai bambini la prossima scuola? Qual è il senso di tutto? Quali parole vanno utilizzate?

I significati, ovvero i contenuti concettuali espressi o evocati dalle parole, sono differenti per ognuno di noi, ancor più tra adulti e bambini.

Giocano un ruolo specifico il contesto lessicale ma anche quello socio- culturale. È dunque evidente l’importanza del buon racconto nel quale coinvolgere i bambini onde evitare danni alla sfera emotiva.

Finora abbiamo avuto tanti buoni maestri, sensibili e autonomamente formati, che hanno saputo raccontare. Tuttavia non è la regola, non certo per cattiva volontà, ma per mancata e mirata formazione iniziale.

Dall’altra parte ci sono i nostri adolescenti che affrontano difficoltà e disagi legati alla sfera della socializzazione già normalmente, che parlano un linguaggio non verbale molto esplicito.

Chi lavora con loro sa bene che gli sguardi che si incrociano in aula sono saette, i non detti e i fraintendimenti sono consueti. È un’età di passaggio tra le più delicate. Lo sappiamo bene.

Così mentre si attenzionano le distanze o si sperimenta ancora la DaD, non vanno dimenticati i travagli adolescenziali che ciascun adulto ben conosce e li ha vissuti sulla propria pelle.

La miriade di esperti, tecnici e scienziati, ha il compito di garantire le misure per la tutela della salute e, soprattutto, di fornire elementi programmatici precisi.

Ma c’è un’emergenza educativa di cui poco si parla e che preoccupa oltremodo quei professionisti che hanno scelto la via dell’Educazione, dell’Istruzione e della Formazione per i quali la salute è un concetto ben più ampio.

Ai pedagogisti e agli insegnanti, stanno a cuore i bambini, i giovani studenti, le persone coinvolte nei processi di apprendimento e di formazione, il loro benEssere in ottica olistica.

Il prof. Mario Rusconi di ANP Lazio riferendosi agli studenti, ha dichiarato “[…] Per molti di loro si sono create situazioni emotive più o meno gravi da risolvere proprio con interventi di supporto di équipe psicopedagogica, che tra l’altro potrebbero essere di grande aiuto professionale per gli interventi formativi che dovranno mettere in cantiere i docenti, e offrendo anche supporto ai genitori che si troveranno ad affrontare atteggiamenti difficili di molti ragazzi”.

Auspico che la proposta possa essere accolta ed estesa su territorio nazionale, che nell’equipe psicopedagogica di cui si parla abbiano un ruolo fondamentale i pedagogisti, esperti dei processi educativi e formativi, affinchè possano legittimamente e nell’interesse esclusivo di adulti educanti e di studenti, svolgere un compito alto, dare un senso pedagogico a una trasformazione epocale del “luogo scuola” ad oggi soltanto strutturale. Si continua ad operare in nome dell’emergenza sanitaria mentre si trascura un’emergenza educativa, ormai visibile a tutti.

Che la pedagogia entri autorevolmente nelle scuole!

Non dimentichiamo che i promotori delle grandi trasformazioni del sistema scolastico sono sempre stati grandi maestri e pedagogisti di cui il nostro Paese dovrebbe andare fiero.

Sono noti e ampiamente diffusi gli esiti della ricerca sui danni psicologici e psichici prodotti dalla crisi pandemica, ad ogni età.

A maggior ragione, a settembre, vanno previsti interventi pedagogici mirati alla formazione, al sostegno, alla prevenzione, alla promozione di agio. Bisogna dare un senso pedagogico al cambiamento in atto, che non era certo quello auspicato, bisogna dare un senso alle proposte avanzate da colossi industriali (banchi, didattica digitale…) ricordando che la scuola è scuola e non un’azienda.

Bisogna ritrovare e restituire la dimensione di umanità a questo nostro terzo millennio. Sono tanti gli esperti a cui è stata data parola in questi mesi ma, adesso, alla scuola serve Pedagogia.

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