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‘A che servono i Greci e i Romani?’. Una proposta per ravvivare – ovvero antropologizzare – l’insegnamento del latino e del greco

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Un carissimo amico mi ha regalato il libro di Maurizio Bettini citato nel titolo circa due mesi fa. Non ne avevo molta voglia – diciamo che avevo altre fantasie per l’estate – ma poi alla fine l’ho infilato in valigia e ce l’ho fatta, a leggerlo.

Dentro ci ho trovato molte riflessioni interessanti, convincimenti sinceri e stimolanti, anche perché l’antropologia – ricordo che Bettini ha fondato il Centro Antropologia e Mondo Antico a Siena – è stata per me il primo amore grazie a un eccellente insegnante di latino e greco che negli anni del liceo mi forniva dispense su Vernant, Bachtin o Snell e mi spronava a leggere i libri di Ernesto De Martino sulla mia terra, la Lucania. Ero molto, molto affascinata da quei libri. Ritrovare negli scialli neri e nei riti del mondo contadino gli echi delle civiltà daune, osche prima ancora che greche e romane, mi riempiva di motivazione e di emozione verso lo studio delle belle lettere, che in quel modo apparivano meno elitarie e lontane dal mio mondo reale.

Con questi trascorsi ho chiarito, dunque, di non nutrire nessuna malsana avversione verso tutto quello che non è testualità o ricerca erudita e ho costruito una premessa per dire che sì, tante cose che scrive Bettini mi persuadono fino in fondo, come quando esorta a puntare allo studio del lessico (in particolare quello della parentela) per vivificare il dialogo con l’alterità greca e romana. Avrei, però, anche qualche riserva sulla diagnosi che il Professore fa dei problemi che affliggono la didattica del greco e del latino e sulle soluzioni ventilate per risolverli. Sintetizzando e semplificando molto, mi pare che in qualche punto venga suggerita l’idea che per rendere più proficuo l’insegnamento di queste materie si dovrebbe ‘antropologizzarle’: spingere gli insegnanti ad approfondire i concetti di civiltà, di storia, di storia delle religioni etc. per liberarli dall’incubo delle costruzioni di videor o dei congiuntivi indipendenti.

Ma davvero si pensa che un docente di latino e greco, sia che abbia una formazione filologica, sia che ce l’abbia antropologica o archeologica, possa perdere di vista che il suo compito primario è promuovere la costruzione dell’identità personale e culturale degli allievi, facendo loro capire che esiste un oggi, che è esistito uno ieri e che verrà anche un domani? Fin da quando spiega che cos’è una declinazione egli non finalizza, forse, i suoi sforzi e quelli dei suoi allievi alla conquista di un modo inedito di vedere la realtà, con tutto il carico di humanitas che questo nuovo atteggiamento porta con sé? La curiosità e l’amore per la conoscenza dovrebbero averlo plasmato a un’idea dialettica dei saperi, donandogli per strumento di lavoro principale l’umiltà intellettuale di non considerare il suo approccio, o comunque la sua disciplina, superiore rispetto agli altri.

Non è tanto il tipo di formazione che l’insegnante ha ricevuto a fare la differenza, non è il taglio che dà alle sue lezioni, ma quanto viene supportato da alunni, colleghi, famiglie, quanto si sente parte di un progetto educativo e politico che mira alla promozione dei talenti individuali nella piena coesione sociale. Ci piacerebbe che tutti gli 800mila docenti di scuola italiani fossero mentori entusiasti, intellettuali sagaci, guide luminose per il futuro dei nostri figli – cosa che non è nell’ordine naturale delle cose – ma dai classicisti lo pretendiamo perché finora lo Stato ce l’ha messa tutta per formarli nel miglior modo possibile attraverso percorsi di studio e concorsi molto selettivi. Penso che dovremmo impegnarci ancora in questa stessa direzione, soprattutto in un Paese particolare come il nostro, dove la cultura è un patrimonio su cui costruire valore, per usare la stessa logora metafora che anche il Prof. Bettini prende causticamente di mira nei capitoli iniziali del libro.

Non voglio dire che non esistano problemi nella didattica delle lingue classiche. Senza dilungarmi troppo, è vero che, per esempio, le insegniamo in un modo in cui non ci sogneremmo mai di proporre l’italiano: un bravo diplomato al liceo classico non è tenuto a sapere nulla sulla dittongazione romanza, mentre dovrebbe essere in grado di risalire al fatto che il genitivo di ghenos in greco fa ghenous perché la caduta del sigma intervocalico, in un’età storica non ben definita, ha determinato la contrazione tra epsilon e omicron. C’è un’impostazione scientifica e pedagogica, con la sua tradizione ormai plurisecolare, che può sicuramente essere aggiornata e corretta in alcuni punti, ma nutro alcuni dubbi sulla validità di una proposta che miri a ridimensionare l’approfondimento linguistico a vantaggio di un taglio più storico o antropologico o culturale in senso lato.

Veniamo così all’altra istanza esplicitamente presente nel libro: l’appoggio alla modifica della seconda prova scritta alla maturità del liceo classico nell’ottica di una valorizzazione delle capacità di contestualizzazione e di analisi del testo da tradurre. Se ridimensioniamo l’aspetto linguistico e filologico, o quanto meno lo facciamo pesare di meno rispetto a ora considerando anche altre abilità, quanti anni pensiamo che ci metteremo ad avere insegnanti di latino e greco solo parzialmente consapevoli dei meccanismi profondi delle due lingue? Anche la modifica dei requisiti di accesso alle classi di concorso sarebbe un’opzione possibile, a quel punto.

Un’ultima considerazione sul latino lingua ‘logica’. Io l’ho sempre pensata come Bettini, che anche lo studio della linguistica o della fisica o del cinese ci aiuta a consolidare le nostre capacità di ragionamento e che, quindi, per persuadere circa l’utilità del latino bisogna puntare di più al fatto che esso è la chiave di accesso a un patrimonio straordinario di civiltà, di pensiero etc. Poi mi sono ricreduta quando ho iniziato a insegnare il latino in una scuola media in cui questa materia non rientra nel monte ore dell’italiano, ma ha un’ora a parte con voto a parte. Ho visto con i miei occhi lo sforzo immane che ragazzini di 11 o 12 anni devono compiere per decidere velocemente se quella forma nominale appartiene alla I o alla III declinazione o se quel verbo è all’indicativo o al congiuntivo. Ora che tutto è problem solving, cooperative learning, flipped classroom, quale altra attività può metterli di fronte a un’operazione intellettuale tanto complessa e tanto astratta? Il latino non è l’unica palestra di logica possibile, certamente, ma è quella che già abbiamo; va restaurata forse in qualche punto, ma di fatto esiste e non dobbiamo affrontare lo sforzo immane di crearne un’altra, per così dire, ‘al buio’.

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