Senza “diritto” nella scuola dei diritti, il flop dell’educazione civica e i movimenti bloccati per le classi A046 e A045

di Antonio Fundaro

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Per il secondo anno consecutivo, i movimenti del personale docente non interesseranno le classi di concorso, così dette, in esubero nazionale. Il riferimento va alla A046 (Scienze giuridico-economiche) e la A045 (Scienze economico-aziendali).

E, congiuntamente, per il secondo anno consecutivo, resta affissa al chiodo la tanto sbandierata riforma che avrebbe dovuto introdurre l’educazione civica (di fatto un percorso di educazione ai diritti e ai doveri, oltre che alla gestione etica della comunità in cui si vive) nelle scuole italiane di ogni ordine e grado. Complimenti davvero. Un bel traguardo, ambizioso direi, per una Repubblica che intende dare attuazione e sostenere, come si legge sulla pagina del ministero dell’Istruzione (https://www.miur.gov.it/cittadinanza-e-costituzione), dedicata appositamente alla “Cittadinanza e Costituzione”, che presenta agli studenti una scuola impegnata “nella formazione di cittadine e cittadini attivi e partecipi, consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri, diffondere i valori della Costituzione e quelli dell’integrazione europea”. Un impegno che giunge alla scuola da un complesso normativo che, a quanto pare, sta risultando, sempre più, un contenitore di impegni, più che un reale e fattivo insieme di scelte che di fatto stentano ad approdare nelle aule delle scuole italiane.

Legge 30 ottobre 2008, n. 169

La Legge 30 ottobre 2008, n. 169 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 1º settembre 2008, n. 137, recante disposizioni urgenti in materia di istruzione e università”, all’articolo 1-bis così definisce la missione civica della scuola “al fine di promuovere la conoscenza del pluralismo istituzionale, definito dalla Carta costituzionale, sono altresì attivate iniziative per lo studio degli statuti regionali delle regioni ad autonomia ordinaria e speciale”. Scelte operate ai sensi dell’articolo 11 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275, e finalizzate ad attivare azioni di sensibilizzazione e di formazione del personale finalizzate all’acquisizione nel primo e nel secondo ciclo di istruzione delle conoscenze e delle competenze relative a «Cittadinanza e Costituzione». Scelta che, come vedremo, è stata ampiamente fortificata dal consolidarsi della normativa che ha introdotto, meglio, ha reintrodotto, l’educazione civica nelle scuole italiane.

Legge 20 agosto 2019, n. 92

La Legge 20 agosto 2019, n. 92 recante disposizioni sull’”Introduzione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica” nelle scuole italiane rappresenta, pur nell’alveo delle polemiche sorte intorno alla non previsione di assunzione di apposito formato personale, comunque una novità in assoluto che dà dignità alle vere finalità della scuola italiana che era stata mortificata dalla cosiddetta scuola delle “3 i” (minuscole) della riforma Moratti (inglese, informatica e impresa), tanto sbandierata, ma che di fatto aveva ridotto le ore di italiano, di storia e di geografia, ma anche quelle di Inglese (a dispetto di una delle tanto strombettate tre “I”).

Il “cittadino” e l’”uomo” abrogati nella scuola italiana in attesa di dignità civica e giuridica

Il decreto attuativo della legge 53/03 definisce un assai opinabile concetto di uomo, liquidando così e mettendo in soffitta ciò che, per decenni, aveva rappresentato il vero fiore all’occhiello della scuola italiana, la formazione dell’uomo e del cittadino. Il decreto del 2004 ed il Testo Unico del 1994. L’articolo 19 del decreto attuativo della Legge 53/03 abroga, tra gli altri, l’art. 118 (finalità della scuola elementare) e il comma 2 dell’art. 161 (finalità della scuola media) del “Testo Unico delle leggi sulle scuole di ogni ordine e grado” n°297 del 16 aprile 94. Le norme abrogate che, ancora oggi sono una vera poesia giuridica e incarnano perfettamente ciò che la scuola matura dovrebbe garantire, recitavano: per la scuola primaria che “la scuola elementare, nell’ambito dell’istruzione obbligatoria, concorre alla formazione dell’uomo e del cittadino secondo i principi sanciti dalla Costituzione e nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità individuali, sociali e culturali…”; per la scuola media inferiore (Secondaria di primo grado) che la “La scuola media concorre a promuovere la formazione dell’uomo e del cittadino secondo i principi sanciti dalla Costituzione e favorisce l’orientamento dei giovani ai fini della scelta dell’attività successiva”. Tali norme rappresentavano, rispettivamente, il caposaldo del titolo III° per la scuola elementare (ora Primaria) , e del titolo IV° della scuola media. Il decreto attuativo della riforma Moratti all’art. 5, finalità della scuola primaria, ed all’art.9, finalità della scuola secondaria di secondo grado, non riprende i termini formazione dell’uomo e del cittadino, né i riferimenti alla Costituzione. La riforma Moratti, ancora oggi molto opinabile (ha rappresentato un vero e proprio fallimento per la mission della scuola italiana) all’art. 5 del decreto, finalità della scuola primaria, recita che la scuola “….promuove ,nel rispetto delle diversità individuali, lo sviluppo della personalità..” ed ha il fine “di educare ai principi fondamentali della convivenza civile ..” e al successivo art.9, finalità della scuola secondaria di secondo grado, “ la scuola secondaria di primo grado è finalizzata alla crescita delle capacità autonome di studio ed al rafforzamento delle attitudini all’interazione sociale “.

Il DPR 13 giugno 1958, n. 585, l’evoluzione repubblicana e democratica e l’affievolimento del diritto nelle scuole

Il Decreto del Presidente della Repubblica 13 giugno 1958, n. 585, firmata dal ministro della Pubblica Istruzione Aldo Moro, che ha introdotto i “Programmi per l’insegnamento dell’educazione civica negli istituti e scuole di istruzione secondaria e artistica” sembra, ormai, lontano anni luce da questa scuola, targata 2020, che ha dimenticato, quasi archiviato, le grandi battaglie per porre la Scuola a buon diritto “come coscienza dei valori spirituali da trasmettere e da promuovere, tra i quali acquistano rilievo quelli sociali, che essa deve accogliere nel suo dominio culturale e critico” come recita la premessa ai “programmi per l’insegnamento dell’educazione civica negli istituti e scuole di istruzione secondaria e artistica” dell’allegato al Decreto del Presidente della Repubblica 13 giugno 1958 n. 585. La premessa è un vero ricamo giuridico e un indispensabile vademecum pedagogico e formativo, non solo di ieri, ma di oggi. Il non capirlo è grave e assolutamente lontano dalla vera finalità della scuola e da ciò che serve ai nostri alunni e ai futuri cittadini del domani. Si legge nella premessa “se ben si osservi l’espressione «educazione civica» con il primo termine «educazione» si immedesima con il fine della scuola e col secondo «civica» si proietta verso la vita sociale, giuridica, politica, verso cioè i principi che reggono la collettività e le forme nelle quali essa si concreta. Una educazione civica non può non rapportarsi a un determinato livello mentale ed affettivo”. E continua la premessa che l’insegnamento dell’educazione civica agevolerebbe e garantirebbe il passaggio “dal fatto al valore è l’itinerario metodologico da percorrere. Per gli allievi idee come Libertà, Giustizia, Legge, Dovere, Diritto e simili solo allora saranno chiare e precise, quando le animi un contenuto affettivo, attinto alla riflessione sui fatti umani, sì che l’io profondo di ciascuno possa comprenderla e sia sollecitato a difenderle con un consenso interiore, intransigente e definitivo. Il campo dell’educazione civica, a differenza dl quello delle materie di studio, non è definibile per dimensioni, non potendo essere delimitato dalle nozioni, e spingendosi invece su quel piano spirituale dove quel che non è scritto è più ampio di quello che è scritto. Se l’educazione civica mira, dunque, a suscitare nei giovani un impulso morale a secondare e promuovere la libera e solidale ascesa delle persone nella società, essa si giova, tuttavia, di un costante riferimento alla Costituzione della Repubblica, che rappresenta il culmine della nostra attuale esperienza storica, e nei cui principi fondamentali si esprimono i valori morali che integrano la trama spirituale della nostra civile convivenza. Le garanzie della libertà, la disciplina dei rapporti politici, economici, sociali e gli stessi Istituti nei quali si concreta l’organizzazione statale, svelano l’alto valore morale della legge fondamentale, che vive e sempre più si sviluppa nella nostra coscienza”.

Suscitare nei giovani un impulso morale a secondare e promuovere la libera e solidale ascesa delle persone nella società”

“Suscitare nei giovani un impulso morale a secondare e promuovere la libera e solidale ascesa delle persone nella società” questo era, è e deve rimanere il vero impegno della scuola italiana. È così difficile capire che la nostra società ha bisogno di cittadini consapevoli? È così complesso cambiare il corso della storia di una scuola che ha dimenticato di formare cittadini consapevoli del loro ruolo nella società, consapevole dei loro diritti, consapevoli dei loro doveri, coscienti del loro insostituibile ruolo?

Specie, oggi, in questo momento storico che richiede una maggiore coscienza civica che non si raggiunge non garantendo l’educazione civica nelle scuole, in tutte le scuole, e più diritto in tute, ma proprio tutte, le scuole secondarie superiori. Mortifica notare come il diritto e l’economia siano diventati solo un miraggio per i tanti che credono ancora in una scuola più forte e coesa, in grado di segnare la strada da percorre per uno Stato dalla democrazia compiuta. Mortifica, ancor di più, quando ciò avviene in presenza di una norma, per carità modificabile, la legge 92 del 2019, che nei principi ispiratori prevede che all’articolo 1, comma 1, che “l’educazione civica contribuisce a formare cittadini responsabili e attivi e a promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale e sociale delle comunità, nel rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri” e, al comma, 2, dello stesso articolo, che “l’educazione civica sviluppa nelle istituzioni scolastiche la conoscenza della Costituzione italiana e delle istituzioni dell’Unione europea per sostanziare, in particolare, la condivisione e la promozione dei principi di legalità, cittadinanza attiva e digitale, sostenibilità ambientale e diritto alla salute e al benessere della persona”.

Allora sì, che qualcosa, potrebbe ancora cambiare. Credo che valga la pena di provarci, scommetterci seriamente; ma per farlo serve personale competente e non un semplice riciclo di docenti a “costo zero”.

Serve personale competente per insegnare “educazione civica” e non un volontario fortunato con conoscenze fortuite di diritto

Assolutamente vietato scommettere “a costo zero” in questa rivoluzione culturale e civica. Serve avere più coraggio e investire più risorse. Serve, in ogni ordine e grado dell’istruzione pubblica, personale qualificato e “non riciclato”. Le conoscenze giuridiche non s’apprendono consultando guide scolastiche o su internet, sono il frutto d’un percorso di studi serio e calibrato che nessun altro docente, di lettere o matematica, di arte o inglese, può essere in grado, per nessuna ragione o volontà divina, di garantire. Bene, dunque, il comma 4 dell’articolo 2 della legge 92/2019, per ciò che concerne la scuola secondaria superiore, quando recita “nelle

scuole del secondo ciclo, l’insegnamento è affidato ai docenti abilitati all’insegnamento delle discipline giuridiche ed economiche” un po’ meno nella parte del comma in cui è scritto “ove disponibili nell’ambito dell’organico dell’autonomia”. Ove disponibile, dove? In quale istituto? E per quale ragione un liceo classico dovrebbe disporre di un docente, in ruolo, sulla classe di concorso A046 tra le “risorse dell’organico dell’autonomia”? Un modo come un altro per non far nulla, per postergare, per far male, per non assicurare a tutti i discenti le stesse opportunità e lo stesso accesso al futuro proprio e della società in cui vivono. Peggio di così per la secondaria di primo grado e la primaria dove, invece, si prevede che “l’insegnamento trasversale dell’educazione civica è affidato, in contitolarità, a docenti sulla base del curricolo”. E perché mai deve essere trasversale? E perché mai individuarlo, in contitolarità, tra i docenti dell’equipe pedagogica? Pensare che una legge, possa cambiare, a “costo zero” le sorti della scuola italiana è assolutamente insensato.

La scommessa vera sarebbe di insegnare “diritto” in tutte le scuole di ogni ordine e grado

Il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, nell’”Espressione di parere sullo Schema di decreto relativo alla sperimentazione nazionale in merito all’insegnamento trasversale dell’educazione civica in tutte le scuole del primo e secondo ciclo di istruzione del sistema nazionale di istruzione” licenziato nella seduta plenaria n. 31 dell’11/09/2019 così scrive “quella dell’abbandono del triste rituale delle clausole di invarianza, prevista nell’art. 5 del DM in esame, che senza incremento dell’organico del personale e delle risorse finanziarie fa affidamento solo sulla buona volontà di insegnanti e dirigenti per l’attuazione del nuovo insegnamento”. Con ciò palesando la contraddizione tra la necessità di una nuova disciplina, rivoluzionaria, per certi versi, sebbene trasversale (che senso ha!), e il principio contestabile del non incremento del personale e delle risorse finanziaria. Nessuna riforma può essere a costo zero. Nessuna riforma si può fare per enunciati di principi. Serve la buona volontà che può manifestarsi solo attraverso:

  1. Introduzione dell’insegnamento del diritto in tutte le scuole secondarie superiori, affidato agli abilitati della classe di concorso A046;
  2. Introduzione dell’insegnamento dell’Educazione civica, nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, affidato agli abilitati della classe di concorso A046;
  3. Abrogazione, nell’ordinanza ministeriale relativa ai movimenti del personale scolastico, del divieto a partecipare ai movimenti del personale docente abilitato alla classe di concorso A046 (Scienze giuridico-economiche) e alla classe di concorso A045 (Scienze economico-aziendali) e destinazione, immediata dei docenti, dell’eventuale esubero, all’insegnamento dell’educazione civica, a decorrere dal prossimo anno scolastico 2020-2021.

Scommessa culturale da vincere per garantire un’Italia capace di guardare al futuro, delle nuove generazioni, a testa alta.

Anche se, è lecito chiedersi, cosa ha fatto il ministero per dare seguito, già da settembre prossimo, alla nota 1830 del 12 settembre 2019, a firma del capo del “Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione” Carmela Palumbo, avente oggetto “insegnamento dell’educazione civica nelle scuole di ogni ordine e grado. Avvio dall’anno scolastico 2020/2021” che prevedeva, all’ultimo capoverso, che “al fine di preparare in modo adeguato ed efficace l’introduzione dell’educazione civica nei percorsi scolastici di ogni ordine e grado a partire da settembre 2020, questo Ministero costituirà a breve un Comitato tecnico scientifico per la redazione delle Linee guida previste dall’articolo 3 della legge 92/2019, svolgendo un’attività di consultazione degli stakeholders, e avvierà le opportune attività di accompagnamento per le scuole”.

Credo proprio nulla; ancora nulla.

D’altronde come afferma il Prof. Ezio Sina, Presidente Apidge, l’“Educazione Civica” deve avere un’impostazione scientifica e l’insegnamento trasversale ed erogato da Docenti non giuristi non la ha. Per cui gli intenti saranno vanificati dalle procedure attuative. Noi siamo per la alfabetizzazione giuridica, che deve avere solide basi, per costituire un corredo che accompagni la persona per tutta la vita scolastica e civile”. E il Prof. Enrico Cuccodoro, dell’Università del Salento, sostiene come “le libertà ed i diritti che abbiamo conquistato non vengono compresi, esercitati, rispettati, non hanno vita, se non si conoscono a fondo. Come si può, dunque, non studiare Diritto alle superiori?”. E la mancanza dello studio del diritto ha effetti catastrofici, anche nelle università italiane nelle quali, come riferisce la Prof. Marta Cerioni, dell’Università Politecnica delle Marche, “siamo costretti ad istituire dei pre-corsi di Diritto, perché gli studenti non hanno le basi. Si percepisce addirittura la mancanza di cultura civica di base. Ben venga dunque l’obbligo previsto dalla legge 92. Siamo preoccupati per la trasversalità che si prevede, perché destruttura questo insegnamento fondamentale e può rendere disorganico il progetto”.

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